Due anni dal Rapporto DraghiMentre discutiamo di reati, perdiamo l’industria

L’Europa prova, con molti limiti, a costruire una politica industriale. In Italia, invece, il dibattito resta dominato dalla sicurezza percepita, mentre la vera sfida è la competitività: senza investimenti, innovazione e manifattura, il futuro si costruirà altrove

Mario Draghi, già presidente del Consiglio e governatore della Banca centrale europea
AP/LaPresse

Lunedì 20 luglio Mario Draghi è tornato alla Commissione per un pranzo con Ursula von der Leyen. All’uscita, tre parole: «andato molto bene». I numeri sono meno diplomatici: secondo l’European Policy Innovation Council, delle 383 raccomandazioni del Rapporto solo 60 pienamente attuate – il 15,7% – e 225 mai partite. A quasi due anni dalla presentazione, il piano più celebrato d’Europa non è ancora la sua agenda.

La prova più recente è l’Industrial Accelerator Act, la proposta del 4 marzo che dell’agenda Draghi doveva essere il braccio industriale. Assonime le ha dedicato un Position Paper dal titolo eloquente – «Acceleratore o freno?» – e i dati spiegano perché. In venticinque anni il peso della manifattura sul prodotto interno lordo dell’Unione è sceso dal 17,4% al 14,3%. La Cina, nello stesso arco, è salita dal 9% al 28% del valore aggiunto mondiale. La Commissione risponde con un obiettivo: manifattura al 20% del PIL entro il 2035. Intanto la spesa privata in ricerca, la variabile che predice la competitività di domani, resta ferma all’1,5% del PIL, contro il 2,7% degli Stati Uniti e il 2% della Cina.

È il bivio del dirigismo gentile: si può decretare la quota di industria, oppure si possono costruire le condizioni perché convenga investire in industria. La prima strada produce obiettivi. Solo la seconda produce manifattura.

Il merito della proposta non va negato: punti di accesso unici, un mercato guida per il «Made in EU» negli appalti, zone di accelerazione industriale. Dopo decenni di sola regolazione, Bruxelles ammette che il mercato da solo non basta. Ma tre debolezze rischiano di trasformare l’acceleratore in freno. L’obiettivo del 20% guarda il futuro dallo specchietto retrovisore, mentre semiconduttori, intelligenza artificiale e calcolo quantistico restano fuori dai settori strategici. Si fissano traguardi ambiziosi senza una capacità fiscale europea che li sostenga, affidandoli a ventisette bilanci nazionali. E requisiti di origine mal calibrati fanno salire i costi: escludere il fotovoltaico cinese, calcola la stessa Commissione, raddoppierebbe il prezzo dei pannelli. Intanto in Consiglio la Germania di Friedrich Merz, col sostegno italiano, ha allargato talmente il perimetro dell’equivalenza che nel «Made in EU» rischia di rientrare quasi tutto ciò che non è prodotto in Cina. Una preferenza europea che non preferisce niente.

E Roma? Nel luglio in cui Bruxelles misura i propri ritardi industriali, il Consiglio dei ministri licenzia l’ennesimo ddl sicurezza – nuovi reati, nuove aggravanti – per un’emergenza dichiarata più che dimostrata. Dichiarata, appunto: lo stesso ministro dell’Interno ha certificato in Senato reati in calo del 13% in dieci anni e omicidi quasi dimezzati; con 0,57 casi ogni centomila abitanti, contro una media europea di 0,91, l’Italia è il più sicuro dei grandi Paesi. Eppure, tre italiani su quattro, rileva il Censis, percepiscono strade più pericolose. Su questo scarto si costruisce una campagna elettorale aperta inseguendo il consenso crescente di chi scala i sondaggi parlando solo di identità: una formazione di sei mesi che ha già superato un partito di governo. Anziché pensare a ciò a cui dovrebbero, pensano a questo: la sicurezza dimezzata. Del futuro della manifattura, nemmeno una parola. Guardare alla sicurezza urbana è giusto: i cittadini chiedono strade sicure e hanno ragione. Ma accanto a quella c’è la sicurezza per il futuro: il lavoro che resta, l’impresa che investe, il territorio che non si svuota. La prima risponde alla paura, la seconda al bisogno: e non è davvero libero chi teme la strada sotto casa, né chi teme per il proprio domani. Nessuna delle due si costruisce dando in pasto ai cittadini norme-manifesto che non risolvono i problemi e spesso nascono già inapplicabili: chi non sa governare la complessità governa l’annuncio, alimentando – contro i propri stessi dati – la paura che promette di combattere. Il conto arriva a persone precise: ad Adriana, imprenditrice della componentistica in Brianza, che vede i clienti acquistati da gruppi stranieri e chiede una strategia, non un nuovo reato; al sindaco che pagherà di più acciaio e calcestruzzo senza un fondo comune che compensi; all’ingegnere che emigra verso i settori che l’Europa non ha nemmeno elencato.

È qui che la politica industriale rivela la sua natura sistemica: tutto si tiene, o niente regge. Senza energia a costi competitivi, il rilancio promesso dall’IAA è fuori portata. Senza il mercato unico dei capitali, i risparmi europei finanzieranno l’industria americana. Senza formazione, le zone di accelerazione produrranno capannoni senza ingegneri. E senza industria non c’è sicurezza che tenga: nessun codice penale protegge un territorio dal declino produttivo.

La misura del successo l’ha data Draghi ad Aquisgrana, ritirando il Premio Carlo Magno: l’appetito europeo per la politica industriale è comprensibile e necessario, ma insufficiente; il Made in Europe ha senso se usa la domanda europea in modo deliberato, offrendo alle industrie a orizzonte lungo – semiconduttori, tecnologie pulite, difesa – un mercato grande e stabile che giustifichi l’investimento qui. Non una quota da decretare: una convenienza da costruire.

Da qui le correzioni alla portata del negoziato: affiancare alla quota di manifattura obiettivi di investimento privato e di ricerca, con un aggiornamento periodico dei settori strategici; agganciare l’IAA alla Savings and Investment Union e a una capacità fiscale comune; fare della prevedibilità la vera semplificazione. Per l’area riformista è una prova di identità. A noi non interessa il vuoto di chi riduce la sicurezza a un elenco di reati, né il governo che lo insegue: interessa il disagio reale dei cittadini, dove siamo e dove vogliamo andare. Chi ha invocato per due anni l’attuazione dell’agenda Draghi non può accontentarsi del passaggio da un’Europa che regola a un’Europa che prova a fare politica industriale. Deve pretendere quello successivo: un’Europa che investe.

L’industria non si decreta: si rende conveniente. E ciò che l’Europa non renderà conveniente qui, qualcun altro lo costruirà altrove.

X