
Per decenni lo Stretto di Hormuz è stato considerato il più importante chokepoint marittimo del mondo. Ogni crisi che coinvolge l’Iran riaccende il timore di interruzioni nelle forniture energetiche, sequestri di petroliere e impennate dei prezzi del petrolio. Eppure il baricentro strategico dell’Asia si sta progressivamente spostando verso est. Per la Cina, lo Stretto di Malacca rappresenta una vulnerabilità strategica ancora più profonda e, nel lungo periodo, più difficile da gestire rispetto a Hormuz.
Malacca è il principale corridoio marittimo tra l’Oceano Indiano, il Mar Cinese Meridionale e le economie industriali dell’Asia orientale. Una quota significativa del commercio mondiale via mare attraversa le acque relativamente ristrette comprese tra Indonesia, Malaysia e Singapore.
Da questa dipendenza nasce quello che gli strateghi cinesi definiscono il Malacca Dilemma. La preoccupazione di Pechino non riguarda soltanto la pirateria o l’instabilità regionale. Il problema centrale è che la principale arteria commerciale della Cina attraversa acque che non controlla e che, in caso di un grande conflitto, potrebbero essere monitorate, limitate o interdette da potenze marittime rivali.
La geografia dell’India la colloca al centro di questa vulnerabilità cinese e, più in generale, al cuore dell’Indo-Pacifico. Fu il primo ministro giapponese Shinzo Abe a sottolinearlo nel suo celebre discorso del 2007, “The Confluence of the Two Seas”.
Le isole Andamane e Nicobare si affacciano sugli accessi occidentali allo Stretto di Malacca. Da questo arcipelago l’India può monitorare le rotte marittime che collegano l’Oceano Indiano al Pacifico. A differenza delle isole artificiali costruite dalla Cina nel Mar Cinese Meridionale, questo vantaggio strategico non è stato creato dall’uomo, ma dalla geografia.
Per molti anni, tuttavia, Nuova Delhi ha posseduto questo vantaggio senza dotarsi delle infrastrutture necessarie per sfruttarne pienamente il potenziale economico e strategico. Sotto la guida del primo ministro Narendra Modi questa situazione sta cambiando.
Il progetto Great Nicobar rappresenta una delle più ambiziose iniziative infrastrutturali marittime dell’India contemporanea. Comprende un terminal internazionale per il trasbordo dei container, il potenziamento delle infrastrutture di trasporto ed energetiche, un aeroporto a duplice uso civile e strategico e un nuovo polo logistico nella baia di Galathea. Situato in prossimità delle principali rotte dirette verso Malacca, il progetto potrebbe offrire all’India un hub commerciale competitivo e, allo stesso tempo, rafforzare in modo significativo la capacità di sostenere operazioni navali nell’Oceano Indiano orientale.
L’importanza di Great Nicobar risiede nella convergenza tra commercio, logistica, sorveglianza e mobilità strategica. Il progetto potrebbe ridurre la dipendenza indiana dai porti di trasbordo stranieri, rafforzando al contempo le infrastrutture della Marina e della Guardia Costiera vicino a una delle rotte marittime più trafficate del pianeta.
La visita del primo ministro Narendra Modi in Indonesia, nel luglio 2026, ha ulteriormente rafforzato questa strategia. India e Indonesia hanno concordato di intensificare la cooperazione nei settori della sicurezza marittima, della difesa, dello sviluppo portuale e della blue economy. In quanto principali potenze situate ai due lati degli accessi allo Stretto di Malacca, la loro collaborazione assume un’importanza strategica centrale.
In questo contesto Sabang riveste un ruolo particolare. Situato all’estremità settentrionale di Sumatra, a circa cento miglia dalle isole Andamane e Nicobare, il porto indonesiano si trova in prossimità dell’ingresso dello Stretto di Malacca. La partecipazione dell’India al suo sviluppo non trasforma Sabang in una base militare indiana. Offre invece una preziosa flessibilità logistica per il traffico commerciale, le visite navali, il rifornimento, la sorveglianza marittima, gli interventi umanitari e una più ampia connettività tra India e Indonesia.
