L’agente MormoraTreno della Memoria: il freddo dell’acciaio e il dolore della ruggine

Dai binari delle città italiane, ne partono fin troppi di treni: alcuni non vi fanno ritorno, altri si limitano a fare la spola. Vanno lontano, quei treni che si spingono fino alle grandi città dov...

Dai binari delle città italiane, ne partono fin troppi di treni: alcuni non vi fanno ritorno, altri si limitano a fare la spola. Vanno lontano, quei treni che si spingono fino alle grandi città dove migliaia di meridionali studiano o lavorano: tuttavia non è solo questione di distanze.

L’importanza di certi viaggi non si misura a tariffa chilometrica, ciò che più conta è la direzione: ci sono treni che vanno avanti e treni che vanno indietro. E – sia chiaro – “avanti” ed “indietro” non sono poli geografici o mete turistiche: sono luoghi del tempo, spazi del futuro e tappe del passato. Ci sono treni, infine, che fanno viaggiare i propri passeggeri nel futuro e nel passato, alla modica cifra di un solo biglietto. La lentezza della ferraglia non si paga, ci si fionda a bordo con la strafottenza della giovinezza e vi si scende col peso soverchiante della maturità conquistata a botta di emozioni. Si impara anche a riflettere, si vive l’imbarazzo del partito preso. Si cambia opinione, si migliora il pensiero: in uno spasmo necessario e lieve.

Il Treno della Memoria è un intercity scassato coi vagoni matti: da anni accompagna generazioni di studenti a confrontarsi con la Storia, li schioda dai banchi e dagli sbadigli trimestrali e li conduce nel ventre dell’annientamento nazifascista. Li mischia a giovani di mezzo mondo, li prende per mano e racconta loro che, per spezzare le catene dell’orrore, occorre imparare a conoscere il freddo dell’acciaio e il dolore della ruggine. Certi convogli tanto debordanti di pubertà e rievocazione bisognerebbe mandarli in giro sempre, oliarli col sudore degli adulti stanchi di dare il cattivo esempio, e affidar loro un messaggio banale: «siate liberi, per davvero». Quasi fosse un’insegna, letta dal lato giusto, col conforto della condivisione e l’allerta del rischio.

L’esperienza delle centinaia di liceali che, nel periodo più rigido dell’inverno polacco, raggiungono Cracovia e scoprono la glaciale concretezza del Male nazionalsocialista porta nel cuore un nonsoché di straordinario. Costa niente, è una degna sommessa di istituzioni ed associazioni: ha meriti che non sto a dirvi nemmeno. Assegna agli oggetti il dovere di raccontare le persone, alla morte il compito di insegnare la vita: è un viaggio di formazione a metà tra la retorica di un documentario e la spensieratezza di una scampagnata. Va “avanti” ed “indietro”, sprofonda nel passato per parcheggiarsi nel futuro. Frena e si lascia invadere dal vento delle contraddizioni mai risolte, con un trucco: non cedere alla liturgia dell’atto dovuto.

Quel treno fischia ancora, solleva noi giovani e ci porta in Europa: catapulta nelle nevi di Cracovia, stipa negli ostelli senza acqua calda, stordisce con le birre offerte a poco prezzo, appesantisce con i piatti speziati della cucina polacca, addormenta nelle camerate senza differenza di campanile. Poi sveglia all’alba, caffè imbevibili e facce stanche. L’estremo pellegrinaggio fin nel circo dell’abominio per disvelare, quasi fosse una repellente opera d’arte, la sinistra follia del passato nei campi di concentramento e sterminio di Auschwitz e Birkenau. Regna il silenzio, preghiera laica e sincera, risuonano i nomi dei condannati a nuova vita. Si fanno vedere le istuzioni, ma restano defilate: quando protagonista è il ricordo, puoi fare solo la comparsa.

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