
Scrivo questa paginetta alle otto di sera del venerdì, mentre a New York è l’ora di chi pranza tardi e a un eventuale matrimonio del venerdì sera mancano ancora ore. Quindi scrivo senza una foto ufficiale, una certezza, un niente.
Ventinove giorni fa, il 5 giugno, Tmz – sito pettegolo impresentabile che però spesso ha notizie: furono i primi a scrivere che era precipitato l’elicottero su cui era Kobe Bryant, e pubblicarono il video più caro ai pettegoli dello scorso decennio, quello in cui la sorella di Beyoncé picchiava Jay Z – scrisse che Taylor Swift si sarebbe sposata nel weekend più festivo d’America, quello di Independence Day, al Madison Square Garden, cioè in un posto in cui normalmente si fanno i concerti o le partite.
Mi arresi subito al fatto che la notizia rappresentasse una volta di più lo sbriciolamento del confine tra vero e verosimile, tra parodia e realtà. Si sposa in un palasport? Non ci credo neanche se lo vedo, ma potrebbe benissimo essere vero.
I giornali americani passarono quel fine settimana ad analizzare i perché e i percome della scelta, scelta che non aveva nessuna conferma ufficiale ma che veniva comunque presa sul serio. È il posto perfetto, spiegarono, perché ha i parcheggi sotterranei, per i mille invitati famosi e perseguitati dai paparazzi. E non ha finestre, quindi nessuno può fare foto tranne chi è dentro.
E neanche chi è dentro, se sequestrano i telefoni agli invitati, cosa che se io fossi una che pur essendo famosissima ha l’ambizione d’avere della riservatezza farei continuamente, anche a una cena per sei persone, figuriamoci a un matrimonio per mille. Ma la Taylor da questo punto di vista mi pare ambigua, vuole sposarsi senza finestre ma poi pubblica la proposta di matrimonio su Instagram (ad agosto dell’anno scorso: il post ha attualmente 37 milioni e mezzo di cuoricini, neanche molti considerato che lei la seguono in 273 milioni).
Tra quando io scrivo questa paginetta, nel loro venerdì pomeriggio, e quando voi la leggete, nel loro venerdì notte, probabilmente Taylor e Travis (Kelce, giocatore di football: Taylor è nella fase Joe Di Maggio dei suoi cicli esistenziali di diva bionda) si sono sposati, anche se secondo PageSix (la sezione pettegola del New York Post) si sono già sposati a Nashville e quella di New York sarebbe una replica, e comunque all’anagrafe di New York non risulta sia stata emessa una licenza matrimoniale per la coppia.
Però ci sono le immagini degli amici che vanno alla cena della vigilia (sempre al Madison Square Garden), e sul Daily Mail ci sono strepitose foto che danno l’idea della disperazione dei poveri tabloid quando devono mostrare ai lettori qualcosa cui non hanno accesso. Didascalia davvero pubblicata, sotto la foto di un tizio con una divisa da catering che attraversa la 33esima strada all’altezza dell’Ottava avenue: «Un uomo che si crede sia parte del matrimonio porta un enorme contenitore».
C’è il video di Lena Dunham che, arrivando alla cena del giovedì, abbassa il finestrino per parlare con qualcuno che sta dirigendo il traffico: ma perché non lascia che ci parli l’autista restando nascosta dietro il vetro oscurato? Vuole dunque alimentare il circuito di noi impiccioni e di chi filma i famosi per farci contenti?
E c’è un’immagine di una macchina che sarebbe quella che poco fa, venerdì pomeriggio, ha lasciato Taylor a casa di Gigi Hadid, forse damigella o forse solo amica che deve aiutarla a prepararsi. Il culo di una macchina con la targa cancellata ma che il Mail ci garantisce essere proprio la macchina di Taylor.
Sembra la mattina in cui arrestarono il fratello del re d’Inghilterra ed eravamo tutti sintonizzati sulla Bbc che non aveva niente di niente da mostrarci, se non un vialetto con due poliziotti e un inviato che ci ripeteva che quella alle sue spalle era la parte di tenuta reale in cui Andrew era stato arrestato: però a fissare quel niente ci sentivamo di non stare perdendoci un evento storico.
