Arma tatticaPer Putin il cessate il fuoco sarebbe solo l’inizio di un’altra guerra

Una semplice tregua potrebbe diventare per il Cremlino uno strumento per destabilizzare l’Ucraina e dividere l’Occidente. Così potrebbe perseguire gli stessi obiettivi di sempre con mezzi diversi

AP/Lapresse

Nella notte tra lunedì e martedì la Russia ha colpito per il secondo giorno consecutivo nel porto di Odessa, uccidendo due persone a bordo di una nave mercantile e colpendo ancora una volta una delle infrastrutture civili più strategiche dell’Ucraina. Poche ore dopo, Kyjiv ha risposto annunciando di aver esteso la propria campagna navale dal Mar d’Azov al Mar Nero, rivendicando un attacco contro una ventina di imbarcazioni russe.

Lo scambio di colpi arriva mentre, a parole, continua a riaffacciarsi l’ipotesi di un cessate il fuoco. Ma una tregua, per il Cremlino, non significherebbe necessariamente la fine della guerra. Al contrario, Vladimir Putin potrebbe considerarla l’inizio di una fase diversa: meno combattimenti convenzionali, più pressione politica, diplomatica e informativa. Il cessate il fuoco potrebbe diventare, per l’autocrate russo, il modo per ottenere attraverso altre vie ciò che il suo esercito non è riuscito a conquistare sul campo di battaglia.

Dopotutto sarebbe una ripetizione di quanto già accaduto in passato. Dopo l’annessione della Crimea e l’intervento nel Donbas, Mosca accettò gli accordi di Minsk senza rinunciare ai propri obiettivi strategici. Era il 2014. La tregua congelò il conflitto, ma offrì al Cremlino il tempo necessario per consolidare le posizioni raggiunte, tentare di influenzare la politica ucraina e dividere gli alleati occidentali. Quella strategia non produsse i risultati sperati, e nel febbraio 2022 Putin passò all’invasione su larga scala.

Ne hanno parlato in un breve saggio su Foreign Affairs Michael Kimmage, direttore del Kennan Institute del Wilson Center ed ex consigliere del Dipartimento di Stato americano, e Hanna Notte, direttrice del programma Eurasia del James Martin Center for Nonproliferation Studies. Il loro ragionamento parte da un presupposto semplice: il Cremlino non considera la diplomazia l’alternativa alla guerra, ma uno dei suoi strumenti.

Non è una lettura isolata. Anche un recente rapporto di Chatham House invita a non confondere una tregua con una pace duratura. «Un cessate il fuoco negoziato non deve essere scambiato per una soluzione del conflitto», scrive il think tank. Al contrario, una tregua «affrettata o mal progettata» rischierebbe di offrire alla Russia l’opportunità di riorganizzare le proprie forze, continuando allo stesso tempo a esercitare pressione sull’Ucraina attraverso cyberattacchi, sabotaggi, campagne di disinformazione e interferenze elettorali.

La storia recente offre numerosi precedenti. Chatham House ricorda che Mosca ha già utilizzato lo stesso schema in Moldova, in Georgia e nei già citati accordi di Minsk: negoziati, cessate il fuoco e conflitti congelati sono stati trasformati in strumenti per consolidare le proprie conquiste e preservare la possibilità di riaprire il confronto militare in condizioni più favorevoli. «Non c’è motivo di credere che in Ucraina la Russia firmerebbe un cessate il fuoco che non sia in grado di violare o che non la metta nelle condizioni di riprendere le operazioni militari quando lo riterrà opportuno», si legge nel documento di Chatham House.

Il cuore della strategia, però, sarebbe soprattutto politico. Secondo Foreign Affairs, Putin accompagnerebbe qualsiasi apertura negoziale con la richiesta di nuove elezioni in Ucraina. Sia per sostituire Volodymyr Zelensky, sia per sfruttare il voto per alimentare campagne di disinformazione, amplificare accuse di corruzione, esasperare le divisioni interne e indebolire il percorso di integrazione europea di Kyjiv. In parallelo, Mosca potrebbe trascinare per mesi o anni negoziati inconcludenti sullo status dei territori occupati, cercando di ottenere una progressiva normalizzazione della propria presenza militare.

Sullo stesso tema, Chatham House suggerisce che Mosca punterebbe a imporre consultazioni presidenziali e parlamentari subito dopo l’entrata in vigore della tregua, nella speranza di favorire forze politiche «più favorevoli alla Russia o quantomeno più attente ai suoi interessi». Accanto a questo, il Cremlino continuerebbe a chiedere che l’Ucraina rinunci definitivamente all’ingresso nella Nato, che nessuna forza dell’Alleanza venga dispiegata sul suo territorio e che vengano imposti limiti permanenti alla ricostruzione delle forze armate ucraine.

La guerra cambierebbe forma senza cambiare nella sostanza. Anzi, Putin potrebbe sfruttare la tregua anche per riallacciare rapporti con alcuni Paesi europei, sostenere partiti favorevoli alla normalizzazione delle relazioni con Mosca e accentuare le divisioni tra Europa e Stati Uniti. Nel frattempo avrebbe il tempo di ricostruire parte delle proprie capacità militari e riallocare risorse verso altri teatri, dall’Africa al Caucaso.

Il rischio, sottolinea Chatham House, è che proprio l’Europa interpreti erroneamente una tregua come un miglioramento del proprio quadro di sicurezza. Come detto, la minaccia si sposterebbe dal campo di battaglia ad altri domini: operazioni ibride, pressione politica, guerra informatica e ricostruzione dell’apparato militare russo. «Per Mosca un cessate il fuoco rappresenta un’opportunità per raggiungere gli obiettivi della guerra attraverso mezzi politici anziché militari», scrive il think tank.

C’è un proverbio russo per descrivere questa strategia: «Non c’è nulla di più permanente del provvisorio». È la logica dei conflitti congelati che il Cremlino ha costruito nello spazio post-sovietico negli ultimi trent’anni. Ed è anche il motivo per cui un eventuale cessate il fuoco non dovrebbe essere considerato automaticamente l’inizio di una pace giusta.

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