Alexis Ohanian: è lui il “sindaco di internet”

A 22 anni ha venduto la sua startup per decine di milioni di dollari, oggi il fondatore di Reddit è un investitore visionario, attivista e stella dei red carpet da quando ha sposato la regina del tennis mondiale, Serena Williams

Imprenditore multimilionario, investitore visionario e stella dei red carpet da quando ha sposato la regina indiscussa del tennis mondiale, Serena Williams. A vederlo così però, Alexis Ohanian sembrerebbe un trentenne qualsiasi. Viso pulito, sempre sorridente, nessuna ruga e scarpe sportive che gli danno un’aria ancora più giovane. Nessuno direbbe che è lui uno dei più potenti angel investor dell’ecosistema dell’innovazione americana. Eppure Ohanian, classe 1983, ha realizzato la sua prima exit ad appena 23 anni, quando la parola “startup” on era ancora diventata cool. È lui infatti il creatore di Reddit, il sito di aggregazione dei contenuti più popolari online, alimentato dagli stessi utenti, il cui slogan è proprio “the front page of the internet”, ovvero, “la prima pagina di internet”. La società è stata venduta a Condé Nast per una somma tra i 15 e i 20 milioni di dollari, anche se Ohanian ha dichiarato di non aver rivelato a nessuno la somma esatta, nemmeno alla fidanzata di allora, confermando solo che si trattasse davvero di un’offerta irrifiutabile. «Di solito i fondatori non dovrebbero essere affatto interessati a vendere, ma c’è un prezzo per cui non si può non farlo», ha spiegato. E l’exit, arrivata nel 2006, appena un anno dopo il lancio dell’azienda, non è stata un successo solo per Ohanian, ma anche per quello che sarebbe diventato l’incubatore più celebre della Silicon Valley, Y Combinator: proprio Reddit infatti è stata una delle prime startup rivoluzionarie a nascere e uscire da lì.

Il segreto è nel relativizzare

Una carriera quella dello startupper che Ohanian racconta di avere scelto, come un colpo di fulmine. «Al terzo anno di college sono andato a un corso di preparazione per il test di ammissione a legge. Ho buttato via il test, me ne sono uscito e sono andato alla Waffle House. Lì è dove ho avuto la mia epifania: non volevo diventare un avvocato. Volevo lasciare il segno». E quell’estate parte per Singapore, dove presenta un’idea di business che aveva elaborato con il suo compagno di stanza, Steve Huffman. Il progetto si chiamava MyMobileMenu ed era un sistema di prenotazione di cibo via cellulare, in un periodo in cui le app e gli smartphone non esistevano ancora: era il 2004. «Tornato a casa, ho aperto un conto in banca e registrato il marchio».

Ohanian e il suo socio hanno 21 anni, non sanno nulla di aziende, ma sanno che vogliono provare a lanciarne una e all’Università della Virginia, dove sono iscritti entrambi, oltre a studiare economia, rafforzano la loro passione per il mondo di internet e la programmazione, nata quando erano ancora al liceo. Durante la pausa primaverile, dove di solito gli universitari americani volano a Miami o in Messico, bevono litri di tequila e fanno feste in piscina, i due si mettono in macchina e guidano dieci ore di fila fino a Boston, dove Paul Graham, co-fondatore di Y Combinator e guru della programmazione, doveva tenere una conferenza. Alla fine del suo intervento i due ragazzi lo avvicinano e gli chiedono di potergli offrire un drink. «Ci rispose: “Siete venuti fin qui dalla Virginia? Certo che faccio due chiacchiere con voi!” E ha finito per invitarci a un colloquio da Y Combinator, di cui allora nessuno aveva ancora sentito parlare». Eppure le cose non vanno subito bene. L’idea di business non convince e la sera stessa del colloquio Graham li chiama e dice che non sono stati ammessi al processo di incubazione. «Ci rimanemmo malissimo, così ci ubriacammo. Ci ubriacammo di brutto. La mattina dopo, sul treno di ritorno in Virginia, con un gran mal di testa, ricevo una chiamata da Paul, che mi dice: “Mi dispiace, abbiamo fatto un errore. Non ci piace la vostra idea, ma voi ci piacete”. Così siamo scesi dal treno e siamo riusciti a convincere il controllore a non farci pagare un altro biglietto per tornare indietro». È proprio Paul che suggerisce il nuovo progetto a cui lavorare: «In una chiacchierata ci ha detto: Voi, ragazzi, dovete costruire la prima pagina di Internet”. Quella è stata un’idea di Paul ed è poi diventata Reddit».

Gran parte delle persone è costretta a svegliarsi con problemi molto più seri dello stress di mandare avanti una startup


Alexis Ohanian, imprenditore e investitore visionario

Ad attenderli, in uno dei primissimi incubatori della Silicon Valley, mesi durissimi, una forte pressione e la consapevolezza di essere entrati improvvisamente nell’arena dei big. «Ho imparato molto presto che convincere qualcuno che non sia tua madre a interessarsi alla tua startup è una lotta durissima». A rendere le cose ancora più complicate, una valanga di problemi personali che travolgono il giovanissimo Ohanian. Poche settimane dopo il lancio di Reddit, la sua fidanzata, a Berlino, tenta il suicidio buttandosi da un palazzo e alla madre viene diagnosticato un tumore incurabile al cervello. «Quei mesi mi hanno fatto toccare con mano il fatto che gran parte delle persone è costretta a svegliarsi con problemi molto più seri dello stress di mandare avanti una startup, in un certo senso hanno alleggerito il mio lavoro».

L’acquisizione da parte di Condé Nast arriva appena un anno dopo. Ed è così che Alexis Ohanian si ritrova ad essere uno dei più giovani multimilionari della Silicon Valley. «La prima cosa che ho fatto dopo aver venduto Reddit è stato l’upgrade dell’abbonamento di mio padre per andare a vedere i Redskins», ha raccontato in un’intervista. «La cosa che non racconto spesso, però è che subito dopo ho chiamato mia madre e le ho detto “Cosa vorresti?” perché lei era una persona che non aveva mai desiderato niente. E lei infatti mi ha risposto che non voleva nulla». Eppure è proprio la telefona alla madre, venuta a mancare poco dopo l’exit, il ricordo più memorabile di quell’evento. «Mia madre era molto malata e poterla chiamare e dirle che i soldi erano in banca ha significato davvero tantissimo per me».

«Il segreto del mio successo? Essere figlio di immigrati»

È proprio la famiglia, secondo Ohanian, ad aver giocato un ruolo decisivo per il suo successo. Nato a Brooklyn e cresciuto in una piccola cittadina del Maryland, l’investitore trentacinquenne ha una storia familiare come quelle di milioni di altre persone negli Stati Uniti. Mamma tedesca e papà di origini armene, i bisnonni erano arrivati nel Paese per fuggire al genocidio all’inizio del secolo, un background da cui il papà di Reddit dichiara di essere stato influenzato moltissimo.

«Avere origini armene mi ha dato un grande senso di responsabilità», ha detto Ohanian. «Penso che conoscere i sacrifici dei miei bisnonni e dei miei nonni mi abbia trasmesso una grande forza e la capacità di resistere». All’esperienza migratoria della madre, invece Ohanian attribuisce la sensibilità per i diritti degli immigrati. «Dopo che il suo visto era scaduto, per oltre un anno mia madre è rimasta senza documenti qui negli Stati Uniti».

Provenire da una famiglia di immigrati è stato un vantaggio per me, è quello che mi ha reso un imprenditore migliore


Alexis Ohanian, imprenditore e investitore visionario

È proprio su Reddit, con cui ha continuato a collaborare anche dopo la vendita, che, a febbraio 2017, dopo l’annuncio della stretta sull’immigrazione dell’amministrazione Trump, l’imprenditore ha scritto una lunga lettera aperta, per esprimere la sua preoccupazione rispetto all’ostilità nei confronti degli immigrati.

«Dopo due settimane all’estero non vedevo l’ora di tornare negli Stati Uniti questo weekend, ma appena sono sceso dall’aereo a Los Angeles, domenica, non ero sicuro del Paese in cui sarei tornato», ha scritto. «Siamo una nazione fondata sugli immigrati dopotutto. Nel mondo del tech, spesso parliamo del “vantaggio” che permette di battere i competitor. Accogliere gli immigrati e i rifugiati è stato il vantaggio competitivo del nostro Paese e provenire da una famiglia di immigrati è stato un vantaggio per me, è quello che mi ha reso un imprenditore migliore». E ancora, Ohanian ha raccontato che uno dei momenti più commoventi della sua vita è stato assistere al giuramento di fedeltà alla costituzione, in una cerimonia di assegnazione della cittadinanza americana: «Una stanza piena di persone che apprezzano nel modo più consapevole e completo i diritti che io, per pura fortuna, ho avuto sin da quando sono nato».
Convinto sostenitore di una società aperta e dell’integrazione, l’enfant prodige della Silicon Valley è impegnato nella promozione dell’inclusione anche nell’industria high–tech americana. «Mi rende felicissimo il fatto di poter scrivere lettere di referenze ai founder più intraprendenti, che vogliono un visto per lanciare le loro aziende, creare valore e posti di lavoro negli Stati Uniti».

