Sonar: segnali di mobilità in-sostenibileRassegniamoci: le città sono più intelligenti di noi (e speriamo che funzionino)

Il capitolo delle città intelligenti merita e meriterà parecchio spazio tra queste righe, non fosse altro per il fatto che oggi non facciamo che associare l’aggettivo “intelligente” alle nostre vec...

Il capitolo delle città intelligenti merita e meriterà parecchio spazio tra queste righe, non fosse altro per il fatto che oggi non facciamo che associare l’aggettivo “intelligente” alle nostre vecchie, care città. Intelligenti, le città, lo devono diventare per forza: è un trend, l’ennesimo ahimé, più solido, concreto, inarrestabile di altri. Ogni giorno 180,000 persone nel modo si trasferiscono verso le metropoli e se non fosse per Cina, Africa e India che hanno ancora un po’ di popolazione rurale residua oggi saremmo ben più urbanizzati di quel 50,5% che invece i dati raccontano. Quindi è inevitabile che ci si provi a diventare, se non proprio intelligenti, un po’ più saggi. Il fatto è che questa saggezza deve fare i conti con un paio di elementi. Il primo è che le città sono fatte da persone. Il secondo che sono governate da politici. Se i due estremi oggi non sono così lontani uno dall’altro è anche grazie a un po’ di quella tecnologia che dai camici bianchi con cinquanta penne nel taschino si è trasferita dentro ai 5 pollici di un telefonino. Questi estremi fanno da cornice a una fotografia affascinante e, anche qui, a mio avviso inevitabile, dove con buona pace del nostro ego, alcuni processi di causa-effetto saranno autogestiti dall’intelligenza propria della città che, come un organismo indipendente, sapranno agire in base agli eventi.

Che non si tratti di cyber-boutade campate per aria (ma che con l’aria, ad esempio, hanno molto a che fare essendo l’inquinamento dell’ambiente una delle principali conseguenze di quei centottantamila invasori quotidiani di cui sopra) e al di là di tutti i discorsi sulle città “smart” di cui ci si riempe la bocca quanto con le noccioline davanti a uno spritz a Venezia, a dimostrarlo ci sono logiche profonde. Come quella di progettare sistemi operativi per città o sviluppare chipset in grado di agire in logiche associative anziché sequenziali. Certo, come profetizzava (e profetizza) Michele Vianello ex vice-sindaco della Serenissima dovremo prima rendere le città in grado di comunicare e per farlo dovremo dotarle di quel sistema nervoso digitale (di microsoftiana memoria, se non ricordo male il 1998, anche se allora si parlava di imprese e non di città) capace di concatenare le sinapsi. E’ un fatto: la strada è tracciata con più o meno Mbit a disposizione per far viaggiare i dati. Lo potete toccare con mano (anzi lo potete sfiorare con dita) già oggi in questa fase avanguardista dell’intelligenza. Molti sistemi eterogenei – un bus e una fermata ad esempio – già comunicano tra loro per poi dare un servizio a chi, come un cittadino, quel servizio lo deve utilizzare.

Ma la domanda sorge spontanea: a cosa serve instillare intelligenza negli oggetti e poi sfruttare il sistema nervoso digitale per trasferire le informazioni e poi ancora far gestire tutta questa intelligenza da sistemi operativi autosufficienti per poi scoprire che il prossimo bus passerà tra 25 minuti e… ah scusate! “le applicazioni mobile non sono disponibili” (qui siamo a Milano, alla fermata Triennale, un giorno qualsiasi dell’anno scorso, in attesa della 61, di sicuro ci sarà stato un problema sulla rete, non voglio generalizzare, ma sempre a me capita testare le performance dell’allora dott. Catania?).

C’è uno stadio di intelligenza precedente a quello che sbandieriamo di voler raggiungere oggi che si chiama “servizio” e che dovrebbe essere il requisito minimo con cui si misura il QI attuale di una città. E non tutte le città sono nate con il QI di Einstein: per diventare intelligenti, putroppo, qui ci tocca studiare. Sarà meglio dirlo subito a Francesco Profumo che è partito in quarta con le Smart Cities “progetto strategico per il sistema della ricerca italiano e per la crescita del nostro Paese”: oppure toccherà pure a lui fare mezzo chilometro e andare a piedi dalla Triennale fino a Cadorna.