L’ossessione di stare bene Quando il benessere diventa una gabbia

Per anni abbiamo cercato di convincere le persone a mangiare meglio e a muoversi di più. Oggi, nell’epoca degli smartwatch, delle app e dell’ottimizzazione continua, la salute rischia di trasformarsi in un dovere da dimostrare ogni giorno

Foto di Mohamed Fareed su Unsplash
Foto di Mohamed Fareed su Unsplash

C’è chi corre seguendo il ritmo dell’orologio, chi controlla il passo ogni poche centinaia di metri, chi interrompe la corsa soltanto per fotografare l’allenamento e condividerlo. Poco più in là una ragazza consulta il telefono prima ancora di bere un sorso d’acqua: vuole sapere se il sonno è stato sufficientemente ristoratore da autorizzare un allenamento intenso. Nel pomeriggio toccherà alla palestra. La sera, probabilmente, una cena ricca di proteine accuratamente pesate.

A prima vista sembra il ritratto della salute e forse lo è. Oppure no.

Perché il confine tra prendersi cura di sé e sentirsi costretti a farlo è molto più sottile di quanto immaginiamo. Per decenni la medicina e la salute pubblica hanno combattuto una battaglia precisa: convincere le persone ad abbandonare la sedentarietà. È stata una sfida necessaria. I benefici dell’attività fisica sono documentati da migliaia di studi e oggi nessuno mette in discussione il fatto che muoversi riduca il rischio di malattie cardiovascolari, diabete, alcuni tumori e depressione.

Quella battaglia, almeno in parte, è stata vinta, correre è diventato normale, allenarsi è diventato desiderabile, mangiare sano è diventato un valore. Ma ogni cambiamento culturale produce effetti inattesi.

Negli ultimi anni, soprattutto nei Paesi occidentali, il benessere ha iniziato a trasformarsi da possibilità a responsabilità personale. Non è più soltanto qualcosa che possiamo scegliere. È qualcosa che sentiamo di dover dimostrare. La salute, lentamente, è diventata una prestazione.

Non è difficile capire come siamo arrivati fin qui. Gli smartwatch registrano ogni passo. Le applicazioni confrontano le nostre prestazioni con quelle degli amici. I social network premiano chi mostra disciplina, costanza e controllo. L’allenamento non finisce quando usciamo dalla palestra: continua attraverso numeri, grafici, notifiche e classifiche che ci accompagnano per tutta la giornata.

C’è l’idea che esista sempre qualcosa da migliorare, un battito cardiaco da ottimizzare, un sonno da rendere più efficiente, un pasto da perfezionare, un allenamento da aggiungere. Il corpo cosi diventa un progetto permanente e un progetto, per definizione, non finisce mai.

Lo stesso meccanismo riguarda il cibo. Per anni abbiamo cercato di educare le persone a mangiare con maggiore consapevolezza. Oggi quella consapevolezza rischia talvolta di trasformarsi in sorveglianza continua. Si pesano gli alimenti, si contano le calorie, si classificano i cibi come “puliti” o “sporchi”, si vive una cena fuori come un’interferenza anziché come un momento di convivialità.

Naturalmente tutto questo non riguarda la maggioranza delle persone. Allenarsi con costanza e seguire un’alimentazione equilibrata rimangono tra le migliori decisioni che possiamo prendere per la nostra salute. Esiste però una minoranza crescente per cui il rapporto con il benessere cambia natura.

La letteratura scientifica parla di exercise addiction, dipendenza da esercizio fisico. È una condizione ancora oggetto di studio e non esiste una definizione univoca, ma alcune caratteristiche ricorrono con sorprendente frequenza: l’incapacità di interrompere gli allenamenti, il senso di colpa quando si salta una seduta, la tendenza ad aumentare progressivamente volume e intensità, il proseguire nonostante dolore o infortuni, il progressivo sacrificio della vita sociale.

Il punto dunque non è per quante ore mi sono allenato ma cosa succede quando non mi alleno. Se una corsa migliora l’umore, probabilmente stiamo vivendo un’esperienza salutare, ma se la sua assenza genera ansia, irritabilità o paura, forse vale la pena fermarsi a riflettere.

La nostra cultura, però, rende questa riflessione difficile. Chi lavora molto e a lungo viene spesso ammirato, chi dorme poco è considerato produttivo, chi si allena senza mai fermarsi viene descritto come determinato. La disciplina è diventata cosi una virtù assoluta, quasi indipendentemente dal prezzo che comporta.

Eppure il recupero è parte integrante dell’allenamento, il riposo è una funzione biologica, non una concessione e lo steso dicasi per l’alimentazione che dovrebbe essere uno strumento di libertà, non un sistema di controllo permanente.

Quindi forse invece di chiederci quanto sport pratichiamo dovremmo domandarci che posto gli abbiamo assegnato nel percorso di costruzione della nostra identità.

Quando tutta la nostra autostima dipende dalla capacità di rispettare un piano alimentare, completare una seduta o mantenere una serie di giorni consecutivi di allenamento, il benessere smette di essere un mezzo e diventa una misura del nostro valore personale. E nessuna attività, per quanto salutare, dovrebbe occupare tutto lo spazio disponibile nella nostra vita.

La salute è un equilibrio che comprende anche la possibilità di cambiare programma, di uscire a cena con gli amici, di concedersi una giornata senza allenamento e senza doverla recuperare il giorno dopo.

Forse il segnale più affidabile di un rapporto sano con il proprio corpo non è riuscire a fare tutto ciò che avevamo programmato ma sapere che, se domani decidessimo di non farlo, continueremmo comunque a sentirci bene con noi stessi.

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