Il mio obiettivo per i prossimi anni è aiutare una generazione a capire che non sono solo consumatori, ma possono anche essere dei creatori di contenuti


Alexis Ohanian, imprenditore e investitore visionario

È lui il sindaco di Internet

Alexis Ohanian non è nuovo all’impegno civile. La lettera aperta a favore dell’apertura delle frontiere è solo l’ultima di una serie di iniziative lanciate dal fondatore di Reddit che, subito dopo la vendita della società, ha lasciato tutto per andare in Armenia e lavorare alla piattaforma di microcredito “Kiva”. «Volevo restare “affamato”. Credo davvero che le mie risorse sono utilizzate al meglio per sostenere progetti che rendano il mondo un posto meno orribile». È così che tornato negli Stati Uniti, dopo l’esperienza armena, ancora venticinquenne, sostiene diverse imprese sociali e non-profit negli Stati Uniti e si impegna in prima persona per mantenere il web uno spazio libero, senza restrizioni, portando avanti una campagna contro due provvedimenti che puntano a censurare internet. Un attivismo che spinge Forbes a nominarlo “sindaco di internet”, anche se lui ha sottolineato che non ha nessuna intenzione di scendere in politica e l’impatto maggiore, è convinto, può ottenerlo con il proprio lavoro.

Il suo nuovo percorso da angel investor nasce proprio da qui: «Il mio obiettivo per i prossimi anni è aiutare una generazione a capire che non sono solo consumatori, ma possono anche essere dei creatori di contenuti», ha raccontato, spiegandpo che «la parte migliore di questo lavoro è vedere i ragazzi giovani creare aziende che hanno più traffico che la stessa Reddit quando l’abbiamo venduta!».

Una spinta verso il futuro che guarda soprattutto alle nuove generazioni e agli altri. «Tutta la mia carriera è stata costruita sulla consapevolezza non solo di non essere la persona più intelligente nella stanza, ma anche di non essere la persona più intelligente del mondo. Quello che posso fare però è creare il maggior numero di opportunità per le idee altrui, metterle in connessione e renderle ancora più grandi. Il futuro si costruisce solo così».

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Disabili e lavoro: un’opportunità per tutti, lo dicono i manager

Secondo un’indagine di AstraRicerche, la presenza di dipendenti con disabilità rende le imprese più efficienti e innovative

Persone con disabilità e mondo del lavoro. Un binomio che per i manager italiani ha diversi aspetti positivi. A rivelarlo una ricerca condotta da AstraRicerche per conto di Aism (Associazione italiana sclerosi multipla), Prioritalia, Manageritalia e Osservatorio Socialis. Una ricerca dai risultati non scontati che racconta di come il 75% dei manager nel corso della propria carriera abbia avuto esperienza di collaboratori con disabilità. Ma soprattutto porta in primo piano il fatto che una larga maggioranza dei manager (il 65,4%) sostenga che l’avere colleghi di lavoro con disabilità ha determinato miglioramenti gestionali e organizzativi con ricadute positive sugli altri dipendenti. Un dato quest’ultimo che dà ancora più forza a quell’82,2% dei manager che dichiara che gestire una persona disabile impone un miglioramento gestionale e organizzativo che va a vantaggio di tutti gli altri dipendenti e dell’azienda stessa.

È la prima indagine sul tema che mette in evidenza come per i manager la disabilità sia anche un’opportunità di miglioramento della stessa produttività


Paolo Bandiera, direttore Affari generali di Aism

Come spiega, nella nota introduttiva all’indagine sul vissuto dei dirigenti italiani, AstraRicerche: «I manager intervistati dicono che abilitare la disabilità al lavoro è la scintilla che fa scoccare una riorganizzazione salutare per la produttività». Non è buonismo, ma la consapevolezza che al centro ci devono essere le persone e perché ciò accada ai manager è chiesto un impegno a tutto tondo. Anche per questo più che alla figura del disability manager quello a cui pensano gli intervistati è un disability management. Non serve cioè, una figura specifica e dedicata per il 51%, ma che il tutto – sia dal punto di vista culturale che organizzativo – sia ricondotto a una posizione organizzativa più ampia. Secondo il 54% dei dirigenti, infatti, le diverse problematiche andrebbero affrontate da tutto il management aziendale e dall’intera organizzazione (solo un 9,1% degli intervistati ritiene necessaria una figura specifica).

Tra le iniziative che possono contribuire a migliorare l’approccio alla presenza di persone con disabilità vi è inoltre un utile e positivo rapporto con le associazioni non profit. Per l’82,6% dei manager, infatti, le organizzazioni hanno competenze ed esperienze più che utili per contribuire a una maggiore conoscenza e informazione sulla gestione della disabilità in azienda.

«È la prima indagine sul tema che mette in evidenza come per i manager la disabilità sia anche un’opportunità di miglioramento della stessa produttività», osserva Paolo Bandiera, direttore Affari generali di Aism. La presenza di disabili insomma secondo Bandiera, «stimola a trovare soluzione nella gestione dei processi aziendali che implicano un’evoluzione positiva dell’ambiente di lavoro che spesso diventa anche più flessibile per tutti i dipendenti».

Offriamo formazione culturale per far sì che la presenza di un disabile nell’azienda non sia più considerata solo un “avviamento obbligatorio”, ma un’opportunità aziendale


Giancarla Bonetta, Coordinatrice gruppo volontariato Manageritalia Milano

Fondamentale resta la formazione che deve essere pensata sia per i dirigenti sia per le stesse persone con disabilità. «Come manager volontari abbiamo sostenuto anche delle associazioni non profit nella realizzazione di corsi di informatica di base per favorire opportunità lavorative» osserva Giancarla Bonetta, coordinatrice del gruppo di volontariato di Manageritalia Milano. «Il compito che ci siamo assunti è anche quello di fornire aiuto ai manager da un punto di vista culturale per far sì che la presenza di un disabile nell’organizzazione non sia più considerata solo un “avviamento obbligatorio”, ma una vera e propria opportunità aziendale». Dalla ricerca del resto emerge proprio che la disabilità per i dirigenti è soprattutto un’opportunità e rientra nel “normale funzionamento organizzativo”.

A dirlo sono le percentuali stesse: l’assunzione e la presenza di persone con disabilità è considerato appartenere al normale funzionamento organizzativo dal 43,6% dei dirigenti, un valore aggiunto per la crescita dell’organizzazione solo dal 31,5%, mentre solo il 24,9% lo considera l’adempimento di un obbligo.

L’attenzione alla formazione descritta da Bonetta va anche nella direzione emersa dai suggerimenti finali rilevati dalla ricerca: il 74,8% degli intervistati considera, tra i must per rendere ancora più comune la presenza di persone con disabilità, la promozione di momenti informativi e formativi di tutto il personale sulla disabilità in azienda. Tra le tematiche che vengono ritenute prioritarie vi sono ovviamente la valorizzazione delle diversità come fattore collettivo e organizzativo, il gestire il cambiamento delle competenze, potenziare la responsabilità d’impresa e la capacità di conciliazione tra singoli e organizzazioni.

L’evoluzione dei processi aziendali non è solo al servizio della presenza delle persone con disabilità, ma va a vantaggio di tutti


Paolo Bandiera, direttore Affari generali di Aism

«È un nuovo approccio», conferma Bandiera. «La leva che spinge tante innovazioni dall’home working al lavoro 4.0 è proprio il superamento della standardizzazione. L’evoluzione dei processi aziendali non è solo al servizio della presenza delle persone con disabilità, ma va a vantaggio di tutti». Anche per questa ragione l’Associazione italiana sclerosi multipla punta a partnership con le aziende per promuovere una diversa cultura della disabilità. «Se per esempio i colleghi conoscono quali sono i problemi di una persona con sclerosi multipla è più facile che emergano atteggiamenti solidali. In alcune realtà, del resto, si sono fatti dei laboratori esperienziali in cui si potevano sperimentare alcuni sintomi legati alla patologia (stanchezza, disturbi visivi…) ed ecco che l’atteggiamento nei confronti della disabilità cambia».

