C’è spazioTaiwan apre la porta a Starlink, ma il problema continua a chiamarsi Elon Musk

Taipei cambia la legge per rafforzare la resilienza delle comunicazioni in caso di crisi con la Cina. Ma il fondatore di SpaceX continua a essere visto come un partner strategicamente ambiguo per i suoi rapporti con Pechino

AP/LaPresse

Taiwan ha deciso di fare un passo che fino a pochi anni fa sembrava impensabile: cambiare la legge per consentire anche agli operatori stranieri di telecomunicazioni satellitari di entrare nel mercato locale senza rispettare i rigidi limiti sulla proprietà. La riforma è stata letta da tutti come un messaggio a Starlink, il sistema di internet satellitare di SpaceX che finora era rimasto fuori dall’isola proprio perché Elon Musk non aveva accettato di cedere il controllo della società locale.

La scelta nasce da una necessità sempre più urgente. Taipei considera ormai concreto il rischio che, in caso di crisi con la Cina, i cavi sottomarini che collegano l’isola al resto del mondo possano essere sabotati o interrotti, isolando il Paese dal punto di vista delle comunicazioni. Negli ultimi anni alcuni cavi sono già stati danneggiati e le autorità taiwanesi hanno accelerato la costruzione di una rete di resilienza che comprende satelliti, cybersicurezza e sistemi di emergenza. Il governo sta già collaborando con OneWeb (Eutelsat) e discute con Amazon Kuiper, ma nessun operatore dispone oggi della capacità e della copertura globale di Starlink.

Il punto, però, è che Taipei ha bisogno proprio dell’azienda di cui si fida meno.

Da anni Elon Musk rappresenta un interlocutore problematico per Taiwan. Nel 2022 suggerì di trasformare l’isola in una «regione amministrativa speciale» della Cina, una proposta accolta con favore da Pechino e respinta con forza dalle autorità taiwanesi. Negli anni successivi ha continuato a sostenere che Taiwan sia parte integrante della Cina e il suo ruolo nella guerra in Ucraina ha alimentato il dibattito sul potere che un soggetto privato può esercitare sull’accesso a un’infrastruttura strategica come Starlink.

A rendere tutto ancora più delicato sono gli interessi economici di Musk nella Repubblica Popolare. Tesla produce a Shanghai circa la metà delle sue auto elettriche e il mercato cinese è diventato uno dei pilastri della crescita del gruppo. Negli ultimi anni Pechino ha favorito l’espansione della Gigafactory e trasformato Tesla in un caso di successo dell’apertura agli investimenti stranieri, creando un rapporto di reciproca dipendenza che inevitabilmente pesa anche sulle valutazioni geopolitiche. Il timore di Taipei è semplice: in una crisi, fino a che punto Starlink sarebbe davvero immune dalle pressioni di Pechino?

Non è un caso che, pur modificando la legge, il governo taiwanese abbia ribadito che ogni eventuale autorizzazione sarà subordinata a un rigoroso esame di sicurezza nazionale. Il ministro della Scienza Wu Cheng-wen ha accolto con favore l’arrivo di operatori internazionali, ma ha aggiunto che Taiwan non è interessata ad aziende che vogliano soltanto fare affari senza contribuire alla sicurezza e alla sovranità dell’isola.

Il paradosso è tutto qui. Per garantire la propria resilienza digitale Taiwan ha probabilmente bisogno della costellazione satellitare più avanzata al mondo. Ma quella costellazione appartiene a un imprenditore che, agli occhi di Taipei, continua a essere troppo esposto agli interessi della Cina. La porta a Starlink si è aperta. La fiducia, invece, è ancora tutta da costruire.

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