Così è…se traspare. Storie di finanza e (mancanza di) trasparenzaComunicazione e vaffanculo: il caso M5S

Quanto pesa la comunicazione nella vita di un paese, privata o pubblica che sia? E come deve essere? Gridata o sussurrata? Impostata o addestrata? E si può fare la rivoluzione con la comunicazione,...

In questi giorni, l’attenzione è stata attratta da una pattuglia di parlamentari del Movimento 5 Stelle comandati a un corso di comunicazione presso la premiata ditta Casaleggio. Le prima domanda che viene in mente è se sia buona comunicazione far sapere che i tuoi vanno a scuola di comunicazone. La seconda è se non fosse opportuno comunicare che Casaleggio ha offerto i suoi servigi gratis e che i costi del corso se li prende il Movimento5 Stelle e non i cittadini (prima che lo chieda di nuovo la Gabbanelli e risucceda un putiferio). Ma al di là di queste domande “guerriere”, di cui ci importa il giusto, a noi interessa una domanda più di fondo, che riguarda il costume, oltre alla politica. La domanda che questo corso di comunicazione ci comunica è: quanto vale la comunicazione in percentuale di un prodotto? E’ una condizione necessaria per un’idea o un prodotto? Oppure può essere addirittura una condizione sufficiente? E’ un bene o un male?

Gran parte del mondo universitario ha il dente avvelenato con le scienze della comunicazione. Tendiamo a pensare che ci abbiano rubato tanti studenti e dato indietro disoccupati e precari. Sebbene una collaboratrice del nostro gruppo di Bologna laureata in scienze della comunicazione, precaria e brillante, mi stia facendo cambiare idea, la mia avversione istintiva ad aggiungere l’apparire all’avere e all’essere permane. Quando mi propongono corsi per i miei studenti su come ci si comporta in un’intervista di lavoro, e su come si scrive un cv, cioè su come si comunica, storgo il naso (di nascosto). Il motivo è che trovo la comuncazione uno strumento ancillare e una dote innata. Una cosa che non si può e non si dovrebbe insegnare. Come insegnare a un centravanti a buttarsi per terra invece che a segnare. O insegnare a un cuoco a presentare un piatto che non sa fare.

La domanda è: può esistere idea senza comunicazione e può esistere comunicazione senza idea? Può esistere servizio a tavola senza cucina? Nella comunicazione sì. Questo è stato il tratto sociale, più che politico, del ventennio berlusconiano. Vent’anni di venditori senza prodotti sui mercati e vent’anni di venditori senza idee in politica. Oggi i deputati grillini lamentano l’opposto: prodotti e piatti che i clienti non conoscono, perché loro, ingegneri e chef, sono “nerd” a digiuno di comunicazione. In questo argomento c’è un chiaro difetto di logica. Se hai il piatto, hai anche la comunicazione più formidabile: ti basta portare il cliente in cucina. Ma dov’è la cucina? Dov’è l’officina delle idee del Movimento 5 Stelle? Non lo sappiamo. Siamo come clienti di un ristorante che aspettano tre camerieri che a un gesto convenuto esclamano “voilà” e alzano dei coprivassoi d’argento con dentro un reddito di cittadinanza da nouvelle cuisine (che tra quelli come noi vuol dire da fame). Ma la riforma dello stato sociale e della politica non è un pranzo di gala: le cucine devono essere aperte.

Il fatto che la cucina non ci sia è avvalorato anche dalla questione dei toni: lo “stile Grillo”, come dicono i rappresentanti del movimento. I toni alti non sono compatibili con un’officina delle idee, ma con un attacco alla Bastiglia. La distruzione prima, la ricostruzione, con officine e cucina poi. Ma qui non si distrugge niente, e la storia della rivoluzione si ripresenta in farsa. E una farsa ha bisogno di un comico. Ma pensate un attimo a quelle immagini di folle di vecchie e sanculotti che in Place de la Concorde urlavano alla caduta di ogni testa. Pensate al duro lavoro di Madame La Guillotine. E pensate oggi alla parodia di folle che esultano al lavoro indefesso di Monsieur Vaffanculo. Pensate a Danton, mandato affanculo per aver tradito la rivoluzione dopo esserne stato coinvolto come la mente. Pensate a Marat, mandato a fanculo nel bagno da una donna. E prima o poi toccherà a Robespierre salire sul palco per ricevere l’ultimo vaffanculo: altro che Highlander…

Il qualunquismo porta a conclusioni qualunquiste. Viviamo in un’era di farse. Dalla farsa del peronismo impersonata da un venditore professionista, alla rivoluzione dei sanculotti del vaffanculo. La domanda ovvia è: la storia alla fine riprenderà il suo posto? E seguirà alla fine un Napoleone o una giunta militare? O saranno farse anche quelle?

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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