
All’inizio i servizi digitali costano poco perché devono diventare un’abitudine. È successo con Netflix, con Spotify, con lo spazio cloud: aggrediscono il mercato con un prezzo chiaro e decisamente più conveniente rispetto al servizio offerto. Poi, quando milioni di persone hanno imparato a usare quel servizio ogni giorno, le aziende cambiano strategia. Il piano base resta, ma vale meno. Le funzioni migliori finiscono nei piani più cari. Chi usa poco resta vicino al prezzo d’ingresso. Chi vuole di più paga di più.
L’intelligenza artificiale ci ha intrappolato nello stesso meccanismo. L’abbonamento da circa venti euro al mese è servito a farci considerare normale chiedere a una macchina di scrivere una mail, riassumere un testo, spiegare un concetto o correggere un errore. Quella fase finirà prima o poi, ma non subito. La prossima sarà più cara e più frammentata. Non pagheremo semplicemente l’accesso, ma in base a quanto la useremo e soprattutto quanto lavoro le chiederemo di fare.
Un film su Netflix costa alla piattaforma più o meno lo stesso anche se lo guardano milioni di persone. Una risposta di ChatGPT, Claude o Gemini, invece, deve essere creata da zero ogni volta. Per farlo servono enormi centri pieni di server. Una domanda semplice costa poco. Una richiesta più pesante, come analizzare molte pagine, correggere codice, creare un video o seguire un compito in più passaggi, consuma più potenza. Per questo il prezzo dell’IA assomiglia meno a un normale abbonamento digitale e più a una bolletta infilata dentro un’app.
Lo ha spiegato con la solita retorica brutale Alex Karp, in un’intervista a Squawk Box, il programma del mattino dell’emittente statunitense CNBC, accusando le imprese Ia di aver venduto i loro modelli promettendo più di quanto oggi riescano a mantenere. Secondo l’amministratore delegato di Palantir, «qualcosa è andato completamente storto» perché molte aziende stanno pagando l’intelligenza artificiale come se ogni uso producesse automaticamente valore, ma non è così. Il punto non è solo il prezzo, ma il modo in cui quel prezzo viene misurato. I token, cioè i frammenti di testo che i modelli leggono e generano, indicano quanto la macchina lavora, non quanto quel lavoro sia davvero utile.
Karp ha raccontato che molti dirigenti, in privato, dicono di essere irritati perché pagano token che non creano valore. Spendono per far analizzare documenti, generare codice o costruire risposte complesse, ma non sempre riescono a capire se quel lavoro migliori i ricavi, riduca i costi o faccia risparmiare tempo. In più c’è un secondo timore: consegnare ai laboratori di IA dati, conoscenze interne e vantaggio competitivo. Per questo Karp insiste da tempo sul concetto di sovranità dell’intelligenza artificiale, cioè sulla possibilità per aziende e governi di tenere sotto controllo dati, modelli e infrastrutture. La critica è più che interessata perché Palantir vende proprio strumenti per controllare l’uso dell’IA nelle grandi organizzazioni. Ma indica bene dove sta andando il mercato.
Le aziende hanno tenuto basso il prezzo d’ingresso anche per una ragione concorrenziale: finché ChatGPT, Claude e Gemini costano più o meno come un abbonamento digitale tradizionale, è più difficile rubarsi utenti soltanto giocando sul prezzo. Sopra quella soglia, però, il mercato è già cambiato. OpenAI vende piani Pro da 100 e 200 dollari al mese. Anthropic fa lo stesso con Claude Max. Google AI Ultra, in Italia, arriva a 219,99 euro. La differenza non sta solo nelle funzioni, ma nella quantità di uso consentita. Tradotto: minori interruzioni, analisi di documenti più consistenti e lavoro di alto livello per ore. Anthropic permette già di comprare crediti aggiuntivi dopo aver raggiunto i limiti predefiniti.
Tra il 2027 e il 2028 il piano standard potrebbe salire verso i 30 euro nei mercati più ricchi ed entro il 2029, superare i 40 euro, come predetto dal New York Times nel 2024. Ma non lo faranno tutti allo stesso momento. Google può permettersi di assorbire parte dei costi perché vende l’intelligenza artificiale dentro un ecosistema più largo, con una suite che contiene già mail, documenti, cloud e video. OpenAI ha il vantaggio del marchio ChatGPT, ancora il nome più riconoscibile del settore, anche se la sua quota è scesa sotto il cinquanta per cento. Anthropic potrebbe muoversi prima degli altri perché punta su utenti disposti a pagare di più per strumenti percepiti come affidabili nel lavoro lungo, soprattutto nella scrittura di codice.
Le aziende non hanno interesse ad alzare ulteriormente il prezzo per gli abbonamenti base perché il mercato pagante è ancora piccolo e fragile. Secondo il Bank of America Institute, negli Stati Uniti solo il 3 per cento delle famiglie paga oggi per servizi di intelligenza artificiale; tra chi paga, la spesa tipica resta attorno ai 20 dollari e una piccola minoranza supera già i 100. Il grande pubblico va ancora tenuto dentro. Per questo il piano standard resterà probabilmente vicino alla soglia attuale quest’anno e il prossimo, ma con dei limiti.
Alcuni piani economici potranno reggersi sulla pubblicità. OpenAI ha già iniziato a testare annunci nei livelli gratuiti e in ChatGPT Go, il piano da 8 dollari pensato per abbassare la soglia d’ingresso. È un modo per far pagare meno l’utente e incassare dagli inserzionisti. Secondo Axios, OpenAI prevede 2,5 miliardi di dollari di ricavi pubblicitari nel 2026 e punta ad arrivare a 100 miliardi entro il 2030. Se quelle entrate cresceranno davvero, aiuteranno a mantenere basso il prezzo dei piani base. Se non basteranno, la pressione sugli abbonamenti aumenterà.