Nel corso della visita di Modi, il presidente indonesiano Prabowo Subianto ha espresso pubblicamente il proprio sostegno a una maggiore integrazione marittima tra Sabang e le isole Andamane e Nicobare, conferendo nuovo slancio politico a un progetto discusso da anni.
Insieme, Great Nicobar e Sabang stanno dando forma a un ponte marittimo all’ingresso occidentale dello Stretto di Malacca. L’obiettivo non è minacciare il commercio internazionale, bensì impedire che una singola potenza possa dominare lo spazio marittimo che collega l’Oceano Indiano al Pacifico. La prosperità dell’India dipende infatti dalla libertà di navigazione e dalla sicurezza delle rotte commerciali.
Una più ampia architettura indo-pacifica
La strategia marittima dell’India trova ulteriore forza nel rafforzamento delle partnership con Giappone e Australia.
Durante la visita in India del primo ministro giapponese Sanae Takaichi, Nuova Delhi e Tokyo hanno compiuto un significativo salto di qualità nella cooperazione nel settore della difesa. I due Paesi hanno deciso di ampliare la collaborazione nel campo delle tecnologie e dei sistemi d’arma, migliorare l’interoperabilità delle rispettive forze armate e promuovere programmi congiunti di sviluppo nei settori strategici. La dichiarazione congiunta ha inserito questa cooperazione nel più ampio impegno per un Indo-Pacifico libero, aperto e fondato sul rispetto delle regole.
Per Tokyo, l’India è ormai una potenza marittima indispensabile, la cui posizione geografica e le cui capacità militari sono diventate elementi centrali dell’equilibrio strategico dell’Indo-Pacifico.
Il vertice ha inoltre adottato un linguaggio particolarmente esplicito sul terrorismo. Il Giappone si è unito all’India nella condanna del terrorismo e dell’estremismo violento, ha richiamato il fenomeno del terrorismo transfrontaliero e ha chiesto di assicurare alla giustizia i responsabili degli attentati che hanno colpito l’India. In passato le dichiarazioni bilaterali avevano già fatto riferimento alle organizzazioni terroristiche con base in Pakistan e alla necessità che Islamabad intervenisse. La novità del 2026 è che questa posizione è stata ribadita mentre il partenariato strategico tra India e Giappone veniva ulteriormente rafforzato sul piano della difesa.
Il messaggio di Tokyo va quindi oltre la lotta al terrorismo. Riflette una crescente consapevolezza che le preoccupazioni di sicurezza dell’India nell’Asia meridionale fanno ormai parte del più ampio quadro strategico dell’Indo-Pacifico.
L’Australia costituisce un altro pilastro di questa strategia. La visita di Narendra Modi, dall’8 al 10 luglio 2026, ha portato a una nuova dichiarazione sulla cooperazione in materia di difesa e sicurezza, ampliando la collaborazione nei settori della sicurezza marittima, delle industrie strategiche, dell’intelligence, della logistica e delle tecnologie avanzate. Entrambi i Paesi hanno inoltre ribadito il proprio impegno a favore della libertà di navigazione e della stabilità dell’Indo-Pacifico.
India, Giappone e Australia non stanno costruendo un’alleanza asiatica sul modello della Nato, né condividono le stesse posizioni su ogni dossier internazionale. Stanno però costruendo una rete di Paesi accomunati dall’interesse a prevenire la coercizione, proteggere il commercio marittimo e preservare un equilibrio di potere nell’Indo-Pacifico.
Il Quad offre a questa cooperazione la cornice diplomatica. Gli accordi bilaterali nel settore della difesa, le esercitazioni militari, lo scambio di intelligence e le intese logistiche ne costituiscono la sostanza operativa, mentre Great Nicobar e Sabang ne rappresentano il fondamento geografico.
Mettere in sicurezza il Golfo del Bengala
L’India sta consolidando la propria posizione anche sul versante orientale del Golfo del Bengala attraverso un rinnovato impegno nei confronti del Myanmar.