A volte però non basta un cambiamento culturale, servono anche degli interventi tecnici sia da un punto di vista contrattuale sia logistico. «Con le grandi aziende si è ovviamente facilitati» osserva ancora Bandiera che riconoscere come nelle Pmi questi cambiamenti siano un po’ più difficili, ma sicuramente non impossibili. «Campita spesso che ci chiamino come associazione per realizzare dei percorsi individuali relativi a persone con Sm. Per questo mi colpisce favorevolmente che la ricerca abbia rivelato la voglia di collaborare con realtà del Terzo settore e questa va nella direzione di facilitare la conoscenza e aiuta a superare degli schemi».

Se sostenibilità è uno dei termini che viene sempre più spesso associato al futuro di quasi tutte le attività non è da trascurare il fatto che le aziende oggi abbiano bisogno di nuove leve per uno sviluppo sostenibile. L’ascolto delle esigenze dei dipendenti con disabilità è una di queste. E su questo terreno, che incrocia anche la responsabilità sociale d’impresa, Aism si muove e si è già mossa come testimoniano i corsi di formazione dedicati alla diversità come valore aziendale, presa in carico e individuazione di soluzioni organizzative, clausole di flessibilità per la conciliazione vita-lavoro e competenze necessarie ai medici del lavoro. «Avere una figura interna formata sulla disabilità anche a livello di rete di imprese è un elemento importante e facilitante, ma non basta una persona», conclude Bandiera «serve un approccio sistemico ed è questa la direzione che si sta intraprendendo».

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«Salvate l’Università italiana, sempre più piccola ed esclusiva»

Diminuiscono i fondi, gli studenti e i docenti: la ricetta del Professor Gianfranco Viesti per cambiare l’università e garantire il diritto allo studio

Come è cambiata l’università italiana negli ultimi dieci anni? Secondo Gianfranco Viesti, professore di Economia applicata presso l’Università di Bari, il quadro non è affatto rassicurante, tanto che il suo ultimo libro, pubblicato con Laterza, ha un titolo eloquente: La Laurea Negata.

Professor Viesti, che significa?
La base di questo lavoro è un rapporto della Fondazione Red pubblicato due anni fa. I dati sono chiari: l’università italiana è più piccola del 20% rispetto a dieci anni fa. E non è una buona notizia.

In che senso è “più piccola”?
Il blocco del turnover ha ridotto il numero dei docenti da 63mila a 49mila tra il 2008 e il 2016, ma ci sono anche meno corsi e meno studenti, al contrario di quanto si possa pensare.

Eppure in periodo di crisi occupazionale si dice che l’Università diventi un parcheggio per i giovani.
È una teoria che girava già negli anni Settanta, ma che in questo momento storico non vale. Per una semplice ragione: i costi dei nostri atenei sono aumentati e sempre più persone non se lo possono permettere.

Andiamo con ordine. Dal punto di vista politico l’Italia ha seguito un indirizzo coerente nei confronti dell’Università?
Sì, indipendentemente dal colore dei governi, possiamo dire che la linea è stata piuttosto univoca. Il costante taglio dei fondi ha portato l’Università pubblica a dipendere per il 30% da finanziamenti privati, con una pericolosa concentrazione degli atenei sbilanciata verso il Centro-Nord.

I criteri di ripartizione dei fondi statali sono stati cambiati, ma sono ancora troppo poco trasparenti


Gianfranco Viesti, professore di Economia applicata presso l’Università di Bari

A farne le spese sono stati gli studenti.
Soprattutto i meno abbienti, visto che gli investimenti per il diritto allo studio sono rimasti gli stessi mentre i costi aumentavano. E non è solo un problema di tasse, ma anche di tutte le altre spese che uno studente, magari fuori sede, deve sostenere. In questo modo non si fa che aumentare le diseguaglianze sociali e lasciare indietro intere fasce economiche e geografiche. Ma oltre al merito, c’è un problema di metodo.

Cioè?
In questi ultimi dieci anni la politica ha trasformato l’Università senza che gran parte dell’opinione pubblica se ne rendesse neanche conto, attraverso modifiche burocratiche molto tecniche e graduali, quasi per evitare responsabilità. Un tema del genere meriterebbe invece di essere al centro del dibattito parlamentare.

C’è un modo corretto per investire nella formazione universitaria?
A parte la necessità di aumentare gli investimenti, un cambiamento opportuno c’è già stato, perché i fondi non vengono più ripartiti agli atenei su base storica, cioè su quanto erano abituati a prendere in precedenza, ma su un sistema di indicatori. Il problema è che questi criteri sono poco trasparenti e, se vogliamo vedere dei benefici, devono essere riformati. Altrimenti resterà la sensazione che il meccanismo sia ancora influenzato dalla volontà di finanziare questo o quell’ateneo.

Spesso si dice che non c’è una buona corrispondenza tra quello che studiano i nostri giovani e le richieste del mercato del lavoro.
Io contesto il pensiero secondo cui si debba investire di più sulle “mode del momento”. L’università deve servire prima di tutto a fornire informazioni e capacità in grado di resistere nei decenni. Poi è ovvio che questo vada mediato con la possibilità di una immediata spendibilità della laurea, ma senza per questo rinunciare a alcune facoltà.

Blocchiamo la riforma Ue sul copyright, una censura a internet

Il parlamento europeo sta per approvare una legge contro la libertà di espressione che trasformerà il web in un posto ostile per le piccole imprese. Ventiquattro politici e rappresentanti della società civile firmano l'appello per fermare la decisione

Il Parlamento Europeo sta per approvare una direttiva contro la libertà di espressione che porterà censura e trasformerà il mercato digitale in un posto ostile per le piccole imprese europee, a solo vantaggio dei giganti del web.
Non possiamo permetterlo.
Per questo abbiamo deciso di sottoscrivere questo appello.
I deputati del Parlamento europeo sono ancora in tempo per impedire che ciò avvenga. Sono ancora appena in tempo.

Lo scorso 20 giugno, il Comitato Affari Legali del Parlamento Europeo (JURI) ha approvato la proposta di direttiva sul copyright nel mercato unico digitale. Questa proposta contiene due articoli molto critici. Sono l’art. 11, noto come “link tax”; e l’art. 13, noto come “macchina della censura”.

L’art. 11 – approvato per un solo voto di scarto, a conferma di quanto sia controversa e combattuta la questione – stabilisce che gli editori possano esigere un pagamento da chi condivide una notizia pubblicata, anche in forma di link o citazione. Questo rende difficile e costoso curare un’aggregazione di notizie. Condividere un link al sito di un quotidiano potrebbe richiedere un accordo formale con quel quotidiano, e un pagamento.

L’art. 13 rende le piattaforme online responsabili per eventuali violazioni del diritto d’autore dei contenuti che ospitano. Questo costringerà le piattaforme internet a creare sistemi di censura preventiva del materiale condiviso in rete. Siccome costerebbe troppo far fare questi controlli a degli esseri umani, il lavoro sarà affidato ad algoritmi. Saremo censurati, e i censori saranno macchine. L’esperienza di questi anni – ad esempio quella di Facebook nel contrastare le fake news – dice che gli algoritmi fanno molto male questo lavoro. Le aziende saranno tentate di censurare tutto o quasi, pur di evitare di pagare penali.

Le conseguenze di questi articoli sono simili e particolarmente perniciose:
1. l’Internet aperta che conosciamo, in cui gran parte dei contenuti sono generati e ritrasmessi da singoli individui e non da grandi organizzazioni, sparisce. Viene rimpiazzata da un’Internet fatta dalle grandi imprese, che hanno il denaro e la scala per adattarsi a queste regole.
2. l’Internet aperta che conosciamo si trasforma in una terra popolata di bot e algoritmi che filtreranno ogni contenuto veicolato dagli utenti e ogni loro attività on line, con evidenti ricadute negative per la privacy e per la nostra libertà di espressione.

Moltissime voci hanno chiesto l’eliminazione di questi due articoli. Tra costoro ci sono tutti i pionieri di Internet, guidati dall’inventore del Web Sir Tim Berners-Lee; le associazioni di diritti civili in rete, guidati dalla Electronic Frontiers Foundation; gran parte dei centri di ricerca europei sui diritti d’autore; 169 accademici indipendenti hanno sostenuto che l’art. 11 potrebbe ostacolare la libera circolazione delle informazioni che è vitale per la democrazia; e moltissimi semplici cittadini. Solo il sito saveyourinternet.eu ha raccolto 200 mila messaggi contro queste misure.

