Blow-UpUn’ “altra” storia per la fotografia di moda

Che cosa è la storia? Tutti in linea di massima crediamo che sia la forma di narrazione più fedele ai "fatti" accaduti, la più interessata a rivelare come sono andate "veramente" le cose. Questo, i...

Che cosa è la storia? Tutti in linea di massima crediamo che sia la forma di narrazione più fedele ai “fatti” accaduti, la più interessata a rivelare come sono andate “veramente” le cose. Questo, in fondo, dovrebbe essere il suo compito prioritario.
Tuttavia, il più delle volte, finiamo col misurarci solo con una versione “particolare” dei cosiddetti dati oggettivi, con una loro selezione rappresentativa.

Come insegna Jacques Le Goff, la storia è ciò che sopravvive, non ciò che è semplicemente esistito. Le sue forme materiali sono i documenti (gli oggetti del lavoro storico) e i monumenti (le opere ereditate dal passato). I primi hanno il valore di prove scientifiche, imparziali, gli altri, invece, sono determinati da un certo grado d’intenzionalità, sono cioè frutto di scelte politiche, culturali, sociali. La fotografia, in virtù delle sue capacità di certificare l’evento, è stata in genere assunta come documento probatorio per eccellenza.
Oggi però gli storici tendono a rilevare la presenza di un implicito carattere “monumentale” all’interno di tutti i documenti, anche quelli di tipo fotografico. Punti di vista esterni, ideologicamente orientati, agiscono su di essi allo scopo di edificare una memoria collettiva fin troppo spesso esclusiva e totalizzante. In altre parole solo un certo tipo di racconto è abilitato a “passare alla storia” e, di solito, è deciso dal governo più potente e longevo o dalla fazione sociale dominante. Il povero, il debole, l’emarginato, le minoranza etniche, gli espulsi dall’orbita del successo, rimangono loro malgrado nell’ombra. Esiste, quindi, una netta spaccatura fra la versione “ufficiale” della storia, accuratamente memorizzata e depositata nei luoghi di conservazione del sapere (musei e biblioteche, ad esempio) e tutte le altre possibili narrazioni, frantumate in un marasma di fonti, che forse soltanto alcune metodologie specialistiche possono salvare dall’oblio.

Infatti, la questione assai complessa e variegata della storia ha trovato di recente nuove prospettive di sviluppo nell’analisi del costume e della moda.
Rivisitare il passato con uno sguardo più poliedrico e inclusivo ha portato, ad esempio, a ridiscutere il ruolo e l’identità della donna, l’evoluzione dei suoi gusti e la relativa trasformazione della sua identità socio-culturale.

La storia americana dell’XX secolo ne offre un esempio emblematico. I modelli di bellezza, glamour, stile sono stati plasmati a immagine di una donna bianca, di ambiente borghese medio-alto e di origine europea, mentre le afroamericane, le asiatiche, le ispaniche le native americane sono rimaste prigioniere di stereotipi etnici e folkloristici, sebbene siano restate in contatto costante, attraverso i mezzi di comunicazione di massa, con le tendenze del mainstream. È ormai arrivato il momento di ricomporre il quadro storico in tutta la sua eterogeneità, ma soprattutto di riscattare un immaginario adombrato per anni da logiche di potere.

È quanto ha tentato di fare Minh-Ha T. Pham, docente alla Cornell University, con il suo sito Of Another Fashion. A partire dal giugno 2010 ha iniziato a collezionare fotografie professionali e amatoriali, stralci di articoli da quotidiani e riviste, annunci pubblicitari, confezioni commerciali, indumenti e accessori appartenuti a donne di differenti etnie e ceti sociali provenienti dalle rispettive famiglie, dai parenti o dagli amici, oppure estratte da fonti editoriali rare o introvabili.

Molti tra questi reperti, a causa dell’alta deperibilità, non possono essere presentati dal vivo e quindi un sistema di archiviazione digitale risulta la loro unica chance di sopravvivenza nel tempo, nonché una reale opportunità per gli studiosi non solo del settore.
La giovane ricercatrice ha lanciato un primo sasso nello stagno.
La sua operazione tecnologicamente avanzata e aggiornata (rispetto al dibattito degli anni settanta-ottanta) non manifesta solo il tentativo di colmare il vuoto critico-istituzionale formatosi intorno alla storia delle donne, ma esprime la volontà, a mio avviso molto lodevole, di creare un luogo di resistenza contro la rimozione sistematica di una memoria.
Insieme agli oggetti e alle immagini il progetto richiede ai donatori privati un testo informativo, in grado di raccontare con più completezza e quindi d’integrare il documento storico. Molto spesso si tratta di un pensiero estemporaneo, altre volte di un aneddoto confidenziale. Questi nuovi monumenti possiedono, però, una grande forza: parlano di diritti e di libertà. Raccontano, nel nome di una vasta, enorme folla di anonimi individui, un’altra storia, in cui si rispecchia l’immagine vivente e mutante dei nostri tempi.

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