Roma aspettaDa Tokyo a Berlino, il nuovo riarmo passa anche dall’intelligence

Giappone e Germania stanno rafforzando i propri apparati perché percepiscono un nuovo ambiente strategico e la necessità di maggiore autonomia dagli Stati Uniti. L’Italia ha aggiornato i propri strumenti, ma deve ancora maturare una cultura della sicurezza nazionale capace di orientarli

Sergiu Nista su Unsplash

La rivoluzione dell’intelligence occidentale non passa da nuove tecnologie o da un aumento dei bilanci. Passa, prima di tutto, da un cambio di mentalità.

Nel giro di poche settimane il Giappone ha confermato la volontà di creare la sua prima vera agenzia di intelligence esterna dalla fine della Seconda guerra mondiale. Quasi negli stessi giorni la Germania ha annunciato una profonda riforma del Bundesnachrichtendienst (il servizio estero), destinata ad ampliarne i poteri nel dominio digitale, nell’intelligenza artificiale e nelle operazioni cibernetiche, accompagnata da un incremento del 25 per cento del bilancio.

Sono due iniziative diverse, maturate in contesti differenti, ma che rispondono alla stessa domanda: quanto può un Paese continuare a dipendere dall’intelligence americana in un mondo che cambia?

Per decenni quella domanda non si è nemmeno posta. La capacità degli Stati Uniti di raccogliere informazioni, elaborare analisi e condividerle con gli alleati ha rappresentato uno dei principali moltiplicatori di potenza dell’Occidente. Ancora nel 2022, quando Washington previde con notevole precisione l’invasione russa dell’Ucraina mentre molte intelligence europee restavano scettiche, la superiorità analitica americana apparve evidente.

Eppure, proprio da quel successo è iniziata una riflessione diversa. Le trasformazioni della comunità d’intelligence statunitense, il dibattito sulla futura affidabilità dell’impegno americano e il ritorno della competizione tra grandi potenze hanno convinto molti alleati che la condivisione dell’intelligence non può sostituire una capacità autonoma di produrre conoscenza strategica. Tokyo e Berlino non stanno cercando di costruire una copia della Central Intelligence Agency. Stanno cercando di diventare meno dipendenti da Washington, e in particolare da Langley.

È una differenza sostanziale.

Il Giappone vive quotidianamente la pressione della Cina, della Corea del Nord e della Russia. La Germania ha riscoperto la centralità della minaccia militare sul continente europeo dopo l’invasione dell’Ucraina. Entrambi percepiscono la sicurezza come una questione immediata, concreta, fisica. Ed è probabilmente questa la principale differenza rispetto all’Italia. La fine della Guerra fredda ha progressivamente cancellato dalla percezione pubblica italiana l’idea di una minaccia strategica diretta. Venuta meno la frontiera di Gorizia come simbolo della contrapposizione tra blocchi, la sicurezza nazionale è uscita dal dibattito pubblico, trasformandosi in un tema prevalentemente tecnico.

A questa evoluzione si è aggiunta una particolare vicenda storica. Le forti contrapposizioni ideologiche degli anni Settanta hanno contribuito a consolidare, in una parte della politica e dell’opinione pubblica, un’immagine dell’intelligence come apparato opaco di conservazione del potere più che come strumento ordinario di tutela degli interessi nazionali. Le polemiche seguite alla vicenda Gladio hanno ulteriormente rafforzato questa diffidenza, incidendo non soltanto sulla reputazione dei servizi, ma anche sulla propensione della politica ad assumersi la responsabilità di impiegarli in maniera più assertiva.

Questo, però, non significa che l’Italia sia rimasta immobile. Al contrario, negli ultimi anni il comparto ha conosciuto un’evoluzione significativa. La riforma del 2007 continua a rappresentare una delle architetture istituzionali più solide in Europa e, soprattutto nell’ultima legislatura, il Parlamento ha introdotto alcuni strumenti destinati a incidere profondamente sulle capacità operative. Tra questi vi sono, sotto la spinta dell’allora Autorità delegata Franco Gabrielli (governo Draghi), la disciplina della risposta attiva nel dominio cibernetico, il cosiddetto hack-back, e soprattutto la possibilità per l’Aise, l’agenzia d’intelligence per l’estero, di impiegare proprio personale per attività di ricerca informativa e operazioni all’estero secondo modalità disciplinate da un regolamento riservato (il cosiddetto «servizio clandestino»). È una novità di grande rilievo. Significa riconoscere formalmente la possibilità di operare attraverso coperture non ufficiali, rafforzando quella capacità di penetrazione informativa che resta il cuore della human intelligence.

Nell’epoca dei satelliti, dell’intelligenza artificiale e delle fonti aperte potrebbe sembrare un dettaglio. Non lo è. L’esperienza della guerra in Ucraina lo dimostra con chiarezza. Le immagini satellitari erano in grado di documentare da mesi l’ammassamento delle forze russe. Ma conoscere la consistenza di un dispositivo militare non significa comprenderne automaticamente intenzioni, processi decisionali e obiettivi politici. È proprio in quello spazio che continua a operare la human intelligence.

Per questo il punto non è se l’Italia disponga degli strumenti necessari. In larga misura, oggi li possiede. La questione è un’altra: esiste una strategia nazionale sufficientemente chiara da orientarne l’impiego? L’intelligence, per sua natura, non definisce gli interessi nazionali. Risponde agli indirizzi del decisore politico. Se manca una visione condivisa delle priorità strategiche – dalla competizione tecnologica alla sicurezza economica, dalla protezione delle infrastrutture critiche alla resilienza industriale – anche gli strumenti più sofisticati finiscono inevitabilmente per essere utilizzati in modo reattivo.

È qui che passa la vera differenza tra l’Italia e i Paesi che oggi stanno riformando i propri servizi. Giappone e Germania non stanno semplicemente riscrivendo le leggi sull’intelligence. Stanno ridefinendo il proprio ruolo nel mondo e, di conseguenza, il ruolo che l’intelligence deve svolgere per sostenerlo. L’Italia ha già iniziato ad aggiornare la propria cassetta degli attrezzi. La sfida, adesso, è costruire una cultura della sicurezza nazionale capace di dire quando, come e perché utilizzare quegli strumenti.

Perché il nuovo riarmo dell’Occidente non riguarda soltanto la produzione di armi. Riguarda anche la produzione di conoscenza strategica. E quella, prima ancora che nei servizi segreti, nasce nella politica.

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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