Noi ci uniamo a loro, nel chiedere al Parlamento Europeo, nel corso della seduta plenaria del 4 di luglio, di rovesciare il voto espresso dal Comitato JURI e di non mettere quindi a repentaglio un diritto fondamentale dei cittadini europei – la libertà di espressione delle persone in rete – così come la possibilità di competere e crescere di tante piccole imprese europee.

1. Alessandro Fusacchia, deputato della Repubblica (membro commissione Cultura, Scienza, Istruzione), segretario di Movimenta
2. Massimo Banzi, co-fondatore di Arduino
3. Luca Carabetta, deputato della Repubblica (vice presidente commissione Attività Produttive)
4. Fabrizio Barca, membro della Fondazione Basso e del Forum Disuguaglianze Diversità
5. Rossella Muroni, deputata della Repubblica (membro commissione Ambiente)
6. Alessio Pascucci, sindaco di Cerveteri, coordinatore nazionale di Italia in Comune
7. Alberto Cottica, direttore di ricerca, Edgeryders
8. Riccardo Magi, deputato della Repubblica (commissione Affari costituzionali), segretario di Radicali Italiani
9. Lorenzo Marsili, co-fondatore di DiEM25
10. Alessandro Delli Noci, vicesindaco di Lecce (tra le deleghe: programmazione strategica, lavori pubblici, innovazione tecnologica e agenda digitale)
11. Luca Bolognini, presidente dell’Istituto italiano per la privacy e la valorizzazione dei dati
12. Federica Vinci, presidente di Volt Italia
13. Matteo Lepore, assessore al Comune di Bologna (tra le deleghe: turismo, cultura, agenda digitale, immaginazione civica)
14. Marco Furfaro, coordinatore di Futura
15. Marco Cappato, tesoriere dell’associazione Luca Coscioni
16. Valeria Fascione, assessore alla Regione Campania (innovazione, startup e internazionalizzazione)
17. Andrea Di Benedetto, presidente di CNA Toscana e del Polo Tecnologico di Navacchio
18. Alberto Alemanno, professore di diritto dell’Unione europea HEC Parigi, fondatore di The Good Lobby
19. Lorenzo Lipparini, assessore al Comune di Milano (partecipazione, cittadinanza attiva e open data)
20. Mara Mucci, vicepresidente dell’associazione Copernicani, già vicepresidente Commissione parlamentare sulla digitalizzazione della PA (XVII legislatura)
21. Paolo Barberis, fondatore di Dada e Nana Bianca, già consigliere per l’innovazione a Palazzo Chigi
22. Linda Di Pietro, presidente dell’associazione RENA 23. Riccardo Donadon, fondatore e amministratore delegato di H-Farm 24. Marco Trombetti, fondatore di Translated e Pi Campus

IstruzioneCinque sistemi educativi di successo a cui ispirarsi

Docenti qualificati, tecnologia, metodi didattici innovativi: ecco da chi possiamo imparare per migliorare la nostra scuola

In Italia si parla con frequenza di riforme del sistema scolastico, alla continua ricerca delle soluzioni giuste per formare al meglio i nostri studenti. Tra strutture vecchie e strumentazioni da ammodernare, una buona idea sarebbe quella di prendere esempio da cinque sistemi educativi esteri particolarmente efficaci.

Estonia

Partiamo dall’Estonia, Paese di cui ci siamo già occupati in passato proprio per come ha deciso di puntare sul sistema scolastico. Un dato su tutti: dieci anni fa gli studenti stranieri che studiavano in Estonia erano circa 400, oggi sono più di 4000, ovvero dieci volte tanto. Merito di docenti responsabilizzati – attraverso larga autonomia nella gestione del programma didattico e una degna ricompensa economica – e di un insegnamento al passo coi tempi, che prevede per esempio il ProgeTiger, programma creato per insegnare i fondamenti della programmazione informatica a tutti i livelli, dalla scuola dell’infanzia alla formazione permanente per gli adulti.

In Finlandia fino ai sedici anni non esistono né esami né voti e le scuole sono sempre pubbliche e gratuite

Finlandia

Poco più a nord troviamo un’altra eccellenza. Si tratta del sistema finlandese, che pur essendo riconosciuto come uno dei migliori al mondo non smette di innovarsi. È di un paio d’anni fa l’ultima novità: le scuole finlandesi devono garantire un approccio “collaborativo”, lasciando scegliere agli studenti un tema di loro interesse attorno a cui impostare parte del lavoro. I cambiamenti si inseriscono in un sistema già molto diverso dal nostro, come dimostra il fatto che l’equivalente delle nostre elementari iniziano a sette anni e che fino ai 16 anni non esistono né esami né voti. Chi lo desidera potrà poi iscriversi alla scuola secondaria, che dura fino ai 19 anni e prepara all’università, sempre pubblica e gratuita. Ad essere pubbliche, a ben guardare, sono tutte le scuole finlandesi, caratteristica che permette una grande uniformità nella formazione, indipendentemente dalla classe sociale, e alza verso l’alto l’asticella dell’insegnamento, con docenti laureati (anche per la primaria) e costretti a superare test molto severi per accedere al ruolo.

Svizzera

Restando in Europa, c’è il caso della Svizzera: la scuola dell’obbligo, fino ai sedici anni, è gestita dai cantoni in modo federalista, proprio come i licei. In mano allo Stato centrale sono invece le scuole professionali, che possono durare fino a quattro anni. A contraddistinguere il metodo svizzero è la cura per l’ambiente scolastico: gli alunni hanno in dotazione i libri di testo, che poi lasceranno l’anno successivo ai ragazzi di un anno più piccoli, assieme a matite, colori e strumenti vari. Lavagne, banchi e attrezzature tecnologiche sono all’avanguardia, ma a far riflettere è un fattore più umano che mai: fin dalla scuola primaria gli alunni sono invitati a svolgere da soli il percorso da casa a scuola, in modo che siano responsabilizzati e che imparino a muoversi in città, a gestire le difficoltà della strada e a non dover dipendere da un genitore.

Il Canada ha sfruttato il sistema educativo per trarre il meglio dai milioni di migranti che ha ospitato

Singapore

Per finire, altri due modelli di successo fuori dal vecchio Continente. Il primo è quello di Singapore, in cui gli insegnanti vengono selezioni tra i diplomati dell’istituto di formazione nazionale. Durante il periodo di studio, gli aspiranti insegnanti vivono fianco a fianco con colleghi più esperti, percependo già da allora uno stipendio. Per i docenti sono poi previsti incentivi legati al loro rendimento, valutato a fine anno in base ai risultati ottenuti dai loro allievi e dalle loro scuole. Con un occhio di riguardo per l’aggiornamento professionale, al quale ogni anno gli insegnanti dedicano fino a cento ore.

Canada

In Nord America svetta invece il Canada, che anche attraverso la scuola ha saputo gestire i flussi migratori che hanno portato nel corso dei decenni milioni di persone nel Paese. Per non ritrovarsi sacche di popolazione non alfabetizzate o non qualificate, il Canada ha fatto in modo di favorire l’inserimento nel sistema scolastico di tutti gli strati sociali, garantendo la gratuità dell’insegnamento fino all’università. Questo nonostante la struttura federale del Paese renda molto diverse le gestioni regionali della scuola, pur mantenendo comune la caratteristica di non avere licei specializzati, come in Italia, ma generiche high school sul modello americano.

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L’Italia può diventare una startup nation? Sì, se impariamo dalla Francia

Servono investimenti nelle imprese e nei talenti, proprio come sta accadendo in Francia in questi anni anche grazie al lavoro di Emmanuel Macron

“Fare dell’Italia la prossima startup nation”. Si intitola così un documento ancora disponibile sul sito del ministero dello Sviluppo Economico datato 2012: doveva contenere le linee guida per rendere l’Italia una cosiddetta nazione-startup, ovvero un Paese che basa il proprio sviluppo su un florido tessuto di aziende innovative.

A sei anni di distanza dobbiamo fare i conti con un pesante ritardo rispetto alle aspettative, eppure per avere un buon modello da seguire non sarebbe necessario andare nella Silicon Valley o in Israele (forse lo Stato che più si distingue per puntare sulle startup), ma basterebbe dare un’occhiata a cosa accade in Francia. È lì che, anche grazie alle politiche di Emmanuel Macron – oggi presidente della Repubblica, ma fino al 2016 ministro dell’economia, dell’industria e del digitale – si sta creando un ambiente ideale per la crescita di nuove aziende.

