Bitchiness gets you everywhereNon piove a Beverly Hills (musica per Andy Wharol)

Nelle sembianze eteree dei volti dei suoi protagonisti rivivono le atmosfere anfetaminiche degli Anni d’Argento presso la corte di Andy Wharol. Così l’impronta che rievoca sonorità nostalgiche dei ...

Nelle sembianze eteree dei volti dei suoi protagonisti rivivono le atmosfere anfetaminiche degli Anni d’Argento presso la corte di Andy Wharol. Così l’impronta che rievoca sonorità nostalgiche dei Velvet Underground si insinua educatamente attraverso le note di “13 Most Beautiful: Songs for Andy Warhol’s Screen Tests”. Questo, l’album pubblicato nel 2009 da Dean and Britta, ex membri della band Luna degli anni ’90, che mi è capitato di scoprire solo oggi per caso.
Le musiche del disco, commissionate dall’Andy Wharol Museum in occasione del Festival di Pittsburgh, fanno da sottofondo a tredici “ritratti in movimento” selezionati tra i cinquecento filmati che il genio di Andy Wharol riprese armato di Bolex tra il 1964 e il 1966 all’interno del suo studio argentato. Gli Screen Tests, filmati della durata di circa quattro minuti, hanno per protagonisti alcuni degli artisti che in quegli anni ebbero il privilegio di frequentare abitualmente la Factory al quinto piano del 231 East 47th Street, a Midtown Manhattan.
La particolarità di questi “provini” consiste nel fatto di cogliere i soggetti fermi in primo piano su fondo nero di fronte alla macchina da presa bloccata: durante i lavori era lo stesso Andy a chiedere agli attori di non muoversi e mantenere lo sguardo fisso sulla camera, così da consentirgli di filmare «le persone per come sono veramente».
A ben guardare, ognuna di queste riprese cela una storia particolare, apre un sottile spiraglio che consente di scorgere una peculiare inclinazione, un vezzo unico, del soggetto ritratto. Così le linee del volto tradiscono il segno di espressioni quasi impercettibili: l’accenno timido di un sorriso, un batter di ciglio che è come un battito d’ali. Le forme sottili, la pelle morbida e luminosa, e le note di tristezza che si afferrano nella profondità dello sguardo.
Si tratta di Edie Sedgwick, modella e attrice californiana di Santa Barbara, musa ispiratrice di molti film di Wharol e, secondo quanto riportato dalla stampa dell’epoca, per un periodo amante di Bob Dylan. Anima fragile, Edith, ricoverata più volte per problemi di anoressia e abuso di psicofarmaci, morì prematuramente nel 1971 per overdose di barbiturici.
La grazia innata e lo stile unico maturato nel periodo trascorso presso la Silver Factory fecero di Edie un’autentica icona pop, la Femme Fatale immortalata dai Velvet Underground e tale da ispirare ancora oggi produzioni musicali e cinematografiche. In particolare, è alla vita della Sedgwick che si rivolge il pezzo dei The Cult intitolato “Edie (Ciao, baby!)”, tratto dall’album Sonic Temple del 1989, e il delizioso film del 2006 di George Hickenlooper, Factory Girl.

Questo lo screen test di Edie Sedgwick filmato da Andy Wharol e accompagnato dal brano “It don’t rain in Beverly Hills”, di Dean & Britta.

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