Così è…se traspare. Storie di finanza e (mancanza di) trasparenzaGli “scelti per voi” del Sole 24 Ore, ovvero: la scienza economica “de noantri”

Il Sole 24 Ore non smette di ammannirci perle di saggezza di importazione, scelte accuratamente tra quelle che si distinguono per imprecisioni ma anche per un’impostazione di fondo un po’ sconclusi...

Il Sole 24 Ore non smette di ammannirci perle di saggezza di importazione, scelte accuratamente tra quelle che si distinguono per imprecisioni ma anche per un’impostazione di fondo un po’ sconclusionata e un po’ collodiana, tra il grillo parlante e i dotti de: “se il paziente non è morto gli è segno che è ancora vivo”. “Dotte” riflessioni nobilitate dal titolo “scienza economica”, che ti fanno concludere che, sì, sei capitato in un romanzo di appendice, non certo in un pezzo di giornalismo economico.

Visto che parliamo di testi per l’infanzia, leggiamo il pezzo mirabile insieme al nostro amico immaginario. A pagina 6 del Sole 24 Ore c’è un articolo dal titolo “La crisi? roba da epidemiologi”, a firma di un certo Howard Dawies. Prima domanda del mio amico immaginario. “Howard Dawies: chi era costui?”. A differenza dei tempi di Don Abbondio, noi abbiamo almeno internet. Il Dawies non risulta e si ostina a rimanere ignoto. La rete ci fa timidamente notare che forse cercavamo “Davies”, cui è stata dedicata una pagina di Wikipedia, non sappiamo bene perché, ma capiamo che trattasi (pardon, dovrebbe trattarsi, noi siamo scienziati) di giornalista economico.

Risolto il problema dell’attribuzione del reperto, studiamone il prezioso contenuto. Il nostro amico immaginario, che viene dal futuro (come tutti gli amici immaginari, mai sentito di un amico immaginario che viene da Capalle) ci chiede che cos’era questa scienza economica dei nostri tempi. Ad esempio, cos’era questa “ cosiddetta Scuola di Chicago (che, ndr) ha messo in piedi una difesa accanita del suo approccio basato sulle aspettative razionali”? Errore. Con il termine “scuola di Chicago” ci si riferisce alla scuola monetarista che ha fatto riferimento a Milton Friedman. Ma dai, pignolo, sono più o meno la stessa cosa… Ma per niente. Per rimanere alla volgarizzazione della teoria, i monetaristi negavano l’intervento pubblico, e delle autorità monetarie, sul mercato, sostenendo che questo avrebbe solo generato inflazione. La teoria delle aspettative razionali invece metteva in luce la tendenza degli individue a fare previsioni non distorte sulle grandezze economiche rilevanti, come ad esempio l’inflazione attesa e l’evoluzione dei mercati. La naturale conclusione di questo non è che la politica economica o l’intervento monetario siano inutili, ma al contrario che possano essere utili solo se incidono sulle aspettative. Un esempio concreto di questa distinzione? Mario Draghi è stato un esponente della scuola delle aspettative razionali in Italia, e la sua politica monetaria del “believe me: it will be enough” ci fa pensare che lo sia ancora. E provate a chiedere a un monetarista cosa pensa della sua politica interventista.

Prima dell’errore sulla scuola di Chicago, l’autore si lamenta del fatto che “finora i contributi arrivati dagli ingegneri e dai fisici…sono stati relativamente scarsi, ma qualche risposta c’è stata.” Direi che posso confermare che qualche risposta c’è stata, dato che già dal secolo scorso mi è capitato di collaborare più con fisici che con economisti. Le banche di investimento degli anni 90 erano piene di fisici (e il principe ne era Emmanuel Derman, allora a Goldman Sachs e oggi a Columbia). E la ragione è che la famigerata formula di Black e Scholes, cui altri luminari del giornalismo economico hanno addossato colpe per la recente crisi, è nota in fisica come “heat equation”, e determina la diffusione del calore. Se vogliamo datare il legame tra fisica e finanza dobbiamo risalire però ancora più indietro, all’anno 1900, con la tesi di Bachelier sulla dinamica dei prezzi azionari, e a un lavoro di Einstein ( 1905? mi correggano i fisici, se mi sbaglio) sulla dinamica delle particelle.

