Calvario mediterraneoCosa sappiamo delle torture subite dai migranti nei centri di detenzione libici

In “Sotto la sabbia”, Giampaolo Cadalanu riporta il racconto di alcuni sopravvissuti alle violenze di un sadico carceriere libico. Il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha dimostrato che questa è la gestione standard dei flussi migratori in tutto il Paese nordafricano

LaPresse

Il racconto del trattamento riservato ai migranti nei campi di detenzione libici è raccapricciante. Chi finiva nelle mani degli aguzzini pagava carissimi i suoi sogni di una vita migliore e le certezze degli europei, la garanzia di non subire “invasioni” e, allo stesso tempo, il desiderio di affidare ad altri il lavoro più ignobile, e non vedere gli abusi. Ogni tanto, però, chi riusciva ad arrivare dall’altra parte del Mediterraneo poteva testimoniare, e in certi casi persino avere giustizia. È successo a un gruppo di somali che, in un centro di accoglienza di Milano, hanno riconosciuto il loro carnefice nei campi di Bani Walid e di Sabratha, lo hanno denunciato e fatto condannare all’ergastolo.

Quello che segue è il racconto dei maltrattamenti subiti dai migranti fra il 2015 e il 2016, ricavato dalle testimonianze delle parti civili nei tre gradi del processo contro Osman Matammud detto “Ismail”, “gestore” del campo di detenzione di Bani Walid per conto di un altro somalo, identificato come Kalifa, Ali Bur oppure Ali Omar:

Abdiraman, minorenne all’epoca – Ismail minacciava di picchiare e uccidere chi non avesse pagato. Ripeteva spesso: «Posso uccidere quando voglio e come voglio. Posso fare quello che voglio». Io sono stato picchiato più volte perché il mio pagamento tardava ad arrivare. Una volta sono stato legato e picchiato da Ismail che mi ha messo la testa in un secchio d’acqua. Un’altra volta sono stato colpito alla testa con un sasso e ferito sul costato con un cavo elettrico. Una volta Ismail è entrato nel capannone e per il solo fatto che io ed altri stavamo parlando, mi ha lanciato un coltello, ferendomi alla mano.

Idris, minorenne all’epoca – Eravamo rinchiusi in un capannone dove non si vedeva mai il sole, privo di letti. Era circondato da uomini armati. Il cibo era poco e veniva distribuito due volte al giorno. Le porte rimanevano sempre chiuse, venivano aperte solo in tre occasioni: quando bisognava pagare, quando veniva comunicato che qualcuno aveva pagato, quando qualcuno doveva essere picchiato o qualche ragazza doveva essere presa. In tutto il periodo eravamo così debilitati che stentavamo a reggerci in piedi. Potevamo andare al bagno solo durante il giorno, di notte c’era chi urinava dentro il capannone. Le condizioni igieniche erano pessime, era pieno di pidocchi e gran parte delle persone aveva infezioni alla pelle. Ismail ci imponeva di chinare la testa quando passava, diceva di essere il nostro Dio. Usava anche l’acqua per tormentare i prigionieri, che venivano appesi a testa in giù con mani e piedi legati. A chi urlava veniva messa la sabbia in bocca.

Abduli – Appena arrivati al campo Ismail ci ha detto: «Da qui possono uscire solo due generi di persone. Chi ha versato i soldi e chi è morto».

Aidourousse – Sono stato portato più volte fuori dal capannone e massacrato da Ismail. Una volta mi ha denudato e picchiato per quattro ore, mi ha bruciato i testicoli con l’elettricità, mi ha ustionato la spalla facendo sciogliere una busta di plastica sulla pelle.

Ido, minorenne all’epoca – Un giorno, poco dopo che ero arrivata al campo di Bani Walid, Ismail mi ha strappato i vestiti davanti a tutti e mi ha trascinato nuda nella sua stanza, mi ha legato le mani dietro la schiena, mi ha aperto le gambe e mi ha violentata. Poiché ero infibulata, Ismail mi ha aperto l’infibulazione con uno strumento metallico per potermi penetrare. Piangevo e urlavo, e sono svenuta per il dolore. Quando mi sono svegliata ero in un lago di sangue. Il mattino seguente Ismail mi ha dato un calcio e mi ha detto: «Adesso ho soddisfatto i miei bisogni, te ne puoi andare. Vai via».