La visita in India del presidente birmano U Min Aung Hlaing, dal 30 maggio al 3 giugno 2026, è stata la prima dall’inizio del suo mandato. I due governi hanno ribadito che il territorio di ciascun Paese non dovrà essere utilizzato contro gli interessi di sicurezza dell’altro e hanno discusso di gestione delle frontiere, connettività, cooperazione energetica e sicurezza marittima.
L’impegno dell’India nei confronti del Myanmar rimane controverso a causa della crisi politica interna e del comportamento del governo militare. Nuova Delhi non può ignorare questi aspetti, ma non può nemmeno ignorare la geografia. Il Myanmar condivide una lunga frontiera terrestre con l’India, collega il nord-est indiano al Sud-est asiatico e occupa una posizione cruciale sul versante orientale del Golfo del Bengala.
Mantenere un’influenza in Myanmar è quindi una questione di sicurezza nazionale. Un eventuale disimpegno dell’India offrirebbe alla Cina maggiori opportunità di consolidare la propria presenza nei porti, nelle infrastrutture, nei corridoi energetici e nei rapporti militari del Paese.
La visita assume un significato ancora maggiore in un momento in cui il quadro strategico del Golfo del Bengala settentrionale sta diventando sempre più incerto.
Negli ultimi mesi Bangladesh e Pakistan hanno rilanciato le relazioni politiche, commerciali e militari dopo anni di relativo distacco. Il riavvicinamento comprende esercitazioni navali, scambi nel settore della difesa e una cooperazione più ampia in materia di sicurezza. Parallelamente, diverse analisi segnalano una crescente islamizzazione di alcuni settori delle forze armate bengalesi, mentre gruppi riconducibili ai Fratelli Musulmani, messi al bando durante il governo di Sheikh Hasina, sono tornati a operare legalmente.
Anche il Pakistan ha manifestato l’intenzione di tornare ad avere una presenza navale nel Golfo del Bengala con l’entrata in servizio dei sottomarini classe Hangor costruiti dalla Cina.
L’intensificazione della cooperazione tra Bangladesh e Pakistan, unita al ritorno della Marina pakistana nel Golfo del Bengala, merita quindi particolare attenzione. Anche una presenza limitata, attraverso esercitazioni, sostegno logistico o accessi periodici, potrebbe ampliare il raggio operativo della Marina pakistana e offrire alla Cina un ulteriore strumento di influenza indiretta lungo la costa orientale dell’India.
La prima visita ufficiale in Cina del primo ministro bengalese Tarique Rahman, dopo il suo insediamento nel febbraio 2026, ha aggiunto un ulteriore elemento di riflessione. Durante il viaggio di giugno, Dacca e Pechino hanno discusso di infrastrutture, porti, cooperazione militare, del fiume Teesta e del corridoio economico Cina-Myanmar-Bangladesh. Non è stato firmato alcun importante accordo nel settore della difesa, ma la direzione politica appare chiara: il Bangladesh intende rafforzare i rapporti con la Cina mantenendo al tempo stesso il suo inevitabile legame storico e geografico con l’India.
Nel loro insieme, il rafforzamento della presenza indiana in Myanmar, lo sviluppo di Great Nicobar, il potenziamento del Comando Andamane e Nicobare e le partnership con Indonesia, Giappone e Australia costituiscono una risposta strategica all’eventuale emergere di un asse Cina-Pakistan-Bangladesh nel Golfo del Bengala.
Una rete, non una catena di basi
Negli ultimi due decenni la Cina ha sviluppato una vasta rete di porti e infrastrutture nell’Oceano Indiano. Gwadar in Pakistan, Hambantota nello Sri Lanka, Kyaukphyu in Myanmar e la base militare cinese a Gibuti vengono comunemente indicati come elementi della cosiddetta String of Pearls.
La risposta dell’India segue una logica diversa. Più che replicare il modello cinese, Nuova Delhi sta costruendo una rete distribuita di infrastrutture nazionali, accesso a porti amici, accordi di difesa e partenariati strategici destinati a rafforzarne il ruolo nell’Indo-Pacifico.