Per avere un buon modello da seguire non sarebbe necessario andare nella Silicon Valley o in Israele, ma basterebbe dare un’occhiata a cosa accade in Francia

Già in campagna elettorale Macron era stato chiaro, rivolgendosi direttamente agli investitori americani preoccupati dall’elezione di Donald Trump: “Venite in Francia, siete i benvenuti, è la vostra nazione. Noi vogliamo le persone innovative, le persone che lavorano sui cambiamenti climatici, sull’energia, sulle rinnovabili e sulle nuove tecnologie”. Il mantra era quello di voler rendere la Francia una “startup nation”, obiettivo da perseguire attraverso incentivi alle nuove imprese, nuove regole per il mercato del lavoro e un radicale cambio di mentalità.

Qualche esempio? Macron ha deciso di investire dieci miliardi di euro in Bpifrance, la banca pubblica di investimento che supporta le stratup. Denaro che va a rinforzare un progetto avviato nel 2011 che inizialmente foraggiava le imprese con circa 300 milioni di euro l’anno e che ora, dopo i 2,7 miliardi del 2016 e i 9 del 2017, sostiene le startup con assegni miliardari in doppia cifra.

Macron ha deciso di investire dieci miliardi di euro in Bpifrance, la banca pubblica di investimento che supporta le stratup

C’è di più: mai sentito parlare di Tech Visa? Si tratta di un “passaporto per i talenti” con il quale si concede la residenza per quattro anni a chiunque scelga di sviluppare la propria startup in Francia, magari trasferendosi con la propria famiglia. Il tutto, va da sé, con sgravi fiscali e tappeti rossi per far arrivare i migliori talenti da tutto il mondo, che magari potranno lavorare in Station F, un altro dei progetti della startup nation. Si tratta del più grande incubatore di startup del mondo, inaugurato alle porte di Parigi lo scorso anno, con l’idea di racchiudere in un luogo fisico migliaia di aziende, talenti, investitori.

Tutto questo sembra lontano anni luce rispetto all’Italia, ma a ben guardare non è così. I numeri da cui partiva la Francia prima dell’accelerata Macroniana non sono così diversi dai nostri: fino al 2014 gli investimenti francesi erano in linea con gli italiani, ovvero sulla soglia dei 300 milioni l’anno. E pur se con colpevole ritardo, nel nostro Paese stanno arrivando hub per startup e competence center. Non basta, certo, perché per diventare una startup nation bisogna attrarre investitori e talenti, incentivandoli attraverso un forte snellimento della burocrazia e un giro d’affari che deve crescere, anche grazie all’aiuto dello Stato.

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LavoroQuattro anni di Garanzia Giovani: ecco com’è andata

I giovani Neet che si sono registrati al programma sono 1 milione e 266mila, di cui il 78,6% presi in carico. Di questi, il 55% ha avviato a un intervento di politica attiva. Borgialli (Adecco): «I dati dicono che l’apertura ai privati comporta benefici»

Lo scorso primo maggio Garanzia Giovani ha spento quattro candeline. Il programma europeo che mira ad aiutare i Neet, i ragazzi che non studiano e non lavorano tra i 15 e i 29 anni, a entrare nel mondo del lavoro è arrivato al suo quarto giro di boa. Ed è tempo di bilanci. Secondo gli ultimi dati forniti da Anpal, l’Agenzia nazionale delle politiche attive, al 31 gennaio 2018 quelli che si sono registrati al programma sono 1 milione e 266mila (al netto delle cancellazioni). Di questi, alla fine, poco più di 232mila oggi hanno un lavoro. Un risultato in chiaroscuro, a guardare i numeri, finanziato con una dote 1,5 miliardi da spendere entro il 2018, più un ulteriore fondo di 1,27 miliardi fino al 2020, che ha dato la possibilità alle regioni meridionali di estendere il programma a tutti i giovani disoccupati non solo Neet.

La presa in carico e il lavoro degli operatori

I giovani registrati al portale di Garanzia Giovani si concentrano nelle regioni del Sud italia (42,5%), mentre sono solo il 15,9% nelle regioni del Nordest. La maggior parte ha un’età compresa tra i 19 e i 24 anni (54,6%) e solo il 10% risulta minorenne. Di quelli registrati, i “presi in carico” – e cioè coloro che sono stati ricontattati da parte dei servizi per l’impiego, pubblici o privati – sono il 78,6 per cento, pari a 995.413.

Una volta presi in carico, oltre la metà (55%) dei giovani è stato avviato a un intervento di politica attiva. Questa percentuale scende al 47,7% nel caso dei giovani con più difficoltà ad inserirsi nel mercato del lavoro (profiling alto) e arriva al 67,7% per i giovani con profiling medio-basso. Le misure di politica attiva complessivamente erogate sono state 631.917: il 60% ha svolto un tirocinio extracurriculare, il 22,9% ha usufruito di incentivi occupazionali e il 12,4% di percorsi di formazione.

Nel 78,2% dei casi la presa in carico è avvenuta presso un centro per l’impiego in tutto il territorio nazionale, a eccezione del Nord-Ovest, dove il 78,8% dei giovani viene preso in carico dalle agenzie per il lavoro accreditate.

«Garanzia Giovani ha avuto il risultato importante di portare la discussione sulle politiche a una diffusione più ampia», spiega Alessandro Borgialli, direttore Politiche Attive di Adecco. «Il programma però si è scontrato con una organizzazione del mercato del lavoro che prevede che le politiche attive siano gestite a livello regionale. Il risultato è stata una Garanzia Giovani a spezzatino, diversa da regione a regione, che ha avuto anche riflessi sul nostro lavoro di operatori privati». Alcune Regioni si sono aperte alle agenzie private accreditate, altre hanno preferito affidarsi alla rete pubblica dei centri per l’impiego.

I modelli emersi sono tre. Il primo è il “modello voucher” di Lombardia, Piemonte e Campania, che lascia al giovane la possibilità di scegliere tra il pubblico e il privato per l’erogazione del servizio. E in questo caso è anche la stessa agenzia privata che può andare a intercettare i potenziali fruitori. Il secondo è il “modello a progetto”, adottato ad esempio in Veneto e Puglia, che prevede un progetto formativo in cui l’agenzia privata interviene poi in un secondo momento per favorire l’inserimento lavorativo in base alle vacancy a disposizione. L’ultimo è quello scelto da Regioni come Emilia Romagna, Toscana e Friuli Venezia Giulia che, con modalità diverse, hanno dato priorità ai centri per l’impiego.

Il programma si è scontrato con una organizzazione del mercato del lavoro, che prevede che le politiche attive siano gestite a livello regionale. Il risultato è stata una Garanzia Giovani a spezzatino, diversa da regione a regione


Alessandro Borgialli, direttore Politiche Attive di Adecco

Garanzia Giovani: e poi?

Ma quanti di questi giovani alla fine hanno trovato un lavoro? Anche i risultati, viste le diverse modalità di applicazione, sono diversi da regione a regione. Rispetto a chi ha completato l’intervento di politica attiva, i giovani occupati alla data di rilevazione da parte di Anpal sono 232.560. Il tasso di inserimento occupazionale rilevato a uno, tre e sei mesi dalla conclusione dell’intervento in Garanzia Giovani passa dal 39% (a un mese) al 48,4% (sei mesi). Il primo ingresso nel mercato del lavoro entro il mese successivo alla conclusione del percorso riguarda il 40,8% dei giovani, percentuale che sale al 58% se si guarda a un lasso temporale più lungo (entro sei mesi). Il 40,2% dei giovani risulta occupato con un contratto di apprendistato, il 30,7% con un contratto a tempo indeterminato e il 25,5% con uno a tempo determinato.

Dal punto di vista territoriale, invece, i tassi di occupazione registrano valori più elevati al Nord, in particolare nelle Regioni del Nord-Ovest, rispetto a quelle del Centro, del Sud e delle isole. Con delle eccezioni. «I risultati maggiori a livello occupazionale si registrano in Lombardia, Piemonte e Campania, che hanno aperto agli operatori privati», spiega Borgialli. «E nel caso della Campania viene proprio fuori la supremazia del processo rispetto al mercato del lavoro, che in questa regione è certamente più difficile e complesso delle altre due. È evidente che l’apertura ai privati comporta benefici dal punto di vista dell’inserimento occupazionale».

I risultati nel complesso sono positivi, considerato che stiamo ragionando su un progetto rivolto a una categoria ai margini della vita sociale e produttiva del Paese e che grazie alla Youth Guarantee si sono in qualche modo messi in gioco


Maurizio Del Conte, presidente di Anpal

Il bilancio

Maurizio Del Conte, presidente di Anpal, ammette che per Garanzia Giovani «si può e si deve fare di più». Ma i risultati nel complesso sono positivi, «considerato che stiamo ragionando su un progetto rivolto a una categoria ai margini della vita sociale e produttiva del Paese e che grazie alla Youth Guarantee si sono in qualche modo messi in gioco», spiega al Sole 24 Ore. «Hanno misurato le loro competenze, sono entrati in contatto con strutture quali i centri per l’impiego riacquistando una dimensione sociale, attivandosi e dando la loro dichiarazione di disponibilità».

