L’agente MormoraCose americane che magari non ve ne frega niente

Insomma il messaggio è questo, e provo a riassumerlo in due parole. Una grossa ed una piccola: iperbole e umiltà. Sono a Philadelphia da poco più di una settimana e ci resterò ancora per tanto, lav...

Insomma il messaggio è questo, e provo a riassumerlo in due parole. Una grossa ed una piccola: iperbole e umiltà. Sono a Philadelphia da poco più di una settimana e ci resterò ancora per tanto, lavorando come intern in uno studio legale. Provo a realizzare lentamente: il nostro è un jet lag forse anche culturale. Se fosse stato un capitolo di un romanzo d’appendice, il titolo di queste quattro righe probabilmente sarebbe stato: “Gli oggetti nello specchio sono più vicini di quanto non sembri”. E qui sulla Costa Est questa dev’essere una sorta di religione, più lo leggi più ci credi: gli oggetti nello specchio (che poi magari l’oggetto nello specchio talvolta sei tu) sono a portata di mano, non farti fregare dalle grandezze riflesse. Ciò che ti serve, ce l’hai sotto il naso: è una precetto rassicurante, un dogma che ti rende la vita competitiva e insieme serena.

Iperbole: magari capita a qualsiasi popolo abbia una storia corta – corta: nel senso di pochi secoli, tutto sommato. Non lo posso sapere io che vengo da un Continente che più vecchi non ce ne sono, ma insomma: questi, gli americani, hanno un talento gigantesco nel valorizzare tutto ciò che li circonda. Sarà una banalissima vicenda di risorse scarse e blablabla, ma ho come la sensazione che la grandezza di questa Nazione sia condensata in questa formula magica: dare valore. E non mi riferisco solo a monumenti e bellezze paesaggistiche (per dire, Philly è la città più vecchia degli States ed il monumento più fantasmagorico è di soli due secoli fa. Se chiedi loro un tuffo nel passato, ti offrono una campana che ha suonato rintocchi di definitiva libertà). A dire il vero, mi riferisco alle persone. Disclaimer: non vi aspettate il solito peana dell’“estero bello assai, mica come l’Italia che vanno avanti solo i raccomandati”. Anzi, già che ci siamo, parliamone: le raccomandazione. Il motore immobile del mercato americano mi pare di capire che siano proprio le spintarelle. V’immaginate? Nessuno scandalo: qui chi “segnala qualcuno” (per minimizzare come farebbe un Di Pietro qualsiasi) si assume una responsabilità enorme e ci mette la faccia. Hanno compreso quaggiù che ognuno deve poter fare ciò che gli riesce meglio, per questo – pur di mettere ordine nell’entropia di gente che corre ovunque e rischia di imboccare la strada meno azzeccata – chiunque può ci mette del suo. «Tu, cara mia, non dovresti finire in quell’azienda, non è fatta per te: pensaci bene». Mi è capitato di ascoltare consigli del genere a tavola, in una di quelle cene tra famiglie allargate che durano quanto un comunissimo cenone di San Silvestro e nessuno s’azzarda a metter mano agli iPhone – e del televisore neanche l’ombra.

Umiltà: a dire il vero, questa seconda parola manco ve la volevo scrivere. Mi sembrava la solita frustrante litania bacchettona. Eppoi è apparentemente in contrasto con l’esagerazione di cui sopra. Poi ho letto questo post vecchio di due mesi di Francesca Cavallo, una geniaccia del team che ha inventato Timbuktu, il magazine per bimbi più letto al mondo su iPad (sono italiani appassionati di tecnologia con l’aggravante della giovinezza, vi rendete conto?, e hanno conquistato le camerette fioche e le coperte rimboccate di mezzo mondo!). Ho letto le sue impressioni a caldo sulla Silicon Valley e pure lei diceva una roba del genere: qui chi conta ha negli occhi la semplicità del mister Nessuno. Ci si scambia le business card – i biglietti da visita, sarebbe a dire – con una facilità impressionante, ma solo a fine conversazione. Son tutti interessati a capire chi tu sia davvero, ché fare affari è quasi secondario. Chi mi ospita in casa è volato qui dal Salento con una laurea in architettura, qui ha studiato per un po’: il tempo di un master, poi gli hanno dato un appartamento in mano e gli han detto: «Vediamo che sai fare». Deve averli stupiti: ora ha uno studio tutto suo, una macchina, una rete di amicizie che un segretario di partito italiano si sogna. Nessun pregiudizio, o almeno: qui paion tutti abbastanza disponibili ad incenerire i propri pregiudizi. E, forse, tutta questa umiltà nasce anche dal fatto di vivere accanto ad un mare di disperazione – non serve essere esperti di sociologia per restare impressionati dall’escursione sociale che si incontra nelle strade. I centrimetri di separazione tra il WASP in carriera e l’homeless che mendica il pane sono zero o poco meno. Qui chi si sente fortunato fa di tutto per meritarselo. Questo è quanto, nessuna morale: delirio insensato ma significativo.