Così è…se traspare. Storie di finanza e (mancanza di) trasparenzaEsiste un manuale per l’uscita dall’Euro?

Uno spettro si aggira per l’Europa: uscire dall’Euro. Ma al di là delle parole, come sarebbe possibile organizzare l’uscita? Chiedo alla rete di proporre kit per l’uscita. Io qui provo a immaginare...

Uno spettro si aggira per l’Europa: uscire dall’Euro. Ma al di là delle parole, come sarebbe possibile organizzare l’uscita? Chiedo alla rete di proporre kit per l’uscita. Io qui provo a immaginare uno scenario fantastico (cyber-punk), ma la mia impressione è che per portare un paese fuori dall’Euro ci voglia uno statista con i contro-attributi, e in Europa non ne vedo, per fortuna.

E’ sempre la solita storia. Anche oggi su Il Sole 24 Ore Roberto Perotti fa il “pierino”, e dice che l’assicurazione europea dei depositi non può funzionare, ed il motivo è che esiste il pericolo che un paese esca dall’Euro. E aggiunge compiaciuto che c’è di più: se i depositi sono garantiti in Euro, cresce l’incentivo di un paese a uscire dall’euro, perché riduce il costo dell’uscita. Poi c’è Daniel Gros, economista di grande influenza che dirige il CEPS, che è intervenuto più volte (su www.lavoce.info ad esempio) con scenari di uscita dall’Euro della Grecia dall’aspetto rassicurante: una bella svalutazione del 50% (condivisa da Perotti) e l’economia respira. Che bellezza! E poi c’è Grillo, che propone il ritorno alla lira nel suo repertorio di proposte politiche e non tra quello di battute. E prima di tutti, all’inizio della crisi europea, Martin Feldstein di Harvard che di tanto in tanto ammoniva a lasciare andare la Grecia. Ma nessuno ci parla del kit: come si fa a uscire dall’euro?

Nel dibattito si sente parlare di uscita dall’Euro come un errore o come una scelta che un incentivo può facilmente influenzare. Uno prende una strada sbagliata, o fa una manovra sbagliata, si può ritrovare fuori dall’Euro. Oppure uno la può prendere come una decisione di politica economica congiunturale: quasi quasi cambio strada e passo fuori dall’Euro, così faccio meno fatica. Invece per far uscire un paese dall’Euro ci vuole qualcuno che lo faccia uscire, prendendo una decisione dopo l’altra. Provo a scrivere la sceneggiatura di un film. Il protagonista vince le elezioni sulla parola d’ordine: “uscire dall’Euro”. Che fa? Intanto mentre comincia a lavorare al progetto, e mentre se ne discute, i depositi bancari cominciano a svuotarsi. Quindi, la cosa da fare ancora prima di cominciare a parlare è congelare i depositi (come fece l’Argentina). Facile, che ci vuole? Basta mandare l’esercito davanti a ogni sportello bancario. Poi il patrimonio di famiglie e imprese, inclusi i depositi, si ridurrebbe del 50%, ma che problema c’è? Ci sarebbe qualche tumulto, ma basterà mandare il resto dell’esercito per le strade. Ma alla fine capiremmo che ne è valsa la pena: la vecchia nuova valuta sarà svalutata del 50%. Ritorniamo competitivi e ritorniamo a esportare. Ce lo dicono i libri di testo, oltre a Perotti e Gros. Ma esportare che? Ops, questo nei libri di macroeconomia non c’è scritto. Lì la produzione viene fatta mettendo capitale fisico e umano in una bella funzione di produzione, che sputa fuori il prodotto pronto per l’esportazione. Non c’è bisogno di ricerca, sudore, sogni, credito, materie prime e tempo: soprattutto tempo. Tempo per trasformare una società intera. A dire il vero, quando studiavo economia c’era una cosa chiamata “effetto J”, che prevedeva un immediato peggioramento della bilancia commerciale dopo la svalutazione, prima che questa avesse un effetto positivo. Quanto potrebbe essere forte oggi un “effetto J” in un paese in ginocchio? E quanto potrebbe essere lungo, in un paese stremato che deve ricostruire il suo sistema produttivo, come dopo una guerra? Questo i libri di macroeconomia non lo dicono, e quindi non fa parte del problema, e del dibattito.

Abbiamo visto un film di fantascienza, estremo e cyber-punk liberista. Forse ancora più pauroso di un cyber-punk “indignado”. In effetti sarebbe meno drammatico che il nostro protagonista rimanesse nell’Euro e in televisione dicesse: “signori, il debito pubblico non esiste più”. Basta con gli interessi, basta con i rimborsi. Ovviamente ci scordiamo di ritornare a finanziarci sul mercato. Se le tasse non bastano, si tagliano stipendi pubblici e pensioni. Se le banche falliscono, ne apriremo altre. E se chi subisce i tagli non è d’accordo, che problema c’è? C’è sempre l’esercito.

In conclusione, è curioso che alcuni accademici propongano e discettino di scelte e scenari che hanno lo stesso contenuto di realismo dei giovani “indignati”. Come intervenire in questo dibattito tra liberisti e indignati con la testa tra le nuvole? Beh, direi di andarci piano, altrimenti c’è il concreto rischio che la gente tra l’uscita dall’euro e la cancellazione del debito possa scegliere di fare le valige e…partire per Marte!

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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