
Il consenso della premier Sanae Takaichi sta scendendo proprio mentre il Giappone comincia finalmente a uscire dal lungo ciclo di prezzi fermi e crescita debole iniziato negli anni Novanta. Il miglioramento si vede nelle imprese e sui mercati, ma tarda ad arrivare nella vita quotidiana dei giapponesi. Dopo lo scoppio della bolla immobiliare e finanziaria, il Giappone ha trascorso più di trent’anni con salari quasi immobili e investimenti prudenti. I consumatori si erano abituati a prezzi stabili o in discesa. Le aziende accumulavano liquidità e rinviavano le decisioni più rischiose. La Banca del Giappone teneva il denaro vicino allo zero, senza riuscire a riaccendere davvero la domanda. Quel mondo ormai sta finendo.
L’inflazione arrivata dopo la pandemia ha dato la prima spinta. Ora il cambiamento nasce soprattutto dalla scarsità di lavoratori dovuto al calo della popolazione. Le imprese faticano ad assumere e gli aumenti salariali diventano più difficili da evitare. Anche l’automazione non è più una spesa rinviabile; per le imprese che non possono permettersi di aumentare il personale, l’alternativa è l’acquisto di costoso nuovo macchinario o un software gestionale.
È cambiato anche il comportamento delle imprese. Per anni, quando aumentavano i costi, molte aziende evitavano di ritoccare i listini: preferivano ridurre i propri margini pur di non perdere clienti. Oggi riescono più facilmente a trasferire una parte dei rincari sui prezzi finali. Secondo il Financial Times, questo cambiamento indica che il Giappone sta passando da un’economia in cui la domanda era troppo debole a una in cui le imprese incontrano sempre più difficoltà a soddisfarla, soprattutto per la scarsità di lavoratori e i limiti della capacità produttiva.
Gli economisti misurano questa situazione attraverso l’output gap, cioè la differenza tra quanto un paese produce e quanto potrebbe produrre impiegando pienamente lavoratori, impianti e macchinari. Quando il divario si avvicina allo zero, l’economia sta operando quasi al massimo delle proprie capacità. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, il Giappone è vicino a questa condizione. Sempre l’Ocse prevede un aumento del prodotto interno lordo dello 0,6 per cento nel 2026 e dello 0,8 per cento l’anno successivo. In un paese che perde abitanti e invecchia rapidamente sono tassi vicini al suo potenziale. La qualità della crescita conta più della velocità.
Se salari e consumi riusciranno a sostenersi a vicenda, il Giappone avrà superato uno dei lasciti più resistenti della crisi degli anni Novanta. Per ora il motore principale rimane la domanda interna, aiutata dai sussidi energetici. Le grandi società dispongono ancora di profitti elevati e continuano a investire. Una parte crescente della spesa riguarda tecnologie capaci di compensare la mancanza di personale. Il ciclo mondiale dell’intelligenza artificiale offre un altro sostegno. Il Giappone produce materiali e componenti che servono ai semiconduttori e ai centri dati, anche se non occupa il centro della scena nell’industria dei grandi modelli linguistici.
A giugno il valore in yen delle esportazioni è aumentato del 19,3 per cento rispetto all’anno precedente. Sono cresciute le vendite legate ai centri dati. Negli Stati Uniti è andata bene anche l’industria automobilistica giapponese, favorita dalla domanda di modelli ibridi. Lo yen debole aiuta: rende i prodotti più competitivi e gonfia in valuta nazionale i ricavi ottenuti all’estero.
Il conto però viene pagato sul mercato interno. Il Giappone compra fuori dal paese gran parte dell’energia che utilizza. Importa anche molto cibo. Con il cambio vicino a 163 yen per dollaro, ogni acquisto all’estero pesa di più. A giugno il valore delle importazioni è salito del 25,4 per cento e ha raggiunto il record di 11.300 miliardi di yen. Il volume del petrolio importato è diminuito, mentre la spesa è cresciuta con forza. La bilancia commerciale è tornata in deficit.
Il ritorno dell’inflazione dopo la deflazione ha un costo immediato. I salari nominali aumentano, ma per anni sono cresciuti meno dei prezzi. Se la ripresa salariale si fermasse e i prezzi tornassero a correre più degli stipendi, le famiglie ridurrebbero le spese non essenziali, indebolendo il principale motore della ripresa. A giugno l’inflazione è salita all’1,6 per cento annuo, ma è rimasta sotto l’obiettivo del 2 per cento per il quinto mese consecutivo.
La Banca del Giappone ha portato a giugno il tasso di riferimento all’1 per cento, il livello più alto da trentuno anni. Diversi economisti giapponesi si aspettano che il tasso raggiunga almeno l’1,50 per cento entro la metà del 2027. Tassi più alti possono frenare l’inflazione e dare qualche sostegno allo yen, ma rendono ancora più costosi i finanziamenti. Le famiglie indebitate lo vedono nei mutui; le aziende più fragili nei rinnovi dei prestiti. Aumenta anche la spesa per interessi dello Stato, che porta sulle spalle un debito superiore al doppio del prodotto interno lordo.
Per le imprese giapponesi è una disciplina quasi nuova. Intere generazioni di dirigenti hanno lavorato con denaro gratuito o quasi. Alcune società poco produttive hanno potuto restare in attività grazie al rifinanziamento continuo. Ora devono fare i conti con il costo del capitale. Le aziende più forti, intanto, hanno maggiori incentivi a impiegare la liquidità accumulata.
