Stella cadenteFare finta che il problema Conte non esista non aiuterà a risolverlo

Dall’arrivo di Schlein il Partito democratico continua a non fare e non dire praticamente niente, salvo giurare che quel niente lo farà assieme al Movimento 5 stelle, scrive Francesco Cundari nella newsletter “La Linea”. Arriva tutte le mattine dal lunedì al venerdì più o meno alle sette

LaPresse

Non c’è dubbio che il problema rappresentato da Giuseppe Conte e dal Movimento 5 stelle non è facile da gestire e non lo sarebbe per nessun segretario del Pd, ma è altrettanto evidente che continuare a far finta che il problema non esista, come sta facendo Elly Schlein, non aiuterà a risolverlo. E questa non è una supposizione, ma un fatto di cui abbiamo già avuto la controprova, e per ben due volte, perché è esattamente la linea che hanno seguito i predecessori di Schlein: Nicola Zingaretti prima, che per questo motivo si è dovuto dimettere da segretario del Pd nel bel mezzo della legislatura, ed Enrico Letta poi, che per lo stesso motivo si è giocato le elezioni.

Entrambi hanno ostinatamente seguito lo stesso assurdo copione, rifiutandosi categoricamente di porre la questione dell’accordo con i cinquestelle sul piano dei principi e delle scelte politiche di fondo, perché decidere su cosa cedere e su cosa impuntarsi avrebbe esposto tutte le contraddizioni tanto della sinistra filogrillina quanto dei cosiddetti riformisti già convertiti all’abbraccio con Conte in nome del realismo politico (o come volete chiamarlo). E così, ogni volta in cui si sono presentate scelte che non era possibile eludere o rinviare, come con la formazione del governo Draghi e poi con la guerra in Ucraina, il castello di carte è crollato su stesso.

Dal 2019 a oggi, ciascuno dei suddetti segretari del Pd, anche grazie a una stampa compiacente, ha cominciato la sua corsa vantandosi di avere fatto recuperare al partito cinque, dieci o centoquindici punti percentuali. È un vecchio trucco, che consiste nel prendere il dato dell’ultimo sondaggio uscito dopo la sconfitta elettorale, che vede sempre il perdente sprofondare ancora più in basso, per poi gridare al miracolo non appena i sondaggi, con l’elezione del nuovo leader, certificano il semplice ritorno al livello della sconfitta precedente, o poco più in là. Il Pd ha preso il 18,7 per cento nel 2018, con Renzi, e il 19 per cento nel 2022, nonostante ben due resurrezioni consecutive, con la singolare staffetta Zingaretti-Letta.

Eppure, dal giorno dopo l’elezione di Schlein alle primarie, è ricominciata la stessa musica, la stessa narrazione sulla terza resurrezione consecutiva, rafforzata dall’incoraggiante risultato delle europee (24 per cento, cioè circa un punto e mezzo in più di quanto aveva preso Zingaretti alle europee del 2019). Da allora in poi, il Pd ha continuato a oscillare nei sondaggi attorno a quella cifra (più sotto che sopra, in verità), a pareggiare o al massimo vincere ai punti questa o quella tornata amministrativa, e a non dire e non fare sostanzialmente nient’altro, salvo ripetere che quel niente lo avrebbe fatto assieme al Movimento 5 stelle, a prescindere.

Non a caso, l’unica vittoria davvero significativa il centrosinistra l’ha conquistata in un referendum che non ha cercato né voluto, quello sulla riforma costituzionale della Giustizia varata dal centrodestra, che ha fatto tutto da solo. Mentre la sconfitta più pesante il Pd l’ha rimediata nella sola battaglia politica in cui Schlein abbia scientemente deciso di lanciarlo, e cioè il referendum sull’articolo 18 voluto da Maurizio Landini e da lei incongruamente appoggiato, contro una riforma varata dal suo stesso partito e da buona parte dell’attuale gruppo dirigente. Un autodafé reso ancora più incomprensibile dal risultato, con un’affluenza arrivata appena al 30 per cento.

Se nel Pd ci fosse stato ancora un minimo di attività cerebrale, quei numeri avrebbero dovuto suonare l’allarme rosso. Si è invece preferito seppellirli sotto una spessa coltre di incredibili e arzigogolate corbellerie, nel tentativo di dimostrare che il 30 per cento di affluenza, venti punti sotto il minimo indispensabile perché il referendum non fosse nullo, era in realtà uno straordinario successo.

Lo straziante spettacolo del comizio di due giorni fa a Napoli, in una piazza mezza vuota e anche per questo facilmente occupata da contestatori di varia provenienza, è il punto di caduta di tale lento processo di autoconsunzione, di cui le parole pronunciate da Conte sull’Europa che avrebbe addirittura costruito un’inesistente minaccia russa per giustificare il riarmo rappresentano il fondo più limaccioso (peraltro, come segnala qui Marco Taradash, la citazione del generale Nato usata per corroborare la tesi è una clamorosa mistificazione). Il silenzio impassibile di Schlein e del suo gruppo dirigente dinanzi a parole così gravi e irresponsabili (ripetute anche ieri sera a In Onda, su La7) mi conferma nella mia sconfortata previsione, e cioè che peggio di un governo Conte sarebbe solo un governo Schlein ostaggio di Conte.

Certo, non è un periodo facile per la sinistra in nessuna parte del mondo, come dimostra l’editoriale del New York Times: «Se i democratici credono che il governo possa ancora fare la differenza, il modo per dimostrarlo è spiegare, in termini concreti, cosa farebbero se fossero al potere. Rifiutarsi di farlo non fa apparire il partito unito. Dà invece l’impressione che non abbia nulla da dire…». Parole che nessun giornale italiano si sognerebbe di scrivere a proposito del Pd, per la semplice ma insuperabile ragione che in quel caso non si tratterebbe di un’impressione, ma di una certezza.

Leggi anche l’articolo di Mario Lavia su questo tema

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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