Egitto: la propaganda che uccide la rivoluzione

Mentre la situazione in Egitto e’ sempre testa, si infiamma il dibattito sui social network anche a causa delle informazioni manipolate che circolano. In un articolo intitolato Altered Images: Egyp...

Mentre la situazione in Egitto e’ sempre testa, si infiamma il dibattito sui social network anche a causa delle informazioni manipolate che circolano.

In un articolo intitolato Altered Images: Egypt’s disinformation war il sito dell’emittente britannica BBC denuncia l’esistenza su Facebook e Twitter di account che fondono la realtà con la fiction. E in questo modo Militari e Fratelli musulmani sembrano usare Internet solo per demolire la reputazione dell’avversario. Ormai anche in Egitto l’utilizzo del web e dei social network non è solo monitorato, ma spesso anche manipolato da chi ha interesse a orientare informazioni e opinioni in una certa direzione.

Da quando il 3 luglio i militari sono intervenuti per rimuovere il Presidente Morsi, questa attività si è particolarmente intensificata, scrive la BBC. Per esempio, fotografie di bambini morti sono state fatte circolare su Facebook dai pro-Morsi per provare la crudeltà dell’esercito egiziano sui manifestanti pacifici. Ma secondo i militari si tratta di immagini del conflitto in Siria (e probabilmente è vero).

Nonostante la confusione, gli utenti egiziani del Web continuano a tenersi informati sull’attualità e a formarsi proprie opinioni tramite la Rete, e con modalità sempre più rapide e interattive. Si stima che in Egitto Facebook abbia 13 milioni di utenti. Sono state quindi create pagine come Da Begad? (E’ vero?) che tenta di verificare la fonte di immagini, video e post, al di la’ della loro provenienza, continua la BBC.

Per cercare di orientarsi meglio, sono attivi anche servizi professionali di traduzione e consulenza come il Checkdesk di Meedan.net che ha avviato (ancora in fase di sperimentazione) anche un servizio di traduzione dei Tweet dall’Egitto (@meedan).

Non si tratta poi soltanto di mettere in circolazione messaggi forvianti, ma anche di manipolare con Photoshop le immagini. E’ ormai evidente che anche nel piu’ popoloso dei Paesi arabi il presente della propaganda politica è sul Web, e in particolare sui social network.

E’ stata una bufala clamorosa – per fare ancora un esempio – la pubblicazione delle foto di 5 donne che il 16 luglio avrebbero dovuto giurare nel nuovo esecutivo ad interim guidato da Hazem el-Beblawi. Le foto sono circolate sui social network alla vigilia dell’annuncio ufficiale della nuova squadra di governo. Ma al momento del giuramento è venuto fuori che non erano state nominate 5 donne, e poi la foto del presunto ministro dell’Ambiente, l’unica del gruppo ad indossare il velo, è risultata in realtà essere quella di Laila Al Jassmi, ex CEO-Health Policy and Strategy Sector di Dubai. In quelle delicate ore prima dell’ufficialità, ci ero caduta anche io, e presa dall’entusiasmo avevo condiviso e commentato l’immagine di quella che credevo fosse una importante presenza femminile.

“Su questa storia delle manipolazioni ci potresti scrivere un libro”, mi dice Naiera Magdy, giovane attivista (che si definirebbe una socialdemocratica), nel corso di una conversazione via chat. Poi mi invia il link di una fotografia in cui si vede un giovane sdraiato a terra, con il cranio spappolato. E’ stata usata dalla pagina Facebook Al Shaab Did Al Ikhwan (Il popolo contro la Fratellanza) e il ragazzo dovrebbe essere una vittima degli islamisti egiziani. Subito dopo arriva un altro link in cui Magdy mi mostra che si tratta invece di una immagine pubblicata in precedenza su un sito libico. Per migliorare popolarità e gradimento, si può poi alterare anche il numero di “amici” o di “mi piace” sulla pagina Facebook (nonché i follower su Twitter).

Io mi sono già persa.

“Noi non sappiamo chi ci sia dietro a queste pagine – commenta Magdy – E’ vero pero’ che questo tipo di propaganda viene utilizzato in maniera uguale da sostenitori ed antagonisti del deposto presidente Morsi, e che molte volte rimbalza (o ha origine) su un mezzo di comunicazione ancora piu’ potente in Egitto: la Tv”.

Che cosa si puo’ fare in questi casi?

L’unico antidoto contro le campagne diffamatorie, proviamo a concludere, è che il pubblico diventi abbastanza consapevole delle “trappole” della comunicazione da essere spinto a “scavare” per trovare l’informazione più libera.

Speriamo ci si riesca, e in fretta.

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