’O pernacchio31 Ottobre 2013: 29 senza Eduardo De Filippo

Eduardo De Filippo ne L'Oro di Napoli di Vittorio De Sica.Venti anni fa - scrivono la maggior parte dei giornali - moriva Federico Fellini. E tra chi lo piange, lo ricorda, lo idolatra (a r...

Eduardo De Filippo ne L’Oro di Napoli di Vittorio De Sica.

Venti anni fa – scrivono la maggior parte dei giornali – moriva Federico Fellini. E tra chi lo piange, lo ricorda, lo idolatra (a ragione, secondo me) e ne ricostruisce perfettamente la carriera, sembra che tutti si siano dimenticati – volenti o no – di Eduardo De Filippo, pure lui morto di 31 Ottobre. Lui, il solo, il napoletano per eccellenza. L’altra faccia della medaglia dell’arte made in Napoli assieme a Totò e a Massimo Troisi. Viso incavato, occhi espressivi, zampe di gallina, nasone, baffetto; capelli sempre, rigorosamente portati all’indietro. A De Filippo vanno riconosciute tante, tantissime cose. Il suo teatro era letteratura, la sua letteratura poesia; e i suoi film – le sue regie – una pietra miliare nella tradizione di questo paese. Fu nominato senatore a vita da Sandro Pertini e fu sempre un uomo della sinistra.

«Quando si spostava un po’, dietro di lui vedevi tutta Napoli». Non ricordo chi, parlando di Troisi, usò questa frase. Ma la stessa cosa, secondo me, si può dire per De Filippo: aveva un modo di parlare e di guardare il pubblico che metteva a proprio agio chiunque; gesticolava, camminava, inspirava. Riconosci subito qualcosa che è stato scritto da lui. Tra le parole, tra gli “eggià” e i “è vero o no?”, riconosci la sua firma. Eterna, imponente firma. De Filippo era il teatro (e anche il cinema, volendo dare a Cesare quel che è di Cesare) di Napoli: drammatico e comico; assurdo e reale; romantico e carnale. Recitò con la sorella, con il fratello; veniva da una famiglia di artisti ed esordì giovanissimo sul palco.

Io me lo ricorderò sempre, finché avrò vita, mentre steso nel letto, infreddolito (per finta), si gira e si rigira, si frega e si sfrega le mani; ulula e si lamenta. Natale in Casa Cupiello: il presepe, la Napoli della tradizione; e la famiglia, quella che ti fa dannare e che ti fa venire sempre un colpo. Oppure mentre è seduto ad un tavolo, ne L’Oro di Napoli di Vittorio de Sica: ‘o professore che vende scienza, l’uomo de ‘o pernacchio. Quello su cui scrivo io. Uno del popolo. La saggezza nel corpo di uomo. La carne, le ossa e gli zigomi come le pagine sbiadite di una storia, quella del teatro e di Napoli.

Twitter: @jan_novantuno

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