Il Paese porosoLa guerra ibrida russa in Italia non passa soltanto dalle spie

Angelo d’Orsi ed Elena Basile rilanciano le tesi del Cremlino partecipando a festival di Russia Today e pubblicando resoconti elogiativi su Mosca. Una propaganda che sfrutta il prestigio culturale per influenzare il dibattito pubblico e indebolire la sicurezza nazionale

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L’inchiesta giudiziaria che ha recentemente portato agli arresti domiciliari due ex agenti dei servizi segreti italiani, accusati di aver venduto informazioni riservate a funzionari russi, contiene un dettaglio che pesa più di qualunque commento. Tra i dati che sarebbero stati consegnati all’intelligence di Mosca non c’erano soltanto i segreti dell’industria della difesa o i piani di riarmo europei. C’erano nomi, fotografie e numeri di telefono di una funzionaria dell’Aise (il nostro servizio segreto per l’estero) impegnata nel controspionaggio e di alcuni agenti operativi del Ros dei Carabinieri. Non un piano astratto da copiare, ma persone in carne e ossa da esporre al pericolo.

Questo episodio non è un caso isolato, ma segue la condanna definitiva dell’ex ufficiale di Marina Walter Biot, sorpreso nel 2021 a vendere atti classificati della Nato. Oggi, però, il salto di qualità è evidente. E ci ricorda che la cosiddetta guerra ibrida – quel conflitto che una potenza straniera combatte non solo con le armi tradizionali, ma usando lo spionaggio, gli attacchi informatici e la disinformazione – si combatte su due fronti strettamente connessi.

È una guerra a due lame. La prima lama taglia nell’ombra: è la spia che tradisce, il documento venduto, l’informazione passata sottobanco. La seconda lama lavora invece alla luce del sole, nel pieno dibattito pubblico e fa meno rumore solo perché nessuno la nasconde: è il tentativo sistematico di manipolare l’opinione pubblica per indebolire dall’interno la tenuta politica del nostro Paese.

Questi due fronti sono distinti ma non separati. Rappresentano due strumenti diversi che mirano allo stesso identico fine: incidere sulla pubblica opinione e piegarla agli interessi di chi ci vuole incapaci di comprendere il valore della nostra e altrui libertà. Da un lato, questa strategia si serve di canali strutturati, come dimostra il caso di Russia Today (RT), l’emittente televisiva statale russa.

Nonostante sia colpita dalle sanzioni comunitarie, RT è riuscita a organizzare veri e propri festival sul territorio italiano – caso unico in Europa –: a Gorizia nel 2025 e a Bologna pochi mesi fa. Su quest’ultimo in particolare, come Europa Radicale, abbiamo chiesto che si faccia chiarezza, con un esposto inviato alla Procura di Bologna, perché dal dicembre scorso un nuovo articolo del codice penale stabilisce pene vere e proprie per chi viola le sanzioni europee, le quali stabiliscono il divieto di acquistare od ottenere gratuitamente beni e servizi; per cui la sala, le attrezzature e ogni altro elemento utilizzato per organizzare quell’evento sono stati, a nostro avviso, ottenuti illegalmente.

Dall’altro lato, la medesima strategia di penetrazione si serve del mondo intellettuale, offrendo una legittimazione apparentemente accademica a tesi e ricostruzioni che smentiscono la realtà dei fatti. È il caso di figure note come il professor Angelo d’Orsi ed Elena Basile, diplomatica a riposo. Parliamo di personalità che frequentano assiduamente la Russia o gli ambienti legati all’Ambasciata di Mosca a Roma. D’Orsi, ad esempio, ha rivendicato la sua partecipazione sul palco di un festival di RT a Minsk e le sue visite a Mosca, nella platea dei privilegiati, ad ascoltare Vladimir Putin; Basile si presta per rubriche, video ed eventi attraverso i quali snocciola teorie spericolate sulle responsabilità occidentali ed elenca le giustificazioni che discolpano la Russia.

Di recente ha persino pubblicato un reportage di un viaggio di 10 giorni a Mosca, che è la copia quasi spiccicata di quello scritto da d’Orsi dopo la sua visita ad ottobre. Le stesse lodi sperticate: l’ordine, la sicurezza, l’autarchia commerciale – i prodotti «che si fanno da soli», a riprova del fallimento delle sanzioni –, la tecnologia dei pagamenti con riconoscimento facciale, di cui si tace che è, in realtà, un sistema di sorveglianza. La stessa accoglienza calorosa in ambienti accademici – forum internazionali per l’uno, l’istituto per diplomatici per l’altra –, la stessa carezza all’ego dell’intellettuale che si crede l’unico a non farsi ingannare dal mainstream, mentre entrambi ripetono, punto per punto, il mainstream del Cremlino.

A legare i festival e gli intellettuali che vi partecipano sono le centinaia di proiezioni di contenuti RT – che Europa Radicale ha, in questi anni, mappato e catalogato –, alle quali d’Orsi, Basile e molti altri si sono spesso prestati e che abbiamo fatto bene a definire da sempre illegali: la Corte di giustizia dell’Unione europea, con una storica sentenza sul caso RT Germany, ha appena stabilito che la diffusione di quei contenuti è vietata, poiché considerati uno strumento di aggressione mediatica.

Ciascuno, in democrazia, è ovviamente libero di avere e manifestare le opinioni più discutibili, persino quelle speculari alla propaganda di un regime autoritario. Ma quando queste opinioni si traducono nel continuo capovolgimento della realtà in favore di un paese terzo, dobbiamo almeno alzare la nostra soglia dell’attenzione. Tanto più se consideriamo che la dottrina militare della Federazione Russa non fa mistero della propria strategia: i contenuti informativi e i partigiani occidentali che li diffondono all’estero sono considerati esplicitamente dalle autorità di Mosca come vere e proprie risorse strategiche da attivare per destabilizzare gli avversari, non certo per informarli.

Con i nostri esposti – per ora limitati alle Procure di Bologna, Torino e Roma – non chiediamo di processare le opinioni, che restano libere anche quando sono ripugnanti. Chiediamo invece alle autorità di approfondire le condotte: quelle di chi ha reso possibile organizzare un festival che non si sarebbe dovuto svolgere e quelle di chi stabilmente presta la propria immagine e la propria credibilità per scopi che sembrano collimare con gli interessi strategici di una potenza straniera.

In una società aperta, la libera formazione delle idee non è un dettaglio di contorno: è un’infrastruttura critica dello Stato, vitale esattamente come la rete elettrica, viaria o delle telecomunicazioni. Se questa infrastruttura viene inquinata e manipolata attraverso canali finanziati e orientati dall’esterno, le opinioni smettono di essere libere e si trasformano in un mezzo di propaganda bellica.

Sfruttare il pluralismo delle società aperte e democratiche per diseducare i cittadini a distinguere una menzogna da un’opinione alternativa non è una prova di tolleranza, ma un problema di sicurezza nazionale. Un paese poroso è un paese che ha abbassato le proprie difese immunitarie, scambiando l’ingenuità per apertura mentale. Difendere l’autenticità del dibattito pubblico e pretendere il rispetto delle leggi non significa censura, ma tutela della nostra libertà. La prima linea di difesa di una democrazia non consiste nel chiudere le bocche, ma nel tenere gli occhi aperti.

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