Così è…se traspare. Storie di finanza e (mancanza di) trasparenzaAnvedi come sballa l’ANVUR: un case study sul ruolo delle regole nella PA

Nella riforma della pubblica amministrazione servono regole o le regole possono ostacolarla? Le vicende dell’università propongono oggi due esempi che vanno in direzione opposta. Le regole possono ...

Nella riforma della pubblica amministrazione servono regole o le regole possono ostacolarla? Le vicende dell’università propongono oggi due esempi che vanno in direzione opposta. Le regole possono smascherare i furbi, gli incapaci e i fannulloni, o fornire loro un comodo paravento. E’ una lezione utile per tutta la PA. Ancora una volta, quindi, scuola maestra di vita (e di mala vita).

Il primo caso di studio riguarda la ricerca, ed è la vicenda dell’ANVUR, cui è dedicato il titolo. Il titolo non deve essere preso come un ennesimo attacco all’ANVUR, ma come una battuta consolatoria. Il lavoro dell’ANVUR sulla ricognizione della produzione scientifica dei professori italiani era un passo necessario, in un’università in cui ognuno di noi ha visto andare in cattedra una quota di luminari che non hanno prodotto nulla. Il lavoro è stato svolto tra le polemiche. Brillanti scienziati hanno avanzato la congettura che il tentativo sarebbe stato vanificato dal fatto che la comunicazione delle pubblicazioni dei professori sul proprio sito era volontaria, e questo, per la naturale modestia del genio, avrebbe portato a una sottostima della produzione di qualità. Gli scienziati ignoravano (o si tenevano per sé) che questo effetto si chiama auto-selezione del campione, ed è una malattia comune, e curabile, di ogni indagine statistica. Ma quello che ha sorpreso tutti è che il carattere volontario della comunicazione dei brillanti risultati di ricerca ha svelato l’effetto opposto. In luogo della ritrosia, il genio dei nostri luminari ha sfoggiato la provocazione dei giorni migliori del futurismo, o della pop-art. Si pubblica sulla rivista di tutti i giorni, e la scienza è in ogni magazine che ci leggiamo in bagno. Insomma, nella lista delle pubblicazioni è uscito di tutto: sembra che manchi solo “Il tromba” e “Corna Vissute”, le riviste scientifiche che ci è capitato di sfogliare nell’anno di naia (ma che sia per cessata pubblicazione?).

Insomma, se la ricerca fosse una gara di pesca, la giuria avrebbe trovato nei secchi dei partecipanti anche qualche vecchio scarpone o delle scatole di latta arrugginite. Ora è chiaro che su questo ci vogliono delle regole. Non vogliamo dire che chi ha contrabbandato uno scarpone per un pesce venga squalificato: questo si applicherebbe a una gara di pesca, ma una gara di pesca è una cosa seria. Ma anche nella ricerca non possiamo permettere che gli scarponi vadano al mercato insieme alla paranza e al pesce di pregio. La classificazione ANVUR sul pesce di pregio ha scontentato tutti (compreso il sottoscritto), ma va mantenuta perché consente almeno di separare i furbi dagli onesti (anche se non sempre riesce a separare gli scarsi dai bravi). Se sul lavoro dell’ANVUR non sarà costruita nessuna norma, ai prossimi concorsi si potrà dire che in fondo non è così facile fare abboccare uno scarpone, e qualche commissario potrebbe addirittura scrivere: “la presenza dello scarpone insieme a materiale ittico testimonia una produzione interdisciplinare del candidato, e ne indica la maturità scientifica”. Ci vuole una regola. E poi, la regola potrebbe essere aiutata da iniziative di trasparenza. E’ chiaro che siamo tutti curiosi di conoscere i nomi di chi ha messo gli scarponi nel secchio dei pesci, e se io fossi a capo dell’ANVUR soddisferei la curiosità. E’ vero che i pescatori di scarponi non verrebbero squalificati come in una gara di pesca seria, ma almeno pagherebbero con la loro reputazione. E c’è poi un altro canale nel quale la trasparenza può correggere il lavoro dell’ANVUR. Se una rivista è stata ingiustamente esclusa dalla famigerata fascia A (il pesce di pregio), la strategia giusta è segnalarlo alla rivista perché faccia valere le sue ragioni (se ne ha) con l’ANVUR stessa. Anche in questo caso, la leva è la reputazione, questa volta della rivista, misurata con quella dell’ANVUR. E questo migliorerà l’ANVUR e/o la rivista.