A guardare nel dettaglio i dati, però, viene fuori la metà dei registrati al programma si è persa per strada. Visto che gli interventi di politiche attive avviate sono la metà del totale degli iscritti. Un dato, questo, che dimostra forse la debolezza della rete regionale di servizi per il lavoro italiani. Motivo per il quale è nata proprio la stessa Anpal, che avrebbe dovuto centralizzare i servizi per l’impiego, salvo poi rimanere azzoppata dopo la bocciatura del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.

Ad oggi, nonostante ci sia stato un calo dei Neet dai 2,41 milioni del 2014 ai 2,19 del 2017, l’Italia resta comunque la peggiore in Europa per numero di giovani non impiegati né nel lavoro né negli studi. Il 24% degli under 30 italiani rientra ancora in questa categoria, contro una media Ue del 13,4%, restando ben lontana dal 5,9% dell’Olanda e dall’8,5% della Germania. Con una maggiore concentrazione nel Mezzogiorno, dove i Neet sono il 34,4% degli under 30, cioè più di uno su tre. «Prendiamo spunto dalle best practice dall’esperienza passata, per far sì che la Garanzia Giovani 2 sia più efficiente», conclude Alessandro Borgialli.

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Lo sport che rimette in campo i Neet

Sport, arte e formazione permettono di riattivare il 75% dei ragazzi coinvolti nell'iniziativa “Lavoro di Squadra” lanciata da ActionAid in diverse città, tra cui Milano

In Italia i Neet – giovani Not in education, employment or training, ovvero al di fuori di scuola, lavoro o formazione – sono tanti. Ma c’è un’azione che sta ottenendo risultati straordinari nella riduzione del fenomeno: si chiama “Lavoro di Squadra”, è un progetto promosso dal 2014 dall’ong Action Aid in varie città italiane e in particolare da tre anni è attivo a Milano in collaborazione anche con Fondazione Adecco per le Pari opportunità. L’ultima edizione del progetto è stata avviata a maggio di quest’anno.

«Almeno tre giovani su quattro che partecipano al progetto si riattivano e alla fine dei tre mesi di percorso tornano a studiare oppure trovano opportunità di formazione o lavoro», spiega Vittoria Pugliese, coordinatrice di “Lavoro di Squadra” per Action Aid. Un risultato di ampia portata che può essere preso come modello per arginare il problema, dato che i numeri dei Neet in Italia oggi sono i più alti in Europa, e servono quindi idee vincenti e in controtendenza. Stiamo parlando di 2,2 milioni di persone tra i 15 e i 34 anni, ovvero il 24% del totale – con il picco del 34% nelle regioni del Sud – a fronte di una media europea del 14% (fonte rapporto Confindustria 2017).

Dal 2014 a oggi sono stati 150 i ragazzi coinvolti, al 60-70% maschi, e 120 di loro hanno portato a termine il percorso

Come opera “Lavoro di Squadra”? «Alternando momenti aggregativi basati su attività sportive o artistiche a momenti di self empowerment e orientamento professionale», spiega Pugliese. A Milano, per esempio, si fa Thai Boxe, mentre nelle altre esperienze in Italia di “Lavoro di Squadra”, tra cui Bari, Reggio Calabria e Torino, si praticano altri sport: canoa, calcio, street dance, judo e atletica. «Promuovere pratiche sportive è un ottimo modo di agganciare i ragazzi Neet, anche perché permette loro di sperimentarsi nel lavoro di gruppo», continua la coordinatrice ActionAid.

«Per arrivare a loro usiamo i social network, ma anche i metodi classici come volantini nei bar e in altri esercizi commerciali. Inoltre, contattiamo associazioni e cooperative che fanno già attività con adolescenti e giovani vulnerabili». Dal 2014 a oggi sono stati 150 i ragazzi coinvolti, tutti tra i 16 e i 25 anni e al 60-70% maschi, e 120 di loro hanno portato a termine il percorso, che nei 90 giorni di durata prevede un impegno di tre pomeriggi a settimana. Per fare un esempio, dei 24 partecipanti dell’edizione 2017 di Lavoro di Squadra a Milano «quattro hanno ripreso gli studi formali, nove hanno iniziato corsi di formazione, altri nove sono impegnati in tirocini, due hanno trovato lavoro».

Il lavoro principale sui Neet si fa sul self empowerment, portando loro a fare uscire i lati del carattere spendibili nella società e nel mondo del lavoro


Laura Ciardiello, responsabile Sviluppo Progetti di Fondazione Adecco per le Pari Opportunità

Il cuore del progetto sta proprio nel nome: il lavoro di squadra tra gli enti coinvolti, che poi si riflette tra i giovani. «Comunichiamo quotidianamente per aggiornarci sui progressi dei singoli ragazzi, e questo approccio serve anche per motivarli, perché così sentono fiducia attorno a loro: molti, infatti, iniziano il corso credendo di non farcela, poi invece quando capiscono che nessuno li sta giudicando si mettono in gioco», spiega Laura Ciardiello, responsabile Sviluppo Progetti di Fondazione Adecco per le Pari Opportunità che ha seguito Lavoro di Squadra fin dai primi passi. «Il lavoro principale sui Neet si fa sul self empowerment, portando loro a fare uscire i lati del carattere poi spendibili nella società e nel mondo del lavoro». Le aziende si dimostrano interessate ai Neet: «In questi tre anni abbiamo sempre trovato porte aperte», conferma Ciardiello.

Con la supervisione di consulenti esperti, su ogni giovane viene attivato un percorso personalizzato che tiene conto di possibilità e aspirazioni: per esempio un ragazzo che vuole fare il barman a medio termine, punta nel breve periodo a sperimentarsi come camerieri per poi specializzarsi. Ancora, si cerca di andare al di là dei luoghi comuni: «Un ragazzo egiziano è arrivato nel progetto pensando che l’unica via lavorativa fosse diventare pizzaiolo, dato che il consiglio che riceveva era questo. Ma a lui piace tagliare i capelli, e ora sta seguendo la sua strada svolgendo un tirocinio da un parrucchiere», racconta la responsabile Sviluppo progetti di Fondazione Adecco per le Pari Opportunità.

L’esperienza di “Lavoro di Squadra” fa emergere un importante elemento: ciò che permette a un giovane Neet di riattivarsi è il mix tra prospettive lavorative e riscatto sociale, indipendentemente dal luogo in cui si nasce. Tra gli aderenti al progetto, infatti, ci sono sia giovani di reddito medio-basso delle periferie cittadine, sia ragazzi delle zone “bene” delle città. Allo stesso modo, il progetto coinvolge persone sia italiane che straniere, richiedenti asilo compresi. «I gruppi misti rappresentano un ulteriore valore aggiunto, perché si crea aggregazione tra gruppi di persone che nella vita quotidiana hanno meno possibilità di venire a contatto fra loro», conclude Pugliese di ActionAid.

Basta critiche, ai Millennials dovete fare le domande giuste

Fanno parte della generazione più istruita di sempre, hanno le soft skills che il mercato chiede, eppure per le aziende sono alieni. Coccolati come figli, ma ipercriticati come generazione, i Millennials hanno voglia di dimostrare quanto valgono. Parola di Alessandro Rosina

C’è chi gli punta contro il dito: choosy, bamboccioni, sdraiati. E chi li ha già liquidati come la “generazione persa”, come se si fossero perduti da soli o dovessero espiare una colpa. Mai una generazione ha avuto tante etichette e mai – a dispetto di ciò – una generazione è stata tanto incompresa. Chi sono i Millennials? A fare chiarezza è il Pew Research Center, che ha appena tracciato i confini della “generazione Millenials”: sono i nati tra il 1981 e il 1996, chi è nato dopo fa parte di un’altra generazione, al momento senza nome. I Millennials hanno quindi fra i 22 e i 37 anni e in Italia sono la generazione che ha pagato il prezzo più alto della crisi economica.

Alessandro Rosina, ordinario di demografia all’Università Cattolica di Milano, li osserva da vicino da parecchio tempo, nelle vesti di coordinatore del “Rapporto Giovani” dell’Istituto Toniolo. «Non è vero che i Millennials sono la generazione perduta, questo non è un destino ineluttabile. Il ruolo delle nuove generazioni è andare oltre il presente, il compito della società è incoraggiarle a farlo», afferma. La fotografia scattata dal Rapporto Giovani 2018, pubblicato a metà aprile, segna un punto di svolta: i giovani oggi hanno una gran voglia «di lasciare alle spalle una crisi economica che li ha schiacciati in difesa e ha bloccato i loro progetti di vita, per essere finalmente messi nelle condizioni di diventare parte attiva di un processo di cambiamento e sviluppo del Paese», afferma Rosina. Una prova? Il 74% degli intervistati ritiene possibile impegnarsi in prima persona per cercare di far funzionare meglio le cose in Italia.