Il matrimonio di Taylor Swift, ammesso ce ne sia davvero uno, è la storia perfetta per questo nostro tempo, perché quando una storia è così fatta di pezzettini sparsi accontenta tutti. La sposa che voleva i gigli ma la fioraia di New York le ha fatto capire che li aveva presi tutti Taylor? Ce l’abbiamo, ha scritto a Deux Moi, pagina Instagram di pettegolezzi.
L’amica esclusa? Ce l’abbiamo, Blake Lively è stata fotografata distante da New York, sarebbe la conferma dei pettegolezzi che dicono che Taylor si è innervosita per essere stata coinvolta nel pasticcio legale con Justin Baldoni e le due non sono più amichette del cuore.
Il potenziale incontro imbarazzante? Ce l’abbiamo: ovviamente al banchetto nuziale ci sarà Jack Antonoff, già fotografato mentre arrivava – vestito d’un male ma d’un male – alla cena del giovedì, ed ex fidanzato di Lena Dunham, che nella sua recente autobiografia “Famesick” dice cose tremende della loro storia (ma facendo finta di non dirle, essendo furba quasi quanto Taylor nel manipolare il materiale autobiografico).
La polemica politica? Ce l’abbiamo: mentre il sindaco Mamdani raccomanda di non tenere l’aria condizionata sotto i 25 gradi e mezzo perché gli impianti elettrici newyorkesi potrebbero non reggere il sovraccarico, il Madison Square Garden è illuminato a festa, e i tabloid calcolano che tra deviazioni al traffico e polizia il tutto costi alla città almeno un milione: quanto una processione «di media entità», dice il New York Times, meno di quella del giorno del Ringraziamento.
(E poi i poveri newyorkesi che volevano andarsene per il weekend si trovano pure con la stazione non a pieno regime perché l’entrata dalla 33esima strada è chiusa, quel tratto da ieri all’una era vietato persino ai pedoni; e i poliziotti dicono ufficiosamente ai giornalisti che sono i duecentocinquant’anni dell’America e insomma la polizia dovrebbe badare ai rischi d’attentato, mica ai matrimoni).
La polemica generazionale? Ce l’abbiamo, con gli opposti schieramenti di fan che bisticciano per stabilire se sia stata Taylor, quella giovane stronza, a decidere di sposarsi il 3 luglio per far ombra all’uscita del nuovo disco della Ciccone, o se sia stata Madonna, quella vecchia stronza, a stabilire l’uscita del disco proprio nel giorno in cui si sposava la biondina usurpatrice di titolo di popstar più famosa del mondo.
L’appendice trumpiana? Non poteva mancare. C’è il New York Times che calcola che l’affitto a Taylor dovrebbe costare il doppio di quando Trump fece un comizio al Madison Square Garden, avendolo lei affittato per due giorni, e poi c’è lo stesso Donald che posta delle immagini con lo slogan dell’ultima tournée di Taylor, «it’s been a long time coming».
Il matrimonio tra Taylor Swift e Coso Lì Comesichiama è come uno di quei filmoni per famiglie che si producevano quando esisteva il cinema: contiene qualcosa che possa piacere a tutti. Ma soprattutto, è una favolosa lezione per il secolo convinto che il segreto della rilevanza stia nella comunicazione.
La quasi totale astensione dalla stessa è, sempre, il più funzionante dei trucchi. Nessun invitato ha detto mezza parola a mezzo giornale; gli sposi non hanno mai confermato che il matrimonio sia effettivamente questo weekend; persino gente non avvezza ai media, come la madre dello sposo, braccata in aeroporto da Entertainment Tonight, si limita a sorridere muta.
Eppure – proprio per questo – siamo tutti qui a elemosinare frammenti d’inquadrature, dettagli da ingrandire, conferme d’una notizia non ufficiale. Ho capito che a Taylor andava data una laurea onorifica in comunicazione quando ho visto descrivere una storia Instagram in cui Selena Gomez si metteva sulle labbra un rossetto da lei stessa prodotto con le parole «Selena si riprende mettendosi il rossetto sul sedile posteriore di una macchina, probabilmente diretta al matrimonio di Taylor». Il matrimonio della principale star del decennio complottista è un successo: non è ufficiale, epperciò è vero.