Direi quindi che la fisica “qualche risposta l’ha data”, sarebbe bastato documentarsi su un libro di testo di finanza. Ma non è tutto. Anche in accademia si è formata una scuola, che si è definita di “econofisica”. Di questa avremmo fatto volentieri a meno, visto che ha riscoperto, attribuendoseli, risultati che nella letteratura economico-finanziaria erano noti dagli anni 60. Questo ci consente di chiosare un’altra preziosa novità su cui il dotto pezzo ci illumina. Ci informa che “per fortuna ci sono altri economisti che aspirano ad essere rilevanti, e a questi gli ultimi cinque anni hanno dato motivo di riflettere , quando movimenti dei prezzi che secondo i modelli potevano verificarsi solo una volta in un milione di anni hanno cominciato a verificarsi più volte in una solo settimana”. E’ vero, finalmente, nel 1960, Mandelbrot ha cominciato ad affrontare il problema con i modelli alfa-stabili, e c’è anche un recente risultato di Clark, 1973, sui processi subordinati, ma è troppo recente perché il nostro Davies lo possa conoscere.

E se il nostro amico immaginario venuto dal futuro ci volesse fare entrare nel merito, e ci chiedesse: ma allora, cosa è successo veramente alla scienza economica in quegli anni di crisi, cosa potremmo rispondere? Risponderemmo che i veri problemi per la scienza economica (o meglio per la finanza matematica, che è una cosa diversa, ma questo è troppo complicato da spiegare) sono cominciati nel 1998, con il caso Long Term Capital Management (LTCM) e nel 2001 con il caso Enron. Questi due casi hanno portato alla ribalta due problemi fondamentali. Il primo è la liquidità dei mercati: i modelli à la Black Scholes, proprio quelli comuni alla fisica, erano fatti per mercati perfettamente liquidi, che è come parlare del vuoto in fisica. Il secondo è la trasparenza dell’informazione: fino ad Enron abbiamo pensato che gli investitori avessero una percezione chiara della probabilità che un evento infausto (come proprio il fallimento di Enron, appunto) si potesse verificare; se non ti fidi dei dati con cui costruisci gli scenari, come è diventato chiaro dopo Enron, è anche difficile fidarsi delle probabilità che gli attribuisci. Siamo al concetto di “incertezza”, definito da Frank Knight, negli anni 30, indovinate dove? Alla scuola di Chicago. E indovinate in polemica con chi? John Maynard Keynes. Quindi le domande ancora aperte sono: quanto vale la liquidità? Quanto vale la trasparenza e quella che chiamiamo “l’incertezza nel senso di Knight”? Se almeno per caso il nostro Davies ne avesse azzeccata…

E se infine il mio amico immaginario mi chiedesse della teoria dei mercati efficienti e del suo guru superstite Eugene Fama, abilmente dileggiati nel pezzo? Beh, risponderei: è troppo, io ho passato la cinquantina, e non ho mai avuto amici immaginari nemmeno da piccolo. E poi vengo da un agosto speso a scrivere il primo capitolo del mio prossimo libro “The Finance of Incomplete Information”, dedicato proprio alla teoria dei mercati efficienti. E’ talmente duro scrivere (pensando seriamente a quello che si scrive) che ora la sola parola “market efficiency” mi fa venire la nausea. Ti dico solo che il fatto che i mercati siano efficienti presuppone che gli operatori siano razionali. E, se ad esempio una domenica il presidente della BCE dice che la BCE interverrà sui mercati e il lunedì il presidente della Bundesbank nega, non è razionale che un mercato efficiente nutra dei dubbi? Ne riparleremo comunque quando (e se) la nausea dello scrittore sarà passata…

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