Così è…se traspare. Storie di finanza e (mancanza di) trasparenzaAutotutela (e autogoal) della Provincia di Pisa

Come avevamo paventato su questo blog, la moda dell’”autotutela” ha condotto gli enti locali a una figuraccia. Ora le banche aspetteranno a Canossa la Provincia di Pisa, e gli altri enti locali ita...

Come avevamo paventato su questo blog, la moda dell’”autotutela” ha condotto gli enti locali a una figuraccia. Ora le banche aspetteranno a Canossa la Provincia di Pisa, e gli altri enti locali italiani, per imporre un “premio per il rischio dei furbi” alla stipula dei prossimi mutui e finanziamenti. E il premio per i furbi finirà a carico dei fessi, i contribuenti. Ma gli enti locali hanno ancora motivi da accampare per evitare le forche caudine future: i motivi si chiamano trasparenza e concorrenza del sistema bancario.

Il fatto: la Provincia di Pisa ha deciso di annullare in “autotutela” due contratti swap stipulati con Dexia-Crediop (44,4 milioni) e Defpa (51,1 milioni). L’autotutela è un atto amministrativo che annulla un atto nell’ipotesi in cui si mostri che lede l’interesse generale. Un concorso pubblico può essere annullato in autotutela e ribandito. Ecco l’uovo di Colombo proposto dai creativi del diritto. Usare l’autotutela per dire alle banche: non ti pago, come nella commedia di De Filippo. Così l’ingegneria giuridica scaccia l’ingegneria finanziaria. E inoltre, i tribunali di riferimento sono quelli del diritto amministrativo: gli stessi che vigilano sull’integrità dei concorsi pubblici, compresi i concorsi universitari, un vero pedigree di garanzia! Così la Provincia ha incaricato un perito di parte di valutare se l’operazione avesse nuociuto all’interesse generale. Il perito ha trovato che le banche hanno caricato circa 1.350.000 euro di costi (commissioni implicite) nell’operazione. La Provincia di Pisa ha fatto scattare l’autotutela. La cosa è arrivata fino al massimo grado della giustizia amministrativa, il Consiglio di Stato, il quale ha sentenziato la legittimità del giudice amministrativo e ha incaricato un consulente tecnico di ufficio (CTU) di appurare se esistessero effettivamente costi impliciti e se l’operazione ledesse l’interesse generale. Il CTU è stato scelto nelle istituzioni (e non nell’accademia), nella persona di un dipendente della Banca d’Italia, ed ha rilasciato il seguente verdetto (anticipato in un articolo sulla rubrica “Derivati Chiari” sul supplemento Plus del Sole 24 Ore di oggi): i costi occulti rilevati sono 323.202 euro, e possono in larga misura essere attribuiti a differenze di metodologie valutative. Secondo le anticipazioni dello stesso articolo, anche la convenienza economica viene verificata, per un margine risicato di appena 79 000 euro.

Queste conclusioni suscitano speranza e perplessità. La speranza è che la lettura della relazione ci illumini sulla metodologia da utilizzare per calcolare le commissioni occulte. Nel caso specifico si tratta di 1 milione di euro su circa 100 milioni di nozionale. Non mi risulta che nella letteratura accademica esista niente su una simile metodologia, e la speranza è che la relazione apra una strada a sviluppi di ricerca in tal senso. Le perplessità derivano dalla precisione di questi numeri: come si può asserire che i costi di copertura dei rischi, amministrazione e retribuzione del capitale, siano pari a 1.033.053 (secondo l’articolo)? Come sono stati spesi i 33.053 euro che impediscono di avere la cifra tonda di un milione? E poi, se, come riporta l’articolo, le stime del mark-to-market del perito di ufficio e di quello di parte sono praticamente coincidenti (a meno di 30 000 euro di differenza), perché il perito di ufficio attribuisce la differenza di oltre 300 000 euro nella stima dei costi impliciti a “…impiego di metodologie valutative di settore non sempre uniformi”? Tutto questo suscita perplessità e il ridimensionamento delle aspettative. Quello che è certo è che la lettura di questa consulenza suscita in quelli che fanno il mio mestiere la stessa aspettativa di un bel giallo: ci auguriamo che sia un giallo di autore.

Detto questo, qual è la morale di questa favola amministrativa? La prima lezione, e qui il toscano è d’obbligo, è che il ricorso all’autotutela per casi come questo è una “bischerata”. E forse è una bischerata il ricorso alla giustizia tout-court, e quindi non solo quella amministrativa, ma anche quella civile e penale (il caso di Milano). Perché spendere soldi e tempo in procedimenti giudiziari invece che cercare di negoziare con le controparti? E perché soprattutto ricorrere a un sistema giudiziario che non ha la cultura economica e finanziaria per dirimere questo tipo liti? Il secondo punto è che se gli enti hanno fatto una figuraccia, le banche non hanno certo motivi di orgoglio. Se la Provincia di Pisa è ricorsa alla magistratura amministrativa e tanti altri enti hanno adito la magistratura ordinaria, è perché le banche non sono state trasparenti nelle loro proposte, e si sono spartite il mercato senza entrare in concorrenza tra loro. Oggi gli enti, ed i contribuenti, sono a coscienti di questo problema di trasparenza e in futuro si siederanno di fronte alle banche (e non una sola) promettendo, e magari sottoscrivendo, di astenersi dal fare “bischerate”, ma senz’altro chiedendo di vedere nero su bianco il menù delle offerte, e soprattutto il coperto (che non sarà più “implicito”).

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