Questo modello è meno appariscente della diplomazia infrastrutturale di Pechino, ma potrebbe rivelarsi più resiliente. Non dipende da un singolo governo ospitante né dalla sostenibilità politica di grandi progetti finanziati a debito. La sua forza risiede in una rete di relazioni tra Stati che condividono l’interesse a mantenere aperte le rotte marittime e preservare un equilibrio di potere in Asia, collocando l’India al crocevia di diversi teatri strategici.
A ovest si trovano il Mar Arabico e le rotte energetiche del Golfo Persico. A est si estendono il Golfo del Bengala, lo Stretto di Malacca e il Mar Cinese Meridionale. A sud, i partenariati dell’India si proiettano verso l’Australia e il più ampio spazio indo-pacifico. Progressivamente, Nuova Delhi sta assumendo il ruolo di una delle principali potenze marittime di collegamento tra questi teatri.
Perché Malacca preoccupa la Cina più di Hormuz
Lo Stretto di Hormuz resta di importanza vitale per la Cina. Una sua prolungata chiusura interromperebbe le importazioni di petrolio e gas naturale liquefatto dal Golfo, con pesanti conseguenze economiche. Le crisi degli ultimi anni hanno dimostrato ancora una volta la rilevanza globale di questo passaggio.
Pechino ha tuttavia costruito una parziale protezione contro questo rischio. Dispone di consistenti riserve strategiche di petrolio, ha aumentato la produzione interna e importa volumi significativi di energia dalla Russia e dall’Asia centrale attraverso rotte che bypassano il Golfo Persico. Anche gli oleodotti e gasdotti provenienti dal Myanmar rappresentano, seppur in misura limitata, un’alternativa.
Malacca pone però un problema ben più ampio, perché non è soltanto un corridoio energetico. È la principale arteria marittima che collega l’economia manifatturiera cinese con l’Oceano Indiano, l’Africa, il Medio Oriente e l’Europa.
L’enorme volume di merci che attraversa Malacca non può essere trasferito su oleodotti, gasdotti o ferrovie. Il corridoio energetico Cina-Myanmar aggira lo stretto solo per una quota limitata del fabbisogno energetico cinese, mentre il Corridoio economico Cina-Pakistan non è in grado di movimentare volumi di container paragonabili a quelli del trasporto marittimo. Esistono rotte alternative attraverso gli stretti della Sonda e di Lombok, ma comportano percorrenze più lunghe, costi maggiori e ulteriori vincoli operativi.
Per anni la Cina ha interpretato il Malacca Dilemma quasi esclusivamente in funzione della superiorità navale americana. Oggi deve confrontarsi anche con un’India sempre più capace nelle isole Andamane e Nicobare, con il partenariato marittimo tra India e Indonesia, con l’accesso a Sabang, con il rafforzamento della cooperazione militare con Giappone e Australia e con la presenza costante di Nuova Delhi in Myanmar.
Considerati nel loro insieme, questi sviluppi rendono sempre più difficile per Pechino dare per scontato che la propria espansione nell’Oceano Indiano possa proseguire senza ostacoli.
Great Nicobar, Sabang, il partenariato strategico tra India e Giappone, il rafforzamento delle relazioni con l’Australia e il costante impegno in Myanmar non sono iniziative diplomatiche isolate. Sono i tasselli di una più ampia architettura strategica che si estende dal Golfo del Bengala al Pacifico occidentale e rafforza l’autonomia strategica dell’India.
Hormuz continuerà a dominare i mercati energetici e le cronache internazionali. Malacca, invece, potrebbe determinare il futuro equilibrio di potere in Asia.
Per la Cina, il vero rischio è che il corridoio marittimo attraverso il quale transita gran parte della sua potenza economica attraversi una regione in cui la geografia favorisce l’India, le sue capacità continuano a crescere e i suoi partenariati strategici si rafforzano anno dopo anno.