Manute Bol era quel giocatore lungo lungo e secco secco che sembrava non si reggesse in piedi. Lo vedevi e temevi che da un momento all’altro si spezzasse in due. Giocava a basket nei Philadelphia 76ers, poi nel 1995 è venuto in Italia, a Forlì. Bol era un gran difensore, abilissimo nelle stoppate, un po’ meno nei tiri a canestro. Però era una star, per il suo fisico, perché fu uno dei primi africani a primeggiare nell’Nba. Era un personaggio, Bol. Era milionario (in dollari), Bol. Ora è nei guai. Dopo Siena è tornato in Sudan, ed è rimasto coinvolto nella guerra civile che insanguina il paese. Lui è un Dinka, una tribù del sud, cristiana, che combatte per l’indipendenza dagli arabi musulmani del Nord. Ha perso tutto in operazioni finanziarie sballate, in finanziamenti miliardari ai ribelli e in aiuti alle migliaia di parenti. Ora ha 39 anni e il dolore alle ginocchia è così atroce che spesso non riesce a muoversi. Senza un lavoro ha vissuto in una catapecchia alla periferia di Karthoum. Alla fine dell’estate è riuscito a raggiungere l’Egitto. Ci ha messo otto mesi, ma ce l’ha fatta. Ha portato con sé la sua nuova famiglia, una moglie e un bambino. La sua moglie americana vive nel New Jersey con i tre figli che lui non vede da 5 anni. Al Cairo ha perso anche la valigia e senza un soldo fa fatica a trovare abiti della sua misura. Ora spera in una pensione dell’Nba e soprattutto che gli Stati Uniti gli concedano un visto per tornare in America. Ma i casini provocati da Bin Laden rendono tutto più difficile.