’O pernacchioCampania: si muore più qui che altrove

Certa gente se la piglia a male quando parli (e riparli) di monnezza, del Triangolo della Morte campano e del fatto che a Napoli e dintorni ci si ammala - e si muore - più che nel resto d'Italia. A...

Certa gente se la piglia a male quando parli (e riparli) di monnezza, del Triangolo della Morte campano e del fatto che a Napoli e dintorni ci si ammala – e si muore – più che nel resto d’Italia. Alcuni, i soliti, pensano che si tratti del trito e ritrito vittimismo meridionale. E invece no, signori miei: purtroppo le cose stanno diversamente. E non lo dico io, ma il Ministero della Salute, in specie Giuseppe Ruocco, Direttore Generale della Prevenzione. La notizia – urlerà qualcun altro – è vecchia: è una storia già sentita, non c’è niente di nuovo, è già successo; già si sapeva. Eppure dopo le dichiarazioni del pentito Schiavone, la pubblicazione degli ultimi dati e il fatto che, nonostante tutto il male di questi anni, ci sia ancora qualcuno capace di pensare che un Inceneritore sarebbe la soluzione, è una storia che va detta e ridetta, anche fino – ed oltre – lo sfinimento.

In Campania si muore. Ma si muore di più rispetto che al resto di Italia. Qui ammalarsi di tumore è molto più facile, e guarirne decisamente più difficile. Lo dicono i dati, i pazienti in aumento, le aspettative di vita che sono state abbassate di altri 2 anni. E la colpa, indovinate, è della monnezza: sissignori, la monnezza di cui vi piace sentire parlare solo quando c’è da sfottere Napoli o fare riprese artistiche di cumuli di sacchetti e di gente che, per non respirare il fetore, scappa. La monnezza che hanno nascosto anni fa, per riempire le buche, sotto ai nostri piedi; che il Nord ma pure i paesi esteri ci hanno mandato. Scorie radioattive, amianto, plastica, residui: tutta roba che a volerla smaltire non basterebbero secoli interi. E intanto la gente non ci crede, pensa che – ci risiamo! – ai napoletani piaccia sentirsi al centro dell’attenzione, che, calcio a parte, non sappiano parlare d’altro.

E invece si muore: si muore come mosche, uno dopo l’altro, lentamente, malamente, un colpo al cuore, al fegato o al polmone. E ancora una volta non lo dico io, ma le statistiche, i numeri, gli studi. Fatti non da me (o da quelli come me, come direbbe qualcuno), ma da gente capace, esperta e – cosa importantissima – terza. Obiettiva. Non è una vanteria quella del “qui i casi di leucemia infantile sono più che altrove”; è verità, realtà. Dura e semplice. E fa male saperla e sentirla, però va detta e, se serve, pure ridetta.

Twitter: @jan_novantuno

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Linkiesta Paper Estate 2020