Così è…se traspare. Storie di finanza e (mancanza di) trasparenzaLa Corte dei Conti e i derivati dei Comuni: tanto tuonò che NON piovve…MAI

"Non ti pago." Questo il suggerimento, o meglio l’ordine, impartito dalla Corte dei Conti a sindaci e segretari comunali che ancora non hanno ancora denunciato i derivati che hanno sottoscritto qua...

“Non ti pago.” Questo il suggerimento, o meglio l’ordine, impartito dalla Corte dei Conti a sindaci e segretari comunali che ancora non hanno ancora denunciato i derivati che hanno sottoscritto quando la Corte dei Conti non diceva niente. E su quelli che ne sono usciti a caro prezzo la Corte che dice? Niente, per ora, ma si sa: la Corte ha i suoi tempi. E tutto questo solleva una domanda: ma questa Corte dei Conti che vigila sugli sprechi non è uno spreco?

I Comuni italiani hanno cominciato a fare contratti derivati con le banche nel 2001 e hanno smesso nel 2009. Ora, nel 2013, la Corte dei Conti tuona su questi contratti e invita a denunciare quelli che sono “onerosi”. Che dire? Se si è parlato di ritardi negli interventi di Banca d’Italia su MPS o della CONSOB su Unipol-Fonsai, anche questo non è un bell’esempio di tempestività. Certo che avrebbe potuto andare peggio. Il procuratore generale della Corte avrebbe potuto concludere la sua relazione di apertura dell’anno giudiziario dichiarando: delenda Cartago. Ma sarebbe stato molto meglio se avesse attratto l’attenzione sul vero rischio che i Comuni e gli altri enti stanno correndo in questi mesi: procedimenti di chiusura dei derivati in cui le banche si mettono in tasca altri soldi, oltre a quelli che si sono presi all’apertura.

All’inizio del secolo, i Comuni si sono trovati a dover sottoscrivere contratti derivati perché erano incastrati in mutui a tasso fisso su livelli esagerati, principalmente con la Cassa Depositi e Prestiti, mentre i tassi di mercato con l’avvento dell’Euro (l’Euro di allora, ovviamente), scendevano ai livelli degli altri paesi. E i contratti derivati che le banche hanno proposto allora sono stati vere e proprie scommesse sui tassi. Tu paghi il 8% l’anno? Facciamo una scommessa: se i tassi di mercato restano sotto il 6% tu paghi il 5%, se invece stanno sopra, tu paghi il tasso di mercato, aumentato del 3%. Nessuna copertura dai tassi. Se ti va bene, risparmi (poco), se ti va male sei spacciato. Dov’era la Corte dei Conti? Perché non ha ammonito a ristrutturare i mutui, invece di utilizzare i prodotti derivati?

Quando poi a metà del primo decennio questi contratti sono apparsi per quelli che erano, cioè dei ricatti, sono stati sostituiti con contratti più simili a strumenti di copertura dal rischio di tasso. E’ iniziata l’era dei “collar”. Invece di pagare un tasso fisso, alto, paghi una tasso variabile, che varia con i tassi di mercato. Ma poiché i tassi di mercato possono diventare molto alti (aumentando la spesa per interessi dell’ente) o molto bassi (a scapito della redditività della banca), mettiamo un limite superiore (a favore dell’ente) e un limite inferiore (a favore della banca). Ecco il collar: tasso variabile con un limite superiore e uno inferiore. Un buon prodotto di copertura, se è usato bene. Ma io ho visto contratti con il limite inferiore quasi al 7%. Un bella protezione per la banca: praticamente il collar era un finanziamento a tasso fisso alto quasi come quelli del secolo scorso. E la Corte dei Conti dov’era? Mi è anche capitato di vedere deliberazioni di giunta comunale che propongono i dettagli tecnici di un contratto derivato alla banca, la quale il giorno dopo ringrazia e accetta. E la Corte dei Conti dov’era?

