Il cammello, l'ago e il mercatoNon ci sono più i liberali di una volta

L'International Finance Corporation, braccio della World Bank che presta soldi alle imprese, dovrà dare più peso agli effetti dei propri interventi sulla lotta alla povertà. Lo chiede un rapporto d...

L’International Finance Corporation, braccio della World Bank che presta soldi alle imprese, dovrà dare più peso agli effetti dei propri interventi sulla lotta alla povertà. Lo chiede un rapporto di un gruppo di esperti, nominato dalla IFC stessa, di cui dà notizia Bloomberg. L’IFC, per il rapporto, ha privilegiato l’impatto degli interventi sulla crescita, senza dare alla povertà un’alta priorità specifica, né ha fin qui monitorato gli effetti su questa di tali interventi.
La direzione indicata dal rapporto è promettente. Esso si occupa dei poveri veri, quelli che campano con meno di 2 dollari al giorno, ma suona una sveglia che riguarda anche il mondo sviluppato: non solo perché anche questo ha i suoi poveri veri, ma soprattutto per il vastissimo fenomeno di impoverimento delle classi medie che è il frutto avvelenato della globalizzazione. Questa è certo positiva in ambito planetario, il che non consola l’operaio bresciano che perde il lavoro a beneficio di un cinese.
Una delle grandi cause ignorate della crisi è il forte aumento delle disuguaglianze nei paesi sviluppati. I modi per chiudere il gap, la cui lenta ma inesorabile crescita minaccia seriamente le democrazie, ci sarebbero; peccato che siano oggi generalmente ritenuti impresentabili agli elettori. E difatti nulla s’è fatto per ridurre le disuguaglianze.
Il capitalismo, per essere socialmente accettabile, quindi sostenibile, deve assicurare un’accettabile distribuzione del benessere, e le sue partita vanno giocate secondo le regole. La durezza solo, senza la lealtà delle regole, e senza benessere per le classi medie, alla lunga lo affossa.
Oggi nessuno parla più dell’uguaglianza dei punti di partenza, o almeno della riduzione delle disuguaglianze di partenza. Al contrario, abbiamo del tutto abolito l’imposta di successione. Quella che, disse quel sovversivo bolscevico di Einaudi, doveva impedire che figli e nipoti godessero tutto il frutto del lavoro dei loro vecchi. Non ci sono più le mezze stagioni. E i liberali non sono più quelli di una volta!

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