Out among the EnglishTra gli inglesi

Da qualche giorno penso a quale potrebbe essere un buon tema per il mio post inaugurale, e non è facile. La libertà di scrivere senza i saldi paletti del necessario è terrificante, una sconosciuta...

Da qualche giorno penso a quale potrebbe essere un buon tema per il mio post inaugurale, e non è facile. La libertà di scrivere senza i saldi paletti del necessario è terrificante, una sconosciuta forma di horror vacui che finisce per deprimermi come nient’altro, perché pone un limite dove di limiti non ce ne dovrebbero essere. Alla fine, dopo qualche straziante ora passata a scorrere tutti gli argomenti che ho avuto per le mani negli ultimi tempi (Philip Roth, DFW, James Frey, Jack London, tutte cose che verranno presto) ho optato per un caldo, rassicurante, un po’ codardo, post introduttivo.

È una soluzione paracula, è vero, ma mi dà due opportunità: quella di spiegare i criptici inglesi nel nome del blog e quella di fare un po’ il punto della situazione sul panorama che mi si para davanti.

Out among the English è un’espressione che adoro, che tengo nel cassetto da molto tempo e mi sembra spiegare benissimo il mio personale concetto di giornalismo. La usano gli Amish per riferirsi al mondo di fuori. Quegli inglesi estranei e peccatori, lascivi e sporchi, che minano la purezza dei Puri con la loro presenza sconfortante. Se potessero, gli Amish, non si avventurerebbero mai al di fuori dei confini delle proprie fattorie e non permetterebbero a nessuno di infrangerli. Ma non possono rinunciare all’umana, sacra, favolosa, curiosità, come non possono fare a meno di sapere che esiste altro oltre la loro comunità. Hanno scelto di ignorarlo, di reprimerlo, di tenerlo ai margini, ma non sono in grado di farne del tutto a meno e ogni giorno si trovano a doverlo affrontare. Il vecchio Jeremiah che si avventura, redini alla mano, tra gli inglesi è la mia romantica immagine del giornalista che aggiorna il suo blog. Che compie lo sforzo – per alcuni enorme, per altri minimo – di guardare cosa c’è di fuori, per quanto sgradevole, ripugnante o fastidiosamente evoluto che sia e che, seppure per poco, lo accetta in vista di quella scintilla di progresso che magari gli restituirà un po’ di piacere, a fronte di un’eternità di dannazione per aver ceduto alla tentazione.

Quando ho proposto questo blog, ho specificato che avrei trattato soprattutto autori stranieri, preferibilmente anglosassoni – in realtà mi troverò ben presto a parlare di qualche libro nostrano – non per snobismo, ma per economia. La quantità di nuovi titoli che ogni mese figurano tra le proposte degli editori – i miei inglesi – è piuttosto impressionante e, devo dire, spesso davvero poco interessante. Succede però che di tanto in tanto compaia qualcosa che non solo mi solleva l’umore, ma ridà senso alla mia ricerca. Nel mare oscuro della mediocrità, nella confusione diabolica che il vecchio Jeremiah attribuirebbe alla corruzione e alla lascivia del ventunesimo secolo, diventa piuttosto facile trovare una fiammella che illumini la via – è una questione di statistica, di legge delle probabilità – e per quanto mi riguarda il miglior faro direzionale sono sempre stati gli americani. È una questione affettiva, squisitamente soggettiva. Quando sono stanco, provato dalle decine di libercoli apertamente privi di spina dorsale che ultimamente sembrano spopolare nei cataloghi, so che posso pescare nella riffa americana a occhi chiusi e – sempre per una questione di mera statistica – imbattermi in qualcosa che mi piacerà. È fortuna, probabilmente, o sono i sensi avariati da decenni di letteratura d’oltreoceano che non mi permettono di aggiungere criticità al mio gusto. Non importa, è così e quando succede io mi sento come Jeremiah che, riluttante, si avventura per le strade degli inglesi, con in gola un pizzico di quel sano, libidinoso, stuzzicante ottimismo che ti coglie nel bel mezzo del peccato.

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NOTA: non me ne vogliano gli amici editori e autori che dovessero rintracciare tra queste poche righe di introduzione una critica nei confronti del loro lavoro. Dovreste sapere, in quanto amici, che non è mia intenzione farvi i conti in tasca. Anzi, se godo delle fiammelle di illuminazione sull’oscura strada della perdizione, è proprio grazie a voi che, come me, nutrite l’aria densa del panorama editoriale e spesso e volentieri mi regalate delle gran boccate di frescura salubre.

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