I giovani devono incaricarsi di dimostrare di essere diversi da come vengono dipinti da chi li ha messi nelle condizioni attuali


Alessandro Rosina, Professore ordinario presso l’Università Cattolica di Milano

«Quando si parla di giovani il discorso pubblico è pieno di semplificazioni e luoghi comuni. L’errore fatale, per i giovani, sarebbe quello di adattarsi ad essere ciò che pensa di loro chi ha fallito nel far crescere il Paese, anziché farsi parte attiva delle forze che vogliono cambiare il Paese. La narrazione ci descrive giovani incapaci e indolenti, in un’Italia destinata a essere marginale, ma questa non deve diventare una profezia che si autoadempie. I giovani devono incaricarsi di dimostrare di essere diversi da come vengono dipinti da chi li ha messi nelle condizioni attuali, dimostrare che un destino diverso è possibile. Questo dipende molto da loro, ma può essere favorito anche dalle generazioni più mature, se sono disposte a passare dal giudizio ipercritico allo sforzo di comprendere e di agire coerentemente. Perché abbiamo avuto una generazione che ha agito in modo iperprotettivo nei confronti dei propri singoli figli e contemporaneamente ha alimentato un atteggiamento ipercritico verso le nuove generazioni».

Il ruolo delle nuove generazioni è andare oltre il presente, il compito della società è incoraggiarle a farlo


Alessandro Rosina, Professore ordinario presso l’Università Cattolica di Milano

Il disallineamento tra aspirazioni e lavoro

Rassegnarsi ad avere una generazione “mancata”, che non riesce a esprimere le proprie potenzialità e a realizzare le proprie ambizioni sarebbe «un danno non solo per i giovani, ma per l’Italia. I giovani oggi hanno voglia di scommettere su se stessi e di esercitare un protagonismo positivo, ma manca un sistema Paese che sia un terreno fertile dove le nuove generazioni possano dare frutto». Prendiamo ad esempio il lavoro, condizione necessaria per realizzare quell’autonomia e anche quella famiglia propria che i giovani italiani comunque desiderano: il 40% dei nostri ragazzi afferma di avere un’aspirazione professionale, ma non sa se riuscirà a realizzarla, dieci punti sopra gli inglesi e i tedeschi. Un disallineamento che alimenta da un lato l’annosa questione del mismatching, dall’altro una condizione esistenziale di frustrazione.

Come intervenire su questo punto specifico? «Con una scuola che rafforzi le competenze utili alla vita e al lavoro e con strumenti più avanzati per costruire il percorso professionale. Abbiamo troppi under 35 nella condizione di Neet». La scuola italiana infatti pur riscuotendo un buon giudizio da parte dei giovani, «fa sempre più fatica a essere strumento di promozione sociale e a ridurre le diseguaglianze di partenza. Da noi è molto più alto che nel resto d’Europa il rischio di fermarsi a un titolo basso per chi proviene da famiglie con minori risorse socio-economiche. Inoltre, il rendimento del titolo di studio è più basso rispetto alle economie più avanzate: solo dopo i 30 anni la differenza tra avere o non avere una laurea diventa rilevante in termini di occupazione e retribuzione. Sapendo che il titolo di studio è condizione necessaria ma sempre meno sufficiente per fare una buona carriera, bisogna metterci del proprio in termini di impegno e intraprendenza: di questo i giovani sono estremamente consapevoli».

La scuola fa sempre più fatica ad essere strumento di promozione sociale


Alessandro Rosina, Professore ordinario presso l’Università Cattolica di Milano

Alieni, ma con tutte le carte in regola

I Millennials italiani, secondo l’Osservatorio Giovani, si danno buoni voti nelle competenze trasversali: onestà, senso di responsabilità, desiderio di imparare, capacità di relazionarsi in modo adeguato con gli adulti, capacità di lavoro autonomo, di pensiero critico, di lavoro in gruppo, di empatia… Se tutto questo è vero e se le soft skills saranno sempre più determinanti nel mondo del lavoro, perché molte aziende si lamentano dei Millennials come se fossero alieni, quasi dei disadattati incapaci di stare alle regole base del mondo del lavoro? «Non si è giovani allo stesso modo in tutte le epoche storiche. Le nuove generazioni sono per propria natura diverse dalle generazioni precedenti. I Millennials vivono in un mondo complesso e in rapido mutamento, che ha punti di riferimento molto meno stabili del passato, pieno di contraddizioni, sfide e insidie nascoste», risponde il professor Rosina. Rispetto alle fragilità con il mondo del lavoro, «varie ricerche dicono che i giovani di oggi hanno meno propensione al sacrificio, minor capacità di concentrazione e maggior rischio di demotivazione rispetto ai propri genitori. Ma quando sono inseriti nei contesti giusti, con gli stimoli adeguati, con obiettivi concreti e ingaggianti, ci mettono più entusiasmo e impegno, raggiungendo risultati al di là delle aspettative».

I ragazzi di oggi sono svogliati o stanno forse cambiando le modalità di apprendimento, richiedendo nuovi strumenti e strategie di insegnamento?


Alessandro Rosina, Professore ordinario presso l’Università Cattolica di Milano

Il punto allora qual è? «I ragazzi di oggi sono svogliati o stanno forse cambiando le modalità di apprendimento, richiedendo nuovi strumenti e strategie di insegnamento? È questo che dovremmo chiederci. Sono disimpegnati e indifferenti o forse il loro ingaggio alla partecipazione non segue più gli schemi tradizionali? Sono sfiduciati verso tutto e tutti o offrono attenzione a chi sa mettersi in sintonia con loro attraverso un linguaggio autentico, credibile, proponendo temi coerenti con le loro sensibilità? Su tutti questi punti esistono esperienze sul “che cosa funziona”, per ora purtroppo solo come eccezioni».

La buona notizia è che «c’è un grande desiderio dei giovani di essere riconosciuti non per quello che manca e che il passato non può più garantire, ma attraverso quello che essi possono essere e dare al Paese, per costruire un futuro migliore, coerente con i propri valori e progetti. Le nuove generazioni hanno il compito di dimostrare che quando si dà loro spazio e fiducia si ottengono i migliori risultati, ma questo Paese deve dimostrare di credere nei suoi giovani».

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Piazza dei Mestieri, dove la tradizione guarda al futuro

A Torino nel 2004 è nata la fondazione presieduta da Dario Odifreddi, che dice: «C’è un’enorme domanda di mestieri tradizionali. La differenza oggi è che vanno rivisti in chiave innovativa, moderna e tecnologica. Fare il maitre o lo chef non può essere uguale a dieci anni fa»

Creare un ponte tra formazione e lavoro per dar vita ai nuovi artigiani del futuro. È con questo obiettivo che 14 anni fa nasceva a Torino Piazza dei Mestieri, «un’esperienza purtroppo unica in Italia», esordisce Dario Odifreddi, presidente della fondazione, «nata dalla constatazione che molti giovani al termine della scuola non sapevano come muoversi». Mentre la disoccupazione giovanile in Italia supera ancora il 32%, Piazza dei Mestieri sforna ogni anno cuochi, parrucchieri, maitre di sala, tecnici Ict e grafici che a due anni dalla fine degli studi hanno un tasso di inserimento lavorativo del 75-80 per cento. Con un occhio attento anche alla prevenzione del disagio giovanile e alla lotta alla dispersione scolastica, visto che qui – nel cuore di Torino – si aprono le porte della formazione d’eccellenza «anche a quelli più svantaggiati, scoraggiati, di cui si dice che non abbiano talento, premiando la voglia di fare. Nella selezione seguiamo criteri oggettivi e soggettivi: è quello che noi chiamiamo patto educativo», spiega Odifreddi.

Con un mix di fondi tra pubblico e privato, e un forte coinvolgimento delle imprese, a Piazza dei Mestieri i ragazzi vengono preparati all’inserimento lavorativo nella filiera artigianale agroalimentare, quella dell’acconciatura e dell’estetica e quella dei nuovi mestieri del mondo Ict. Mestieri innovativi e “vecchi” mestieri manuali convivono e rinascono in un mercato tutto nuovo. Anche grazie alla collaborazione delle aziende, che ogni anno offrono 300 borse di studio, assegnate con una valutazione mista tra merito e condizione reddituale.

