Buona fame!Perché difendiamo Flavio Briatore

Flavio Briatore ha tuittato, qualche tempo fa, di stare cercando un parrucchiere esperto per il suo Billionaire in Kenya. Gli hanno risposto in pochi e lui, di contro, ha scritto certo un po’ tran...

Flavio Briatore ha tuittato, qualche tempo fa, di stare cercando un parrucchiere esperto per il suo Billionaire in Kenya. Gli hanno risposto in pochi e lui, di contro, ha scritto certo un po’ tranchant, che “non è vero che in Italia non ci sia lavoro…”.

Intanto confessiamo che uno dei due autori è un follower di Briatore su Twitter. Per il resto, come immaginerete, pochi legami e non siamo mai stati, per ora, nei suoi mitici locali, in Sardegna o in Africa.
Il tweet ha suscitato molte ironie, compreso un bello sketch satirico (qui) di Maurizio Crozza, e polemiche (inclusi i soliti idioti del web sempre pronti a violenza verbale oltre ogni limite),.

Diciamo subito che il “non c’è lavoro” è sicuramente approssimativo, a questo si aggiunga che, ogni cosa dica Briatore, a un certo tipo di Italia non piace a prescindere, come si dice.

Con altrettanta semplicità, dobbiamo però dire che il protagonista del jet set italiano non ha torto, anzi ha ragione per molti motivi.

Che esista, e ogni anno il Rapporto Excelsior di Unioncamere lo documenta, un mismatching, vale a dire lo squilibrio, tra domanda e offerta di lavoro, è vero. Che riguardi tecnici, operai specializzati, addetti dell’artigiano, idem. Che ora stia assumendo contorni tali da diventare preoccupante e parte significativa del problema, è altrettanto vero. Che tutta la nostra formazione professionale sia profondamente da rivedere è un’altra verità. Che non lo si faccia (anche) perché in molti ambienti, politici e culturali, la scuola è tout court il liceo, un altro dato di fatto.

Le scelte lavorative dei nostri giovani dove si indirizzano allora?

Perché non dire, con trasparenza, che le qualifiche e i diplomi professionali possono dare chance occupazionali e non sono lo svilimento dell’umano (anche se dovrebbero curare di più e meglio la formazione culturale)? Perché negare che andare a fare un’esperienza di lavoro all’Estero, per un ragazzo o ragazza che ha studiato da parrucchiere, sia un’occasione quasi unica e come tale debba invece essere derisa e denigrata anziché incentivata? Abbiamo paura di affermarlo perché l’offerta viene da un personaggio forse un po’ kitch come Briatore? O fatichiamo a riconoscere che s’è affermato un pensiero, una sottocultura meglio, che percepisce come segno di arretratezza i lavori manuali e i mestieri artigiani?

“Anche l’operaio vorrà il figlio dottore”, cantava, molti anni, Paolo Pietrangeli (prima di mettersi a fare il regista tv) nella celebre Contessa (video qui). Quell’invettiva si è drammaticamente rovesciata: dal sacrosanto diritto di garantire l’istruzione a tutte le fasce sociali siamo passati a una concezione classista della formazione e del lavoro. Un contrappasso. E un problema.

Perché per competere in questo mondaccio globale (ma che ha anche molte più possibilità di anni passati) i barman bisogna avere il coraggio di andare a farli a Londra, i camerieri a Kuala Lumpur, i bagnini in Nuova Zelanda. Essere cittadini del mondo è una condizione necessaria.

O ci rimettiamo a cambiare la nostra scala di valore dei lavori o non usciremo da una crisi profonda, che è culturale prima che economica.

P.s. A prevenire qualche chiosa indignata, confermiamo di conoscere gli obiettivi che si è data l’Europa in termini di livello di formazione dei propri cittadini e di essere consapevoli che all’Italia manchino ancora molti laureati e laureate per raggiungere quei tassi.

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Linkiesta Paper Estate 2020