Camillo di Christian RoccaBalbettio e cambio di strategia

New York. Gli americani si chiedono che cosa pensi davvero Barack Obama e quale sia la sua strategia sull’Iran. La sensazione è che il suo “piano A”, cioè trovare un accordo con il regime islamico sulla questione del nucleare, sia stato travolto dalla rivolta popolare in corso e che non abbia ancora elaborato una via d’uscita.

New York. Gli americani si chiedono che cosa pensi davvero Barack Obama e quale sia la sua strategia sull’Iran. La sensazione è che il suo “piano A”, cioè trovare un accordo con il regime islamico sulla questione del nucleare, sia stato travolto dalla rivolta popolare in corso e che non abbia ancora elaborato una via d’uscita. Ma a Washington comincia a circolare voce che questa sarà la settimana in cui Obama si allontanerà dall’idea celebrata durante la campagna elettorale e osannata nei primi mesi di presidenza secondo cui sarebbe stato possibile negoziare apertamente con il regime iraniano. Secondo The Politico, ora Obama proverà invece a puntare su una strategia centrata su democrazia e libertà, in verità molto simile a quella del suo predecessore George W. Bush.
L’ex portavoce americano in Iraq, Dan Senor, oggi analista del Council on Foreign Relations, ha scritto sul sito di Time che è probabile che in settimana il presidente parlerà al paese e rafforzerà i toni contro il regime iraniano. Senor crede, inoltre, che il presidente darà mandato a Hillary Clinton e a Joe Biden di coordinare una risposta internazionale unitaria e formale, più in linea con le condanne espresse in questi giorni da Francia, Germania e Canada. C’è addirittura chi sostiene che Obama chiederà nuove elezioni in Iran, ma dopo una settimana di segnali e promesse di non ingerenza americana nel processo elettorale iraniano una giravolta così completa sembra improbabile, anche per un politico disinvolto come l’ex senatore di Chicago.
Nel giorno in cui, per la prima volta, il gradimento di Obama è sceso al 58 per cento (sondaggi Gallup), la linea distaccata, timida e attendista tenuta finora dal presidente non solo è stata criticata a destra come a sinistra, ma soprattutto non regge più. 
La Camera dei deputati si è espressa, all’unanimità, a favore dei manifestanti iraniani e contro la violenza del regime. Obama ha provato a moderare il testo della risoluzione e sabato pomeriggio, mentre a Teheran la gente non si curava delle minacce della Guida Suprema Ali Khamenei e le milizie del regime aprivano il fuoco, ha stilato un comunicato di condanna della violenza del regime che è sembrato il primo segnale serio di una svolta. Soltanto un paio di giorni prima, infatti, Obama aveva lodato il senso dello stato di Khamenei.
La Casa Bianca si sta rendendo conto che non è più possibile continuare a perseguire la strategia “realista” di un accordo con gli ayatollah che governano l’Iran. Dopo tutto quello che è successo a Teheran, sedersi al tavolo della trattativa con Khamenei e Ahmadinejad sarebbe una legittimazione della violenza usata dal regime islamico.
Le critiche a Obama sono state dure. La pattuglia di commentatori neoconservatori ha ricordato al presidente che è sbagliato e controproducente per l’America abbandonare i principi di libertà e democrazia per inseguire un’ipotesi di accordo con un regime privo di scrupoli. Anche l’ala degli interventisti liberal è rimasta delusa dalla cautela del presidente e ieri le critiche sono arrivate anche dal mensile di estrema sinistra The Nation e da analisti di scuola realista come David Ignatius, Daniel Drezner e Roger Cohen.
(segue dalla prima pagina) Obama e i sostenitori della linea di non interferenza negli affari interni iraniani hanno spiegato che l’eventuale appoggio americano alle manifestazioni di piazza avrebbe indebolito i manifestanti e dato l’opportunità al regime di reprimere una rivolta che a quel punto sarebbe stata accusata di essere fomentata dai nemici occidentali. In realtà le accuse di interferenza internazionale sono arrivate lo stesso, ma a Washington tutti sanno che non era questo il vero motivo della cautela obamiana. Il presidente e i suoi consiglieri non credevano che la protesta potesse durare e che il regime potesse vacillare, senza dimenticare che, secondo alcuni analisti vicini alla Casa Bianca, Ahmadinejad potrebbe aver davvero vinto le elezioni.
Sostenere le richieste democratiche dei manifestanti e denunciare i brogli elettorali avrebbe messo gli Stati Uniti in cattiva luce rispetto al regime con cui Obama avrebbe voluto tentare la strada di un accordo e che andava rassicurato sull’abbandono delle politiche pro democratiche e di “regime change” della precedente Amministrazione Bush. Il New York Times ha raccontato che Hillary Clinton e Joe Biden erano contrari a questo approccio ideologicamente da realpolitik, anche se il portavoce della Casa Bianca ha smentito.
Obama ha anche sottolineato, non senza ragioni, che non c’è grande differenza programmatica tra Ahmadinejad e Moussavi, a cominciare dalla questione del nucleare, ma a poco a poco che la rivolta è diventata meno una protesta elettorale e più una contestazione inaudita del regime degli ayatollah continuare a storcere il naso su chi si è trovato a guidare la protesta che sta mettendo in crisi la Repubblica islamica non è più la cosa decisiva.
Mohsen Makhmalbaf, il portavoce di Moussavi intervistato da Foreign Policy, si è chiesto che reazione avrebbe Obama se qualcuno dicesse che in fondo non c’è nessuna differenza tra lui e Bush: “La questione iraniana – ha detto – non è interna, ma è un problema internazionale. Se l’Iran fosse un paese islamico democratico diventerebbe un modello, un esempio, per gli altri paesi islamici. Così come adesso la sua immagine terrorista sarebbe un modello per altri paesi”.
    Christian Rocca

 

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