Meno solisti, più squadra Vitigni autoctoni, il piccolo che fa la differenza

Serve una buona comunicazione, servono creatività e libertà nella sperimentazione, ma i giovani professionisti del vino che hanno partecipato all’hackathon di Gastronomika concordano: il futuro di queste produzioni dipenderà soprattutto dalla capacità dei viticoltori di fare sistema

Foto di Gaia Menchicchi

È stato un tavolo di confronto piccolo ma intenso quello che si è tenuto nel corso del Gastronomika Festival 2026 attorno al tema dei vini da vitigni autoctoni. Quattro gli under 40 partecipanti, equamente divisi tra due produttori e due professionisti della vendita e della somministrazione, che hanno dato vita a un dialogo ricco di spunti sul presente e sul futuro di queste varietà. Da un lato le difficoltà di chi decide di coltivare e valorizzare uve rare; dall’altro quelle di chi deve raccontarle e venderle. Cosa è emerso? Che per far crescere gli autoctoni bisogna fare squadra.

Autoctoni, patrimonio italiano
L’Italia detiene un primato unico al mondo: quello della biodiversità viticola. Si contano circa duemila denominazioni varietali, considerando sinonimi, biotipi e varianti locali; circa ottocento sono state descritte o registrate e oltre quattrocento risultano iscritte al Registro Nazionale delle Varietà di Vite.

Eppure, la fotografia dei vivai italiani racconta una realtà molto diversa: circa il settanta per cento delle barbatelle prodotte appartiene ad appena trenta varietà e le prime dieci occupano stabilmente le posizioni dominanti del mercato.

Accanto a queste varietà più diffuse, dagli anni Novanta numerosi produttori hanno avviato il recupero di vitigni locali dimenticati, rilanciandoli attraverso micro produzioni e progetti di valorizzazione territoriale. Ma la riscoperta degli autoctoni non è stata soltanto una moda o una risposta all’avanzata dei vitigni internazionali: nasceva innanzitutto dalla necessità di ripensare la viticoltura nazionale, a fronte delle sfide del cambiamento climatico. Un percorso facilitato dall’avanzare veloce anche della ricerca genetica in viticoltura, che ha iniziato altresì a dare un’identità genealogica alle varietà riscoperte.

Oggi, a oltre trent’anni dall’inizio di questo percorso, la domanda è inevitabile: quale futuro attende i vitigni autoctoni italiani? Lo abbiamo chiesto ai giovani protagonisti del tavolo “Segni distintivi: autoctono”.

@GaiaMenchicchi

Una scelta di cuore
Recuperare un vitigno dimenticato per produrne poche centinaia di bottiglie è, prima di tutto, una missione. Ce lo dimostra Silvia Marcon, titolare dell’azienda agricola Borgo Dus di Nervesa della Battaglia, nel Trevigiano. Sin da subito lei si è focalizzata sulla valorizzazione dei vitigni storici del Montello, tra cui Verdiso, Bianchetta Trevigiana, Perera e Rabiosa, biotipo locale del Durello recuperato dopo decenni di abbandono. «Come potevo farmi sfuggire l’occasione di riportare in vita anche questo vitigno dimenticato?» racconta. L’azienda ne ha recentemente impiantato un ettaro, con l’obiettivo di valutarne il comportamento agronomico e le potenzialità enologiche. L’obiettivo sarà poi la produzione di uno spumante Metodo Classico, per interpretare in chiave contemporanea una varietà che sembrava destinata all’oblio.

La stessa logica anima il suo lavoro sul Piave Malanotte, vino storico e per molti aspetti simile all’Amarone della Valpolicella, che Silvia sta cercando di avvicinare alle nuove generazioni attraverso uno stile più fresco e meno segnato dal legno e dall’appassimento. Parallelamente, insieme ad altre aziende del territorio, sta partecipando a un progetto indipendente di valorizzazione del Raboso e del Malanotte, al fine di rilanciare l’immagine dell’intera area produttiva e far emergere il territorio.

Cosa racconta un vitigno autoctono
Uno dei temi nodali emersi dal confronto riguarda la capacità degli autoctoni di diventare ambasciatori del territorio. Ne è ormai convinto Romildo Locatelli, classe 1988, che insieme ai fratelli guida l’azienda Vini Tosca in Valcalepio. Dopo un percorso professionale lontano dal vino, è tornato a occuparsi dell’azienda di famiglia, scoprendo grazie al suo enologo mentore, Paolo Zadra, un vitigno quasi sconosciuto: la Merera.

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«Producendo principalmente Valcalepio Rosso, da Merlot con saldo di Cabernet, nel nostro territorio siamo sempre stati abituati a raccontare il vino attraverso il suolo e il paesaggio, più che attraverso le varietà» spiega Romildo. «Con la Merera, invece, è diventato più semplice incuriosire il consumatore e introdurlo alla scoperta della Valcalepio. Tanto più che è un’uva in grado di esprimere perfettamente la prerogativa di questa zona di dare vini freschi e molto moderni».

Ma il vantaggio non è stato solo comunicativo. «Gli autoctoni sono detti tali perché sono varietà ben adattate all’ambiente in cui sono nate, capaci di offrire rusticità e una migliore risposta alle condizioni climatiche locali. Nel caso della Merera – spiega Romildo –, si tratta di un’uva resistente, poco soggetta al marciume e capace di produrre vini naturalmente freschi e moderati anche nel tenore alcolico».

