GloβGreenwald e il veto di Snowden

(Versione italiana) Durante la pausa natalizia, i protagonisti del nuovo giornalismo hanno moltiplicato le apparizioni pubbliche: Snowden ha fatto un annuncio televisivo poi ha dato un’intervista ...

(Versione italiana)

Durante la pausa natalizia, i protagonisti del nuovo giornalismo hanno moltiplicato le apparizioni pubbliche: Snowden ha fatto un annuncio televisivo poi ha dato un’intervista a B. Gellman del Washington Post, Assange ha predicato sulla BBC e Greenwald è ormai quasi ubiquo.

A parte Assange che spinge la riflessione fino alla filosofia, gli argomenti di Snowden e del suo portavoce Greenwald sono pieni di timori e cautele di chi dipende da altri. Per loro questa situazione paradossale fa parte del gioco, ma spingersi all’esilio per poi predicare sui rischi ha lasciato il pubblico con l’amaro in bocca.

Vuoi per le collaborazioni che si prospettano vuoi per questioni legali, la libertà critica di Greenwald si sta restringendo, e ne risente la qualità giornalistica del suo discorso.

Ieri per l’Epifania, Greenwald ha pubblicato un post sul suo blog personale aggiornando la propria argomentazione in favore di un giornalismo ormai parziale da tutti i punti di vista.

Come al solito, Greenwald finge di rispondere al meno temibile dei suoi interlocutori richiamando l’attenzione di tutti. E come sempre, l’argomentazione è lunga (11 punti) e poco esaustiva.

Per cominciare Greenwald torna sugli aspetti strutturali di First Look, la News venture che lo vede associato ad Omidyar. Greenwald si sforza di focalizzarsi sugli interessi prettamente editoriali del futuro website, cercando di dissociarsi dalle scelte passate e future dell’imprenditore iraniano. Ma Greenwald non capisce che è proprio quello che gli rimprovera il pubblico: una separazione solo teorica non può bastare a preservare il giornalismo.

Ecco perché ci è così difficile digerire la non pubblicazione integrale dei documenti NSA prima del lancio del sito. Snowden e i giornalisti da lui scelti non stanno facendo informazione ma campagna, e non la stanno facendo con i mezzi concessi dalla tecnologia oggi a disposizione ma lottando contro.

Inoltre Greenwald vuole essere giudicato sul giornalismo che scaturirà da First Look, non prima. Ma come si fa a pretendere di rimandare la critica a giochi fatti?

Lasciamo che la stampa faccia il bello e il cattivo tempo con dei documenti declassificati?

Quello che Greenwald non afferra, o finge di non afferrare, è che una guerra è letteralmente esplosa dal momento in cui Snowden ha portato via i documenti dalla NSA. I poteri si stanno riorganizzando. Perché mai il pubblico – già penalizzato dalla pubblicazione parziale – dovrebbe rinunciare all’evoluzione del Datagate in tempo reale?

Non troviamo sufficienti le giustificazioni di Greenwald per il ritardo in cui sta mettendo il pubblico nei confronti del potere. Per lo più in un’epoca in cui tutti sono in grado di procurarsi le informazioni da soli.

Greenwald sceglie di ignorare le possibilità tecniche attuali, e persiste nel relegare il problema altamente complesso dei leaks al giornalismo e alla libertà di stampa. Il ruolo della stampa è secondario anche se necessario, ma è la tecnologia – e l’accessibilità che comporta – a fungere da primo veicolo di pubblicazione.

Greenwald continua scusandosi per la propria centralità mediatica con i colleghi Laura Poitras e Jeremy Scahill parimente coinvolti da Snowden, anche se di fatto questi (basati a Berlino) restano indisponibili o chiusi al dibattito pubblico, cosa che invece bisogna riconoscere a Greenwald. Ma dividendo i meriti professionali, Greenwald spera soprattutto di acquisire una certa obiettività e di compensare la perdita di neutralità per aver rinunciato al database pubblico.

Insomma siamo già ai palliativi e First Look non è ancora lanciato.

Perciò Greenwald mette le mani avanti ampliando le prerogative di First Look oltre le rivelazioni sulla NSA. Il messaggio è: First Look non sarà il portale anti-NSA, evitiamo di specializzarci.

Un altro errore di Greenwald invece è di compiacersi nel suo ruolo di giornalista.

