Così è…se traspare. Storie di finanza e (mancanza di) trasparenzaLa differenza tra politica e tecnica? La leadership. Riflessioni da una bagatella universitaria

La crisi del PD è, tra le altre cose, crisi di leadership. Il problema del PD corrente e futuro è che Bersani NON è un leader e Renzi è SOLO leader. Vi siete mai chiesti se è bene essere o avere un...

La crisi del PD è, tra le altre cose, crisi di leadership. Il problema del PD corrente e futuro è che Bersani NON è un leader e Renzi è SOLO leader. Vi siete mai chiesti se è bene essere o avere un leader? E in quali campi, e perché? E se la politica è sempre più vicina alla tecnica, serve proprio un leader? La risposta che la storia e la cronaca sembrano consegnarci è che senz’altro un leader è indispensabile per vincere le elezioni, ma non è necessario, e può essere addirittura un impedimento al buon governo: a meno che non sia un leader illuminato, uno statista.

Quando ho lasciato la banca per l’università ho capito che il modo in cui vengono prese le decisioni in università era il laboratorio ideale per lo studio della politica. E un giorno l’università mi ha insegnato al tempo stesso l’importanza e l’irrilevanza della leadership. Un giorno mi è stato chiesto di prendere la direzione di un dipartimento, con la missione di accompagnarlo a una fine dignitosa, voluta dalla legge Gelmini. Un lavoraccio, che non avevo voglia di fare. Il decano (figura accademica che indica il più anziano e che viene invocato quando deve essere eletto un direttore) esplorò la possibilità di affidare l’incarico a una collega, ma il tentativo fallì per l’opposizione del marito di lei. Alla fine il cerino è passato a me. Ho accettato di malavoglia, ho scritto un programma di scioglimento del dipartimento e nel giorno delle elezioni del direttore me ne sono andato a Londra per un concerto di Nick Cave (per mio gusto personale, ma anche perché la mia signora altrimenti mi avrebbe piantato). A Londra ricevo una telefonata che mi dice che il dipartimento è spaccato, perché c’è un’altra candidatura, e ci saranno nuove votazioni. Io mando una lettera aperta chiedendo cosa non andava nel programma che avevo sottomesso. Non ricevo risposta dal candidato alternativo, ma dal decano (figura accademica che indica non necessariamente il più saggio) che dice che il programma del candidato alternativo era lo stesso, ma lui era professore ordinario e io no. Seguono altre votazioni, e il candidato alternativo alla fine vince contro una salva di schede bianche.

Risultato, e morale dell’aneddoto: il nostro candidato è riuscito nel suo sogno di indossare, almeno per sei mesi, le mostrine di direttore di un dipartimento, e l’ha pagato con un duro lavoro. Il sottoscritto, dopo un momento di sana incazzatura (dovuta soprattutto alla giustificazione del decano), col senno di poi ha realizzato che lo sforzo che si sarebbe sobbarcato sarebbe stato enorme, e non gli dispiace affatto che sia andata così. Ma questa è una parabola sulla leadership. Ha vinto un leader, che si è preso una bella gatta da pelare, e ho perso io, che non sono un leader, ma che ho potuto allontanare da me il calice dell’interesse collettivo e continuare a fare quello che mi piace, la scienza e la tecnica, dove la leadership non conta nulla. Ce n’è abbastanza per un’estensione alla situazione politica attuale, e ancora di più: addirittura un teorema.

Teorema. Se un gruppo di decisori ammette un quota significativa di “coglioni” l’unica soluzione di equilibrio ammessa prevede la presenza di un leader.

Si noti che il teorema è vero qualunque definizione venga data di “coglione”. In altri termini, si può pensare a una definizione oggettiva o soggettiva di “coglione”. Nel caso di cui sopra, ad esempio, possiamo ritenere che ognuno dei componenti di un gruppo (quello che votava me e quello dell’altro candidato) fosse ritenuto “coglione” da quelli dell’altro gruppo. Quello che conta è che alla fine in un gruppo diviso ci vuole un leader. Uno che mette d’accordo tutti facendosi accettare da tutti perché li convince o li stufa.

L’estensione alla politica è immediata. Se ci sono coglioni, c’è bisogno di leader. E sembra che nel nostro paese di leader ce ne siano, e ciò nonostante non bastino: il problema di una grossa fetta dell’elettorato, quella cui appartengo, ha un problema di mancanza di leadership. Il centro sinistra alle primarie ha rifiutato di affidarsi all’unico leader naturale che aveva. E in piena coerenza, lo ha criticato quando si è rivolto ai “coglioni” dicendo: “verremo a stanarvi”. E anche ora, che va ad Amici e mi dà il voltastomaco, fa il suo lavoro: è un leader
in cerca di consenso. E il suo lavoro è diverso dal mio perché io non andrei a Amici nemmeno se mi promettessero il Nobel. Proprio questa differenza conduce alla preoccupazione principale della leadership. Quando la politica acquista una veste tecnica, e si arricchisce di aggettivi (politica economica, politica sociale,…) i leader sono di troppo. Nel mondo della tecnica e della ricerca non c’è leadership (anche se la ricerca è tutt’altro che democratica). Quindi, quando la politica diventa scienza di governo, i leader non sono non sono necessari, ma possono addirittura avere effetti dannosi. Esempi? Il cavaliere esperto di economia, oltre che operaio, ecc… Beppe Grillo che dice che ormai i Nobel sono con lui.

E qual è la conclusione di questo contorto post? Semplice: è la triste scoperta è che la leadership è condizione necessaria, ma non sufficiente, per il buon governo. È la scoperta preoccupante che il problema italiano è la mancanza di leadership illuminata: leader che tengono la barra dei fini generali, ma che sanno fare un passo indietro quando la politica diventa tecnica.In una parola, mancano “statisti”. È il dramma di questo poveruomo che scrive e riconosce la forza di leader di Matteo Renzi, mentre in una bagatella universitaria si è comportato come Bersani, e ne va fiero.

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