CompanaticoLa solitudine dei numeri primi

Rimane ferma sulle scale, con le mani appoggiate sulla testa e chiude gli occhi. E’ stanca. Ha giocato l’intera sera gli amichetti di tutti i giorni “a fare i grandi”, a chiacchierare e correre per...

Rimane ferma sulle scale, con le mani appoggiate sulla testa e chiude gli occhi. E’ stanca. Ha giocato l’intera sera gli amichetti di tutti i giorni “a fare i grandi”, a chiacchierare e correre per ore. In una sala superiore hanno un loro spazio, non c’e’ nulla se non il pavimento e un vetro che affaccia sulla sala inferiore. Lei ha otto anni e vive in un lembo di terra tra le province di Caserta e Napoli.

Paesoni cresciuti all’improvviso, case su case ammassate l’una all’altra senza soluzione di discontinuità, dove non esistono quartieri bene o “zone franche”, ma “chi si arrangia” e semplici cittadini, camorristi e persone “normali” convivono e cercano di ignorarsi a vicenda.

“Prima erano terre e campi, c’erano i papaveri rossi come il nostro sangue: ora moriamo per i rifiuti tossici sotterrati e per il cemento che ha coperto tutto” ama dirmi un caro amico. Qualcuno le definisce periferie.

Potrebbe sembrare tutto normale, una sera come le altre.

Ma le lancette segnano le 2 di notte. Lei e’ seduta su delle scale in un Bingo. Tappeti puliti, cameriere che corrono per portare cibo e alcol alle persone. Sono tutti in silenzio, nessuno apre bocca mentre i numeri scorrono all’impazzata, dettati a velocita’ innaturale da una ragazza chiusa in un box, che chiama la fortuna per chi quella sera cerca una felicita’ istantanea e fugace. Isolati dal mondo e da quello che succede.

Dai monitor della sala scorrono le immagini dei telegiornali: politici che parlano di crisi e banche, il fuoco della Grecia che illumina le notti ateniesi. Ma non interessa a nessuno.

“Mamma si porta molto bene la sua eta’” e’ la prima cosa che mi dice. La cerca con gli occhi, e’ seduta tra quei tavoli con il pennarello rosso tra le mani. “Sembra molto giovane rispetto alla sua eta’, ha 38 anni” aggiunge mentre si alza, sposta una poltroncina e si mette accanto a me “Domani dovrò andare a scuola, ho fatto i compiti ma ci fanno fare delle cose difficili”.

Non riesce a guardarmi, abbassa la testa. Le accarezzo i capelli.

“Stiamo facendo gli insiemi e i verbi. Sai ho una sorellina piu’ grande di me”. “Questa sera mi sono divertita a giocare” continua mentre sorride e riprende vitalita’. “Vivo qui vicino e tra poco me ne vado”, ma questa piu’ che una verita’ sembra l’auspicio di una bambina sola, che forse cerca il caldo di casa e qualcuno che le dica parole dolci. La sala non si svuota, arrivano altre persone.

Si risiede sulle stesse scale. E poi vai via pensando a lei e a farti sempre le stesse domande: Che Paese e’ questo, fanno abbastanza i partiti e le istituzioni? Quale giornale scrivera’ qualche storia del genere, magari trovando un piccolo spazio tra le polemiche, gli inciuci e i pettegolezzi e le donnine? E la scuola? Cosa c’e’ che non va? Dove si e’ inceppato il meccanismo di solidarieta’?

“Forse fu all’ora terza forse alla nona
cucito qualche giglio sul vestitino alla buona
forse fu per bisogno o peggio per buon esempio
presero i tuoi tre anni e li portarono al tempio”

L’infazia di Maria (Fabrizio De Andre’)

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