«Inoltre – aggiunge Silvia Marcon – gli autoctoni consentono spesso una maggiore libertà di sperimentazione. Non esistendo modelli consolidati a cui conformarsi, si può sperimentare con meno pressione e più creatività». È il caso del suo Perera Passito, nato quasi per gioco da una vendemmia particolarmente calda e diventato una produzione limitatissima di appena quattrocento bottiglie. Un vino che rappresenta perfettamente uno dei grandi punti di forza degli autoctoni: la capacità di sorprendere senza il peso delle aspettative che accompagnano le varietà più celebri.

@GaiaMenchicchi

Il peso di un autoctono
Se per il produttore il recupero di un vitigno raro può rappresentare una sfida affascinante, per chi il vino deve venderlo il discorso si complica. A sottolinearlo è Cecilia Longo, terza generazione dell’omonima enoteca di Legnano, in provincia di Milano, attiva dal 1983. «L’Italia è talmente ricca di vitigni che raccontarli tutti è impossibile» osserva Longo. «Inoltre, in un’enoteca di provincia come la nostra, il cliente cerca spesso riferimenti immediati: un nome conosciuto, una denominazione famosa, una fascia di prezzo precisa. Cosa che si fa ancora più determinante nella regalistica». Non è una questione di disinteresse o di qualità: il problema è che il vino da vitigno autoctono richiede curiosità, tempo e conoscenza. Caratteristiche che appartengono soprattutto a una fascia di appassionati ancora relativamente ridotta.

La riflessione è condivisa anche da Alessandro Trivella, sommelier dell’enoteca gastronomica Enoè di Vicenza. «Esistono appassionati che cercano le rarità e sono felici di ascoltare il racconto di un piccolo produttore. Ma rappresentano ancora una nicchia. La maggior parte dei consumatori continua a scegliere in base al prestigio dell’etichetta, più che alla storia che c’è dietro, anche nella ristorazione di alto livello». Per questo, secondo entrambi, la comunicazione degli autoctoni non può basarsi esclusivamente sul vitigno: ha bisogno di una narrazione più ampia, fatta di territorio, cultura e identità condivisa.

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Fare squadra contro la crisi
Dal confronto è emersa una convinzione: il futuro degli autoctoni non passa dall’isolamento ma dalla capacità di fare sistema. Il pubblico del vino si sta riducendo e i consumi stanno cambiando. Allo stesso tempo, aumentano i prodotti e cresce il numero di piccoli produttori che cercano spazio sul mercato. In questo scenario, comunicare una singola varietà o una singola azienda diventa sempre più difficile, motivo per cui anche gli importatori hanno iniziato ad agglomerarsi. «Noi possiamo farci ambasciatori della storia e della varietà del vino italiano – afferma Cecilia Longo – ma per stimolare questa curiosità occorrono tempo e risorse. E i produttori hanno sempre meno voglia di aspettare». Per ottenere risultati, bisogna unire le forze.

@GaiaMenchicchi

«Il frazionamento fine a sé stesso non è vincente» conferma Silvia Marcon, «la valorizzazione dell’unicità funziona solo se esiste una squadra che permette di confrontarsi e di avere la forza necessaria per raccontarsi all’esterno». Meno “artisti solisti”, più sinergie e lavoro di squadra: sembra questo il primo concetto chiave del fare autoctoni oggi.

Il passo successivo è avere un disegno riconoscibile. Un concetto condiviso da Romildo Locatelli secondo il quale «il vitigno deve restare un elemento caratterizzante, ma per comunicare un territorio serve darsi un focus chiaro e coerente». Esempi vincenti, in questo senso, non mancano: dal Prosecco, alla Valtellina fino all’Etna, i territori che si sono affermati sono quelli che hanno saputo mandare un messaggio preciso e univoco, scegliendo un focus e costruendoci attorno un’identità riconoscibile.

Come si gioca la partita da qui a dieci anni?
In un mercato orientato verso consumi più consapevoli e meno frequenti, i vitigni autoctoni potrebbero trasformarsi in un’opzione interessante. Le produzioni limitate, la forte identità territoriale e le storie che accompagnano questi vini sembrano, infatti, rispondere bene alle esigenze di una parte crescente del pubblico. Affinché questo potenziale si trasformi in un vantaggio competitivo, però, sarà necessario superare l’eccessiva frammentazione del settore. Che non significa omologare, ma ammettere la complessità anche in un piccolo insieme e saperla comunicare.

Gli autoctoni dovranno trovare posto all’interno di racconti territoriali semplici ma non banali, che sappiano parlare agli appassionati tanto quanto a chi si avvicina al vino per la prima volta. Serviranno pazienza, investimenti e capacità di collaborazione. Ma proprio nella crescente ricerca di autenticità potrebbe nascondersi la loro occasione di rilancio. «Noi giovani produttori dobbiamo essere i primi a crederci – conclude Silvia Marcon – anche quando sembra che il mercato non risponda o che il progetto proceda lentamente. Alcune battaglie richiedono tempo. E magari tra dieci anni ci accorgeremo che ne è valsa la pena».

@GaiaMenchicchi

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