Ogni volta che voleva, Ismail entrava nel capannone e mi diceva di camminare davanti a lui. Mi portava nella stanza, mi legava le mani dietro la schiena e mi violentava. Quando aveva finito mi rimandava al campo e mi diceva di non parlare con nessuno e di entrare nell’hangar sorridendo perché nessuno doveva accorgersi che stavo male. Le violenze non sono finite nemmeno dopo che mia madre ha pagato. Ismail era un vero torturatore, un uomo veramente cattivo che gode a fare del male. Era molto fiero di sé, ci diceva sempre: «Io non sono somalo, non sono musulmano, sono il vostro padrone».

(…) La violenza, hanno appurato i giudici di Milano, serviva a far pressione sulle famiglie delle vittime perché recuperassero in fretta le somme pattuite per l’ingresso clandestino in Italia, le percosse diminuivano solo dopo il pagamento. Almeno quattro sequestrati, le cui famiglie non avevano potuto pagare, furono uccisi. La sentenza chiarì che i maltrattamenti avevano anche lo scopo di dare “un monito” agli altri reclusi, sulle conseguenze a cui si sarebbero esposti in caso di ribellione o non obbedienza. Al di là del sadismo patologico che caratterizzava “Ismail”, va notato che i testimoni avevano riferito di violenze anche in tutti gli altri campi di detenzione dove erano stati trattenuti.

La situazione fu confermata dal rapporto della missione indipendente di accertamento dei fatti pubblicato nei primi mesi del 2023 dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (UNHRC). Gli esperti dell’ONU, pur con la tradizionale prudenza di linguaggio che caratterizza l’istituzione, ebbero pochi dubbi: c’erano motivi sufficienti per credere che contro migranti e cittadini libici erano stati commessi crimini contro l’umanità.

La missione chiarì di aver documentato fra l’altro casi di detenzione arbitraria, omicidio, tortura, stupro, riduzione in schiavitù, asservimento sessuale, uccisioni stragiudiziali e sparizioni, spesso con l’aggravante di elementi razzisti. I crimini erano avvenuti ovunque: nei campi di Tariq al Matar, Abu Salim, Ayn Zarah, Abu Isa, Gharyan, Tariq al Sikka, Al Mabani, Salah al Din e Zawiyah, così come nei centri non ufficiali di detenzione di Al Shwarif, Bani Walid, Sabratha, Zuwarah e Sebha.

Ma forse l’informazione più efficace per descrivere il calvario dei migranti si può sintetizzare in una parola sola: nel rapporto si leggeva che “tutti” i profughi intervistati avevano confermato di essere passati attraverso questo ciclo di violenze. Tutte le persone interpellate (circa 100, su oltre 670.000 migranti da 41 Paesi diversi presenti in Libia in quel periodo) avevano raccontato agli investigatori delle Nazioni Unite storie da incubo. La violenza aveva inizio con l’ingresso in Libia, la cattura e il trasferimento da un gruppo di trafficanti all’altro, in un inferno senza fine che ovviamente non prevedeva nessun passaggio giudiziale, nemmeno quando a gestire i profughi erano i funzionari delle forze governative libiche.

Gli investigatori dell’UNHRC puntarono il dito sulla Guardia costiera, sulla Direzione per la lotta all’immigrazione illegale – dipendente dal ministero dell’Interno di Tripoli – e sull’Apparato di sostegno alla stabilità, creato dal Consiglio di presidenza. Queste ultime due etichette, a leggere fra le righe del rapporto, sembravano essere state inventate per “riverniciare” due milizie armate, dedite a ricatti, estorsioni, rapimenti in accordo con gli stessi trafficanti che avrebbero dovuto combattere.

Dopo aver ribadito che questi organismi libici erano sostenuti dall’Unione Europea finanziariamente, tecnicamente e con l’invio di equipaggiamenti – come le imbarcazioni – utilizzati per l’intercettazione e la detenzione dei migranti, gli esperti dell’ONU chiusero il rapporto con le abituali raccomandazioni conclusive.

E proprio alla fine, alla lettera G del punto 103, gli investigatori sottolinearono la necessità di “rispettare il principio di non respingimento del diritto internazionale consuetudinario e cessare ogni sostegno diretto e indiretto agli attori libici coinvolti in crimini contro l’umanità e gravi violazioni dei diritti umani contro i migranti, come la Direzione per la lotta all’immigrazione illegale, l’Apparato di sostegno alla stabilità e la Guardia costiera libica”.

 

Tratto da Sotto la sabbia. La Libia, il petrolio, l’Italia, di Giampaolo Cadalanu, ed. Laterza, 264 pagine, 19,00€

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