Così è…se traspare. Storie di finanza e (mancanza di) trasparenzaE se il PD fa default? Microeconomia della politica

La “Ditta” rischia di chiudere. Il termine folcloristico con cui Bersani si riferiva al PD oggi perde la sua leggerezza e acquista un significato drammatico, nella prospettiva dell’abolizione del f...

La “Ditta” rischia di chiudere. Il termine folcloristico con cui Bersani si riferiva al PD oggi perde la sua leggerezza e acquista un significato drammatico, nella prospettiva dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. E’ vero: un partito in fondo è una ditta, e come tutte le ditte rischia di chiudere se il suo prodotto non interessa il mercato. E la sua fine può essere quella di un default finanziario, come quella di una ditta. Ma non sappiamo quali possano essere i suoi effetti, soprattutto se è “too big to fail”.

In un interessante articolo sulla edizione fiorentina di Repubblica di lunedì, si analizzavanno i dolori del PD fiorentino in vista dello stop ai finanziamenti della politica travestiti da rimborsi elettorali, che dovrebbe essere all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri di oggi. Sono dolori di bilancio. Secondo l’articolo, nel 2011 la federazione fiorentina riportava un bilancio di 1 milone e mezzo, a fronte di 900 000 euro di rimborsi elettorali. Contributi volontari zero. Che ne sarà del PD fiorentino quando non ci saranno più i rimborsi? E la situazione del PD fiorentino è isolata o è un prototipo di una filiale di una ditta in difficoltà finanziarie? Domande che rimandano a una lacuna, forse solo mia personale o forse della scienza economica: la microeconomia dei partiti politici. Mi scuseranno i microeconomisti per l’intrusione, e per il mio modo di modellare un partito come un intermediario finanziario, che forse è una deformazione professionale. Ma se anche qualche castroneria può aprire un dibattito e suggerire qualche idea di ricerca, è ben spesa.

Mondo politico e mercati finanziari in realtà hanno un importante tratto comune: sono luoghi di aggregazione e produzione di informazione. Gli intermediari finanziari elaborano le informazioni per decisioni di investimento, che massimizzano l’utilità individuale e il profitto, mentre la politica le usa per decisioni “morali”, nel senso in cui Harsanyi usava il termine, cioè per ottenere il massimo di utilità sociale e di benessere. Produrre buone decisioni “morali” richiede creatività e innovazione esattamente come le richiede la creazione di nuovi prodotti e nuove scelte di investimento. La domanda che sta dietro il dibattito sulla liceità o meno del finanziamento pubblico ai partiti è se questa attività di innovazione possa essere fatta con soldi pubblici o se non richieda, come finanziatori e allo stesso tempo produttori e collaudatori, i privati.

La domanda sul finanziamento pubblico o privato ai partiti è quindi una questione di politica industriale. Produrre decisioni “morali” costa, e può essere fatto con diversi modelli di produzione. Può essere fatto con la forma tradizionale del vecchio partito con “sportelli” sul territorio, o nella sua versione moderna: il partito “neuronale” che ha in mente Barca, con i neuroni che sul territorio si addestrano (come reti neurali) a riconoscere la realtà e a riportarla ai vertici. Oppure può essere un partito telematico dove le idee corrono e si incontrano sulla rete e che soffre di quel problema di filtro tipico di tutte le attività di questo tipo. E’ infatti assodato, e questo è anche il senso di un recente intervento di Eco sull’università che ha fatto tanto discutere, che l’attività di ricerca e sviluppo ha più chance di successo se è fatta in un bar, piuttosto che in rete. E infine c’è il modello del partito familiare, o family office, dove tutti lavorano per le idee del capofamiglia. E poi modelli ibridi, come un partito telematico con un capofamiglia che detiene il marchio, come se invece di decisioni “morali” dovesse produrre introiti pubblicitari.

Il confronto politico è quindi anche un confronto di modelli di produzione di decisioni “morali”, e del loro rapporto costo/efficacia. Produrre decisioni morali costa. Ma l’esperienza che abbiamo di fronte è che fiumi di denaro che ci avrebbero potuto garantire qualunque modello di produzione e l’impiego delle migliori menti in realtà non hanno prodotto nulla. E non c’entrano porcelli e mattarelli: qui parliamo dell’officina, o della cucina. Dove sta quindi la ragione di questa mancanza di prodotto? La corruzione e la disonestà sono una risposta troppo scontata e superficiale. In questo, ha pienamente ragione Matteo Renzi a proporre la distinzione tra onestà e morale (dove morale è intesa proprio nel senso di Harsanyi). Resta il problema di chiedersi dove sia, al di là di corruzione e malaffare, il problema industriale della fabbrica delle decisioni morali.

L’unica risposta che un economista può dare a questo problema industriale è la mancanza di un mercato. E creare un mercato delle decisioni “morali” significa introdurre la possibilità di finanziare queste idee, scommettendoci sopra, come insegnava De Finetti, o “putting your money where your mouth is”, come dicono gli inglesi. In mancanza di un mercato, anche la pianificazione della produzione industriale fallisce.

Ricordo il primo incarico che mi piovve addosso appena arrivato all’Ufficio Studi della COMIT nel 1989: redigere un lavoro di background per un triumvirato di saggi sulla convertibilità del rublo (e va da sé che già allora uno dei saggi era Mario Monti). Non portammo mai a conclusione quel lavoro, ma ricordo bene la letteratura che definiva il doppio mercato delle economie pianificate: un mercato ufficiale dove i beni che venivano prodotti di fatto non erano fungibili ed erano in eccesso di offerta, e un mercato parallelo con prodotti scarsi e un’inflazione galoppante (si chiamava “inflazione repressa”, se non ricordo male). Quella situazione produttiva mi ricorda da vicino il mercato politico di oggi: assegnazioni di risorse pianificate, produzione di idee “morali” assolutamente non fungibili, e un mercato parallelo di idee nella società civile e al di fuori della politica. La soluzione pare essere la stessa: creare un mercato.

Quali sono i rischi? Ovviamente c’è un primo rischio facilmente aggredibile. Quello che manchi il fair play finanziario, per usare un termine del mondo calcistico. E’ il rischio che qualcuno compri tutto: giocatori, stadio, arbitri e spettatori. A differenza che nel calcio, questo rischio si elimina agevolmente mettendo un tetto al contributo di ciascun privato. Il vero rischio è invece che il trapianto di un mercato laddove c’è sempre stato un finanziamento pubblico non riesca, o non riesca in tempo a scongiurare un fallimento, un default di tipo finanziario, di un partito politico. E qui il partito politico a rischio è il PD. Cosa succederà se il maggiore partito italiano scomparisse per via finanziaria? Probabilmente sarebbe lo stesso scenario degli anni 90, quando gli altri partiti sparirono per via giudiziaria. La questione, indotta dal cinismo della pratica più che dal rigore della teoria, è se il nostro tessuto sociale sia in grado di assorbire la deflagrazione. Insomma, torniamo alle stesse categorie del mercato finanziario, e la domanda è: il PD è “too big to fail”?