Veniamo al secondo caso, che riguarda la didattica. Qui, sono state soppresse le facoltà, e la didattica, che era loro impegno esclusivo, è stata attribuita ai dipartimenti. Ottima cosa. La presenza della facoltà frammentava le risorse, e le facoltà competevano tra di loro. L’università italiana era un tabellone di tornei aziendali, ateneo per ateneo, invece di una competizione tra atenei. Oggi, le risorse potrebbero essere utilizzate in maniera più efficiente e potremmo avere un campionato nazionale, tra atenei. Andrebbe tutto troppo bene, ma ecco che qui, dove non le vorremmo, arrivano le regole. In diversi atenei è stata imposta la regola che nessuno, tra quelli che svolgono didattica su materie di base, si muove per tre anni, a meno che non indichi un sostituto. Pessima regola. Innanzitutto, nega e svuota il significato della soppressione delle facoltà: i guadagni di efficienza non possono essere raggiunti, o sono resi più difficili. Ma è più preoccupante il motivo che sorregge questa regola. Perché bloccare il professore? Perché se no il professore sguiscia via, come il capitone a Natale. Ecco la regola: che il capitone non scappi, o almeno indichi un tacchino che possa sostituirlo. O il tacchino indichi un pollo. Ma siamo sicuri che i professori siano pronti a scappare (o a imboscarsi, visto che siamo in vena di ricordi di naia)? E soprattutto, siamo sicuri di voler attribuire la didattica a un capitone? Non sarebbe forse il caso di farlo scappare, e poi metterlo in pentola? Io ho ancora in mente la prima lezione di economia politica di Fausto Vicarelli, e quasi ricordo il fascino delle sue parole. Per quelle parole, lui per me oggi è una leggenda. Gli studenti di oggi hanno diritto alla stessa fortuna che è capitata a me, e tra trent’anni dovranno poter ricordare una leggenda. E’ per questo motivo che avremmo dovuto lasciare che il nostro campione di insegnanti si auto-selezionasse. Speriamo tutti che i risultati siano migliori dell’autoselezione sui prodotti di ricerca, ma anche in questo caso la trasparenza potrebbe aiutare. Se non avessimo questa regola, potremmo separare i capitoni dai professori che tra trent’anni saranno leggenda. E avremmo buon gioco a chiedere penalità, e riduzioni dello stipendio, per chi scappa di fronte alla opportunità e la sfida di diventare leggenda per qualcuno.

Eccoci alla conclusione, che infarciremo con un po’ di latinorum da economisti per dare un po’ di spolvero (e, chissà?, magari per stimolare l’idea di un lavoro scientifico). Abbiamo visto due casi in cui le regole hanno effetti diversi sul tipo di equilibrio che si instaura nel sistema di pubblica amministrazione. Nel caso dell’ANVUR, la mancanza di una regola conduce a un pooling equilibrium in cui i pescatori di scarponi si mimetizzano con i campioni di pesca di altura. Nel caso della regola sul congelamento degli incarichi di didattica, è la presenza di una regola che conduce a un pooling equilibrium tra professori veri e pubblici dipendenti che, con l’entusiasmo dello scrivano Bartebly, rispondano: “preferirei di no”. Ma è importante notare che in entrambi i casi è la trasparenza, e la concorrenza che ne seguirebbe, che potrebbe trasformare questo equilibrio inefficiente in un equilibrio virtuoso di “separazione”, tra i bravi e i furbi.