
Altro che il vecchio omonimo film con Paul Newman, questa “lunga estate calda” non promette nulla di buono.
Come se non bastassero le guerre infinite, i prezzi al rialzo, un governo, direbbe Giuliano Ferrara, sempre più truce, una sinistra che si azzuffa su un futuro che non sa immaginare, ecco che piomba una specie di strategia della tensione vecchio-nuova.
La destra è partita all’attacco sul fronte che le è più congeniale, quello securitario, come i battaglioni di Napoleone sulla spianata di Waterloo, menando fendenti da tutte le parti. Victor Hugo scrisse nei Miserabili che «l’imperatore, sebbene ammalato e disturbato a cavallo da un dolore, non era mai stato tanto di buonumore come quel giorno; fin dal mattino la sua impenetrabilità sorrideva»: non vorremmo che le classi dirigenti del Paese, come Bonaparte, non si rendessero conto di quello che potrebbe succedere. Perché purtroppo è un fatto inconfutabile che la destra formato Fratelli d’Italia-Lega stia soffiando sul fuoco.
Dal caso di Mario Roggero fino alla spaventosa morte di Abderrahim Fakir nel quartiere Pilastro di Bologna – questa specie di Ice all’italiana sulla quale è aperta un’indagine che si spera dia risultati in tempi brevi – si ripropone l’interrogativo sul rapporto che la destra ha con la violenza. La destra di governo, non i gruppetti col braccio teso di via Acca Larentia.
La destra – corsi e ricorsi – che era al governo venticinque anni fa nei giorni del G8 di Genova, con l’allora vicepremier Gianfranco Fini nella sala operativa della Questura genovese e Claudio Scajola al Viminale. È come se, puntualmente, quando la destra governa, a un certo punto venisse avanti la tentazione dell’antico «sovversivismo delle classi dominanti» nella forma non del colpo di Stato alla cilena ma in quella dell’alterazione scientemente perseguita delle regole della civiltà liberale.
Così accade che la presidente del Consiglio prenda a schiaffi una sentenza definitiva: tutti possono farlo, pure quel mattocchio di Elon Musk, tranne lei, che guidando il potere esecutivo non può mettersi in rotta di collisione con quello giudiziario né tantomeno intimidirlo. E il vicepresidente Matteo Salvini vorrebbe candidare Roggero, facendo finta – almeno si spera per lui che faccia finta – di non sapere che è incandidabile. Facendo presentare a uno dei suoi seguaci più folcloristici, l’ineffabile Claudio Borghi, una legge secondo la quale la difesa è sempre legittima, indipendentemente dal contesto.
Oltre l’Ice, il Far West. Dicono retroscena non smentiti che a settembre Salvini tornerà al Viminale con il consenso di Giorgia Meloni, in chiave “anti-Vannacci”, questo ardito dei poveri che scopiazza il mussolinismo più grottesco, il cameratismo del “me ne frego”, un Leandro Arpinati da quattro soldi. Uno cui l’improvviso successo sta dando alla testa, perché nessuna persona equilibrata farebbe una clip con lui stesso davanti al popolo romano in festa mentre Schlein e Conte sono legati a un palo e finiscono nella fossa dei leoni.
Vannacci recupera il protofascismo inquietando i Fratelli che si stavano dando una ripulita e sentono olezzi antichi; e c’è da temere un Salvini che gli fa concorrenza sul suo terreno, pronto a indossare i panni del ministro di polizia se in autunno dovesse partire un’onda di protesta nelle scuole e nelle università.
Il tutto dovrebbe incrociarsi con una sicura fase di acutissima tensione negli Stati Uniti, con un Donald Trump in assetto eversivo, una campagna elettorale francese dominata dalla destra lepenista e l’avvio di una campagna italiana che vivrà sulla faglia dello scontro fascismo-antifascismo. L’unica speranza per evitare un autunno bollente tale da sfiorare un disastro democratico sarebbe che Giorgia Meloni rifiutasse di fare la leader di una destra antica. Per ora, però, le premesse dicono tutt’altro.