Marginidacché un twett noi siamo

«L'amore davanti allo schermo crea l'ansia di scrivere e aspettare nella propria stanza; l'attesa dell'amore è la ragione per stare connessi. Persino quando non arriva niente l'attesa è, per color...

«L’amore davanti allo schermo crea l’ansia di scrivere e aspettare nella propria stanza; l’attesa dell’amore è la ragione per stare connessi. Persino quando non arriva niente l’attesa è, per coloro che vogliono amar(si), il simbolo del possibile, di ciò che può arrivare – anche senza significante – dal non cedimento al reale. E’ proprio questa la situazione che coloro che amano online aspettano sempre: ciò che li mantiene vivi davvero è la possibilità di ricevere una risposta in qualsiasi momento e che questo momento possa essere reciproco» Remedios Zafra,  Sempre connessi. Spazi virtuali e costruzione dell’io, Giunti, Milano 2012, pp. 97-98

Nell’eterotopia che è il ciberspazio, in cui togliamo la maschera del nostro io quotidiano per indossare quella che ci dona l’io digitale, viviamo esperienze che ci fanno dipendenti, addicted,  ma le viviamo da soli, tutti da soli davanti all’universale…mentre immaginiamo al di là dello schermo un quasi-corpo profilarsi nello spazio creato dalle attese della (sua) parola. Che propriamente è una scrittura. E poi, quando la risposta viene, ci fa rimbalzare, nelle dita, un nuovo invio. Il gioco a rimpiattino del cuore immaginario. Nel mantenere non-privata questa intermittenza , questo (quasi)cuore interinale, ci precipitiamo a renderla pubblica, in quello spazio limite, terzo, che è l’etere. Accade più volte al giorno, ad esempio. Ed è ben (im)possibile rendersene conto, se solo non ci si lascia sviare dall’apparente ridondanza delle parole di tenerezza, di lamento, di malinconia, di attesa, di irritazione, con cui si dice dell’amore. Presumibilmente immaginario, che nel momento in cui si scontra col reale svapora, e proprio per questo non fa rimbalzare più il cuore legato a questo gioco.

Che possa anche essere un pascaliano divertissement, non c’è dubbio. Ma non vi è nulla di più serio e doloroso del devertere. Molteplici identificazioni in cui ci si prova a riconoscere, non senza rischio, quando si provi a abbandonare la via maestra della mimesi sociale.  Non divertimento,  almeno non nel senso banale e volgare, ma ricerca di un senso del sé. Come altri giochi, dal calcio alla politica, dalla scienza alla filosofia. Solo che un po’ forse più interessante…

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