Non a caso sta nascendo una nuova stagione di fusioni che fino a pochi anni fa sarebbe sembrata improbabile perché il denaro fermo in cassa perde valore con l’inflazione; investire o comprare un concorrente diventa più conveniente che aspettare. Il governo nazionalista di Takaichi vuole spingere nella stessa direzione: il piano economico approvato a luglio punta a mobilitare oltre 370.000 miliardi di yen di investimenti pubblici e privati entro il 2040. La premier vuole concentrare le risorse nei settori considerati strategici e recuperare il terreno perduto negli anni di prudenza. È una politica ispirata all’espansionismo economico di Shinzo Abe, applicata però a un paese molto diverso da quello dell’inizio degli anni Dieci.
I mercati guardano con sospetto la parte finanziaria del progetto. Il timore è che Tokyo aumenti ancora la spesa senza spiegare come stabilizzerà il debito. Le prime bozze del piano sembravano inoltre suggerire che il governo volesse orientare le decisioni della banca centrale. I titoli pubblici hanno reagito male e il rendimento decennale ha toccato il 2,9 per cento. L’esecutivo ha corretto più volte il testo e inserito un richiamo esplicito all’indipendenza della Banca del Giappone. Le modifiche hanno calmato in parte il mercato, ma il sospetto resta.
Questa incertezza pesa su Takaichi insieme al costo della vita. La premier era arrivata al potere con indici di gradimento alti, rafforzando la propria posizione con la vittoria elettorale di febbraio. A luglio la discesa è diventata evidente in quasi tutte le rilevazioni. Il sondaggio più duro è quello dell’istituto Mainichi: per la prima volta i giudizi contrati sono più alti dei favorevoli (44 contro 41 per cento).
La premier ha dedicato la gran parte del capitale politico all’approvazione di provvedimenti identitari che sembrano lontani dalle esigenze dei giapponesi. Come la revisione della legge sulla Casa imperiale che consente alle donne della famiglia regnante di conservarne lo status dopo il matrimonio. La legge sul vilipendio della bandiera nazionale ha aperto un altro conflitto, questa volta sulla libertà di espressione, cos’ come ci sono state polemiche a per tentare di approvare il progetto della seconda capitale, Osaka, sostenuto dal Japan Innovation Party. L’opposizione ha accusato il governo di lasciare poco tempo al confronto e ha sospeso temporaneamente la partecipazione ai lavori. La questione della principessa imperiale è politicamente sensibile perché l’imperatore Naruhito e sua moglie Masako hanno solo una figlia, Aiko, che al momento è esclusa dalla successione perché la legge ammette soltanto uomini della linea paterna. Il governo non è intervenuto nonostante secondo gli ultimi sondaggi, un’ampia maggioranza di giapponesi sia favorevole a un cambiamento della legge.
Resta poi la revisione dell’articolo 9 della Costituzione, che rinuncia alla guerra e vieta la minaccia o l’uso della forza come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; il ruolo delle Forze di autodifesa deriva da interpretazioni e leggi successive. Takaichi considera il testo del dopoguerra inadeguato alla pressione cinese e alla minaccia nordcoreana. La spinta alla revisione ha riportato in piazza il movimento pacifista. A maggio, secondo il Guardian, circa cinquantamila persone hanno manifestato a Tokyo. I sondaggi mostrano un paese diviso e molto sensibile al modo in cui viene formulata la domanda. Per i sostenitori di Takaichi sono misure coerenti con il mandato ricevuto. Fra gli elettori meno ideologici hanno alimentato l’impressione di un governo distratto dalle urgenze economiche.
L’aumento dei prezzi è la principale preoccupazione degli elettori. Takaichi aveva promesso di azzerare per due anni l’imposta dell’8 per cento sugli alimenti. Il Partito liberaldemocratico ha poi proposto un compromesso più limitato: ridurre l’aliquota all’1 per cento dall’aprile 2027 e compensare l’ultimo punto con aiuti destinati alle famiglie a reddito medio-basso. Il governo ha rinviato la decisione all’inizio di agosto. Mentre l’esecutivo illustra programmi industriali di lungo periodo, le famiglie giudicano la sua azione soprattutto dal prezzo del riso e dalle bollette elettriche.
Takaichi mantiene una posizione forte, ma non granitica: alla Camera bassa, il Partito liberaldemocratico ha 316 seggi su 465 e raggiunge quota 352 insieme al Japan Innovation Party. Alla Camera alta, invece, la coalizione non dispone della maggioranza assoluta. Perciò il governo deve negoziare più spesso alla Camera alta.
Il calo del consenso non provoca automaticamente dimissioni o elezioni anticipate, perché la premier conserva numeri solidi: ma rischia di ridurre la sua autorità politica. Il Japan Innovation Party può chiedere maggiore attenzione alle proprie priorità, mentre deputati e dirigenti liberaldemocratici diventano più prudenti davanti alle decisioni impopolari. Se iniziano a temere di perdere il seggio, il sostegno interno alla leader può sgretolarsi rapidamente, anche prima che l’opposizione riesca a presentarsi come una credibile alternativa di governo. Il rapporto diretto con l’opinione pubblica era stato uno dei principali strumenti di comando di Takaichi; oggi quella risorsa appare meno sicura.