Post-veritàIl vero pericolo dell’IA è l’abitudine collettiva alle sue distorsioni

In “Essere umani”, Madhumita Murgia spiega che la nostra relazione con l’intelligenza artificiale generativa rischia di fondarsi su un compromesso pericoloso: accettare ciò che funziona abbastanza bene fino a perdere contatto con l’esperienza diretta

Neri Pozza Editore

Dopo aver parlato con Ted, ho iniziato a considerare la fantascienza come un modo per organizzare i miei pensieri sparsi su ciò che potrebbe significare per tutti noi l’IA generativa e un giorno mi sono imbattuta in un breve racconto di E. M. Forster del 1909, La macchina si ferma, che non sono più riuscita a togliermi dalla testa. 

Nel mondo descritto da Forster, le persone vivono sospese in bolle individuali, terrorizzate dalle «esperienze dirette» e dalle «idee di prima mano». La protagonista, Vashti, docente universitaria e madre, comunica con il figlio che vive dall’altra parte della Terra attraverso una cosa chiamata Macchina. La Macchina può connettere virtualmente gli esseri umani, ma non trasmette le sfumature delle loro espressioni ed emozioni. È soltanto una buona approssimazione. Ma «molto tempo addietro la nostra razza aveva già accettato qualcosa che andava “abbastanza bene”» dice Vashti. 

L’idea di Forster di una macchina che crea una versione sfocata della realtà, che alla fine sostituisce quella abitata dalle persone, mi è sembrata attuale. Guardandomi intorno e considerando le storie che stavo scrivendo sulla produzione di contenuti falsi o distorti da parte dell’IA generativa, ho iniziato a vedere conferme di questa idea dappertutto. Forster aveva descritto ciò che oggi, più di un secolo dopo, chiamiamo mondo della «post-verità». 

Ma ciò che mi ha davvero colpita è l’epilogo della storia, il destino finale della Macchina. Per qualche motivo, inizia a degradarsi e sgretolarsi, distorcendo la realtà via via che si guasta, avvelenando le melodie di famose sinfonie e generando odori, immagini e persino rime «imperfette», mentre gli esseri umani sono costretti ad adattarsi alla sua tossicità. Alla fine, le persone ci si abituano. Il problema è che nel mondo di Forster nessuno sa più come riparare la Macchina. Le persone se ne sono allontanate troppo; tutta la competenza è finita nelle mani di pochi potenti. 

«In tutto il mondo», scrive Forster, «non c’era nessuno che capisse il mostro nel suo insieme». Eppure, tutti erano stati felici di permettere alla Macchina di entrare nella loro vita. Quel poco che sapevano dei magici benefici della Macchina – come funzionava e che cosa poteva fare per loro – andava «abbastanza bene».

 

Tratto da “Essere umani. L’impatto dell’intelligenza artificiale sulle nostre vite”, di Madhumita Murgia, Pozzi Nera Editore, pp. 274-275, 9,99 €

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