A Piazza dei Mestieri non si fanno solo lezioni teoriche. «Accanto ai corsi», continua Odifreddi, «vengono messe in atto attività produttive reali ed economicamente sostenibili, che operano sul mercato». Piazza dei Mestieri ha creato sia un ristorante, finito sulla guida Michelin, che un pub, premiato per le sue birre, dove i ragazzi lavorano e imparano. Poi anche un centro di acconciatura ed estetica, in collaborazione con L’Oréal. Si insegnano le competenze teoriche, ma anche ad avere a che fare con i clienti, a sapersi relazionare dietro a un bancone e a una cassa.

Non finisce qui. Con Piazza dei Mestieri è nato un Its, Istituto tecnico superiore, premiato per quattro anni consecutivi dal ministero dell’Istruzione. E per favorire l’inserimento lavorativo degli allievi, è nato un Job Center, che segue i ragazzi nei due anni successivi al diploma.

C’è un’enorme domanda di mestieri tradizionali. La differenza oggi è che vanno rivisti in chiave innovativa, moderna e tecnologica


Dario Odifreddi, presidente della fondazione Piazza dei Mestieri

A Torino i ragazzi sono in tutto 900. Altrettanti si trovano a Catania, dove è nata una sede distaccata. Qui, nel Sud d’Italia, i ristoranti che partecipano alla rete di formazione nei giorni di chiusura vengono gestiti dagli allievi di Piazza dei Mestieri.

Le richieste per iscriversi ai corsi offerti dalla fondazione torinese crescono di anno in anno. «La richiesta è sempre maggiore rispetto ai posti disponibili», racconta Odifreddi. «Ma non è più una scelta di serie B. Se quando abbiamo iniziato il 50% dei ragazzi arrivava da insuccessi scolastici precedenti e noi rappresentavamo un po’ l’ultima spiaggia, oggi per oltre l’80% Piazza dei Mestieri è la prima scelta dopo la terza media». Ci sono ragazzi che provenivano da situazioni di difficoltà e oggi lavorano in ristoranti stellati francesi. E c’è anche chi ha creato applicazioni tra le più scaricate su Google Play.

Giovani e giovanissimi che aspirano a diventare cuochi, pasticceri, parrucchieri. «C’è un’enorme domanda di mestieri tradizionali», dice Odifreddi. «La differenza oggi è che vanno rivisti in chiave innovativa, moderna e tecnologica. Fare il maitre o lo chef non può essere uguale a dieci anni fa. I mestieri servono tantissimo, ma non serve riprodurre una cosa vecchia». Oggi un cuoco deve conoscere anche le lingue e le intolleranze alimentari, un idraulico i materiali più innovativi sul mercato.

Stare sempre sulla frontiera, rinnovarsi e misurarsi con il mondo che cambia


Dario Odifreddi, presidente della fondazione Piazza dei Mestieri

Il grande vantaggio di Piazza dei Mestieri è che «accanto ai professori tradizionali che seguono i programmi delle materie principali, gli insegnanti delle materie tecniche sono tutti professionisti, gente che ha fatto o fa la differenza sul mercato». Senza dimenticare i “nuovi mestieri”. «Il problema enorme delle aziende che hanno fatto investimenti in industria 4.0 è che necessitano di figure professionali che non ci sono, figure non codificate che bisogna cominciare a creare nei nostri Istituti tecnici superiori, che vanno rafforzati. Un po’ di strada è stata fatta, ma bisogna fare di più», dice Odifreddi. La regola deve essere: «Stare sempre sulla frontiera, rinnovarsi e misurarsi con il mondo che cambia». Anche per un parrucchiere, un elettricista o un sous chef.

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Il lavoro del futuro? Il cartografo (per le auto che si guidano da sole)

Non solo sensori, telecamere e radar, l'ultimo passo per le self-driving car è dotarsi delle giuste indicazioni per non sbagliare strada e aumentare la sicurezza dei passeggeri grazie al lavoro dei cartografi

Secondo molti esperti, il futuro delle auto a guida autonoma è lontano solo cinque anni. Entro il 2022, molti mercati saranno pronti per mettere in vendita quelli che ora sono ancora dei prototipi (anche se in fase avanzata di sperimentazione). Mentre nel giro di 10-15 anni, le self driving car saranno un mezzo di spostamento abituale per milioni di persone. A questo obiettivo lavorano i giganti del tech in collaborazione con diversi produttori di automobili. Alcuni, come Tesla, fondono le due dimensioni in un’unica entità: software e hardware a firma Elon Musk all’interno di uno stesso veicolo. Ma per andare dove?

La domanda sorge spontanea se si considera che proprio un veicolo Tesla modello X lo scorso 23 marzo è andato a schiantarsi contro la barriera danneggiata di un’autostrada americana nei pressi di Mountain View, California, mentre era attivo il sistema di guida autonoma. Un impatto che ha causato la morte del conducente e rilanciato il dibattito sul tema della sicurezza. Eppure, il tratto di strada in cui è avvenuto l’incidente era già stato percorso oltre 85mila volte, per un totale di circa 200 viaggi al giorno, da proprietari di veicoli Tesla (che utilizza un sistema di machine learning diffuso a tutta la flotta) e il tracciato non avrebbe dovuto nascondere insidie per il software al volante. Che qualcosa sia andato storto, nonostante un’apparecchiatura fatta di sensori a ultrasuoni, telecamere e radar è certo. E la domanda sorge spontanea: non è che servano delle mappe migliori? Di quelle, per esempio, che segnalano dove la striscia bianca fra le corsie si trasforma in un muro di cemento?

Interrogativi che accendono i riflettori su una scienza antica: la cartografia. Ovviamente adattata alle esigenze del XXI secolo. Dai tempi dei Pitagorici che ipotizzarono, a partire da osservazioni empiriche, la rotondità della Terra passando per le mappe che tratteggiavano le coste del Nuovo Mondo scoperto da Cristoforo Colombo, fino alle indicazioni dettagliate di Google Maps, la disciplina si è notevolmente evoluta e ora è al centro di una nuova epoca d’oro.

A dirlo è un report della banca d’investimento Goldman Sachs per cui il mercato delle mappe realizzate ad uso delle auto a guida autonoma raggiungerà i 24,5 miliardi di dollari entro il 2050. Ma dai droni per le consegne alla pubblicità real time, le applicazioni e i benefici della cartografia digitale sono vastissimi. Tanto che, negli Usa, negli ultimi dieci anni la percentuale di lauree in cartografia è cresciuta del 40% andando solo in parte a colmare una richiesta di professionisti che da qui al 2024 crescerà del 30%. E se le percentuali ancora non rendessero bene l’idea, basti pensare che un colosso come Google (il cui servizio Maps è utilizzato mediamente da un miliardo di utenti al mese) ha oltre mille dipendenti e seimila contractor dedicati alle mappe digitali.

Il mercato delle mappe realizzate ad uso delle auto a guida autonoma raggiungerà i 24,5 miliardi di dollari entro il 2050

A disposizione dei cartografi dei nostri giorni non ci sono più compassi, righelli e carte millimetrate ma un bacino di dati sterminato. Innanzitutto, gli archivi open source come i britannici OpenStreetMap e OpenAddress, già ampiamente utilizzati da diverse aziende per costruire i propri servizi. In secondo luogo, le foto che contengono diversi dettagli su strade, vie e percorsi.

Un database simile è quello che Google, nel 2017, ha dato in pasto a un’intelligenza artificiale a partire dagli scatti realizzati per il servizio StreetView: oltre 80 miliardi di immagini attraverso cui sono stati identificati automaticamente numeri civici, indirizzi ed insegne commerciali. Infine, i dati Gps ricavabili dai dispositivi mobile di ognuno di noi. Informazioni che Mapbox, azienda con base a San Francisco, ricava ogni volta che un utente si collega alle mappe realizzate a partire da un kit di sviluppo software che la stessa Mapbox ha ideato e fornito ai cartografi digitali. Informazioni che, secondo l’azienda, permetterebbero di ridisegnare la mappa della baia di San Francisco almeno dieci volte al giorno.

Negli ultimi dieci anni la percentuale di lauree in cartografia è cresciuta del 40% andando solo in parte a colmare una richiesta di professionisti che da qui al 2024 crescerà del 30%

Ma quanto costa realizzare una mappa digitale? Una cifra non c’è, ma se si pensa che molte mappe cittadine realizzate a partire dall’immagine aerea di un’area che viene prima processata da un programma di riconoscimento e poi corretta manualmente per rimediare agli “scarti” rispetto alla realtà dovuti a possibili ostruzioni come alberi e ombre, si capisce che il lavoro può essere lungo e dispendioso – non solo in termini economici.

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