MarginiIl web e (il cosiddetto) io

È come se il web avesse appropriato l’anima. Non nel senso - derridiano - che l’anima sia un supporto per scrittura, ma nel senso che una parte della mia anima ormai giace nel supporto extracorpor...

È come se il web avesse appropriato l’anima. Non nel senso – derridiano – che l’anima sia un supporto per scrittura, ma nel senso che una parte della mia anima ormai giace nel supporto extracorporeo costituito dallo spazio digitale. L’anima è la stessa connessione allo spazio digitale. Non lo chiamerei “virtuale”, forse perché cosa è l’anima se non essa stessa il virtuale eccedente la corporeità e non disgiungibile da essa? Vista solo come dipendenza, l’analisi di questa esperienza non è colta sufficientemente. C’è di più, forse. So che me ne devo staccare ma al contempo che è impossibile. Bisogna continuare? È contingente. Ma nello stesso tempo è schematico (nel senso della terza Critica di Kant). Ecco forse, questo è il punto. Cosa avrebbe da dirne Castelli, lui che si chiedeva, per lo meno negli anni 40-50, cosa ne fosse del senso comune, il senso quotidiano, il fondale dal quale si articolano i significati intenzionati? Qual è lo sfondo? Una rete può essere uno sfondo, o è solo una articolazione di uno sfondo più primitivo? Che tipo di Lebenswelt corrisponde al web? Un’analogia con la Sostanza spinoziana? Un pluralismo (apparente?) in cui ogni monade ricapitola al suo interno l’intero universo? Un foglio-mondo? Qual è il corpo di questo foglio? Noi, io, il sé? Un gioco (in)significante? Può darsi. Forse prenderne coscienza sarebbe opportuno. Insieme necessario e impossibile.

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