E dov’è la Corte dei Conti oggi, quando gran parte dei Comuni sta chiudendo i derivati, e nel processo deve sottostare a ricatti ulteriori da parte delle banche? Non parla di come devono essere chiusi questi contratti? Non dice, per esempio, che la tendenza delle banche a caricare “costi di funding” agli enti per la chiusura dei derivati non ha alcun senso in generale, ed è scandaloso in casi in cui esistono contenziosi sui costi caricati all’origine del contratto? Non dice che i termini della chiusura dei contratti devono essere resi pubblici e non possono venire secretati (come è stato fatto, ad esempio, nei casi di Cassino e di Milano)? Questi sono i temi dei contratti derivati tra banche e comuni nel 2013.

Sembra che la Corte non cambi i temi, adeguandosi ai problemi che emergono dalla realtà, e invece alzi la voce su questioni sulle quali ha avuto dieci anni di tempo per intervenire. Il procuratore generale esorta a denunciare i contratti troppo onerosi ricorrendo al giudice ordinario (annullamento per mancanza di causa) o amministrativo (annullamento in autotutela). Suona strano questo rinvio di magistratura in magistratura: una magistratura tira l’altra (ma non erano le ciliegie?). Ma al di là della stranezza, ci chiediamo a quale paese parli questa Corte dei Conti. In un paese il cui problema maggiore è una litigiosità giudiziaria eccessiva e inconcludente si indica la via giudiziaria?

Poi l’assenza di sincronia tra i temi e la realtà genera paradossi logici curiosi. La Corte dei Conti fa la faccia truce con la minaccia del danno erariale, se gli amministratori non annullano i contratti troppo onerosi. E quelli che i contratti li hanno chiusi? Secondo Gianni Trovati sul Sole 24 Ore sono 389 (contro 215 che li hanno ancora aperti). Tra questi ci sarà qualcuno che ne ha chiuso uno troppo oneroso? La domanda ovviamente è retorica. E ci sarà anche qualcuno che per chiudere ha dovuto pagare le banche. Un esempio? Il Comune di Milano: ha pagato 63 milioni di “costi di funding” per la chiusura. Quindi è un caso di un contratto troppo oneroso, che secondo la Corte il Comune avrebbe dovuto annullare, e su cui invece ha anche pagato questi “costi di funding”. Cosa c’è in questo caso? Oltre il danno erariale la beffa erariale?

La conclusione. La Corte dei Conti ha due problemi: uno non suo, ma del paese, e uno che invece riguarda la sua ragione di essere. Il problema del paese è che non esiste una giustizia del risparmio. Non esistono magistrati (contabili, ordinari o amministrativi) che sappiano dirimere le questioni poste da un mercato finanziario complesso. E non si tratta di prodotti complessi: qui si tratta di sapere se i costi di funding in chiusura siano dovuti o meno. E se sono dovuti (per me non lo sono), forse sarà il caso di esplicitarli all’origine del contratto (come devono essere espliciti quelli di apertura). La colpa di questo di chi è? Di molti, ma qui in primo piano ci siamo noi: l’università. Non abbiamo corsi di studio che formino magistrati del risparmio. Sarebbe il caso di farlo, ma non chiedete a me: io ho già dato, ho speso due anni per l’apertura del mio corso di laurea. Poi c’è un problema Corte dei Conti. Qual è il ruolo della Corte dei Conti? E reggerebbe a un’analisi costi-benefici? Da quanto abbiamo discusso, non sembra che questa magistratura sia all’altezza di intervenire su questioni di politica di bilancio di alto livello. Cosa resta? Un cerbero che ci viene sventolato se compriamo un gadget per gli studenti, o se non chiediamo il preventivo a tre ristoranti per invitare un collega a pranzo? Se è solo questo, il miglior contributo che la Corte potrebbe offrire al contenimento della spesa sarebbe dimagrire o, forse, sparire. Ci pensino i sostenitori della spending review.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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