Pur rifiutando di pubblicare il contratto con Snowden, Greenwald usa l’impegno legale con la “sua” (sic) fonte come scudo contro il suo tarlo più ostinato, quello della pubblicazione integrale che lui negativizza con le parole “dump” o “mass release” o “release in bulk” senza però mai trovare il giusto antidoto dialettico.

Questo forse perché Greenwald non è in grado di affrontare gli aspetti più seri della critica e sceglie di dedicarsi semplicisticamente ai suoi presunti detrattori (nel suo articolo torna spesso “smear”, diffamazione) facendo sì che un diritto pubblico negato (l’informazione) si riduca ad una questione personale.

Ma tornando a quel contratto non pubblicato con Snowden (forse redatto dallo stesso Greenwald come avvocato?), non dovrebbe forse a questo punto essere ridiscusso, considerata la priorità dell’interesse pubblico?

Non vedo perché questo impegno privato tra giornalista e fonte dovrebbe essere sacro e restare intoccabile in una faccenda planetaria: non c’è niente di definitivo in democrazia, tanto meno i desideri di Snowden. Almeno che, secondo quanto si potrebbe anche dedurre dal lessico di Greenwald, siamo nel campo della religione.

Peccato. Avremmo voluto che questo nuovo pacchetto di leaks generasse una vera competizione giornalistica nel mondo, avremmo voluto verificare la creatività e la perspicacia di chiunque nella partecipazione senza condizioni, se solo questi documenti fossero stati messi a disposizione di tutti.

Le promesse di Greenwald sul giornalismo che, ora più che decentemente finanziato, sarà in grado di fornire First Look, sono certamente commoventi ma non possono sostituire un’occasione ormai persa di rivoluzionare il sistema.

In ultimo Greenwald chiude, e ne siamo fieri, con una nota sulla sua imperterrita partecipazione al dibattito pubblico su Twitter: “The interactive model of online journalism has always been both a vital resource and check for me”, “you can’t avoid criticisms”, “it’s a vital accountability check”.

Bellissimi propositi di anno nuovo, ma Greenwald omette di dire quanti sotterfugi ha usato ultimamente per discreditare le critiche più influenti su Twitter.

Non è la prima volta che Greenwald finge di rispondere al più diplomatico dei suoi lettori pur di evitare di dare peso in tempo debito a delle voci per lui chiaramente scomode.

Poco importa, purché Greenwald, come molti degli “established journalists” che, scrive, non intende diventare, siano prima o poi costretti a rispondervi indirettamente. È la partecipazione, bellezza.

(English Version)

Greenwald and Snowden’s veto

During the Christmas break, the New Journalism’s protagonists have multiplied public appearences: Snowden gave ​​a TV speech and an interview to B. Gellman of the Washington Post, then Assange has cleverly preached on the BBC radio and Greenwald is now almost ubiquitous.

Aside from Assange that pushes the reflection up to philosophy, the arguments of Snowden and his spokesman Greenwald are full of fear and caution of those who depend on others. For both, this paradoxical condition is part of the game, but go into exile then preach about the risks have left the audience with a bitter taste.

Both for collaborations that lie ahead and for legal issues, Greenwald’s freedom of criticism is shrinking and the journalistic quality of his speech is precisely suffering.

On Epiphany day, Greenwald published a post on his personal blog updating its argument in favor of a certain journalism now partial from all points of view.

As usual, Greenwald pretends to answer the less formidable of his critics attracting the attention of everyone. And as always, the argument is long (11 points) and not exhaustive.

For starters, Greenwald backs on the structural aspects of First Look, the News venture that sees him associated with Omidyar. Greenwald strives to focus on the purely editorial interests of the future website, trying to dissociate himself from past and future choices of the Iranian Tech-tycoon. But Greenwald does not understand that it is just what the audience reproaches him: a theoretical separation is not enough to preserve journalism.

That’s why it is so difficult to digest the non-publication of the NSA documents prior to the launch of Greenwald’s website. Snowden and the journalists chosen by him are not doing information but a campaign, and they are not doing it with the public approval and not even with the technology available today, they are fighting against open technology instead.

In addition, Greenwald wants to be judged on journalism that will emerge from First Look, not before. But how do you expect to put off the criticism after the fact?

May we let the Press set the terms with the declassified docs?

What Greenwald does not grasp, or pretends not to grasp, is that a war has literally exploded from the moment Snowden took away military docs from NSA: powers are reorganizing. So why should the public – already penalized by partial publication – give up the evolution of NSA leaks in real time?

We do not find sufficient the Greenwald’s justifications for the delay in which he is putting the public compared with power. Mostly in an era where everyone is technically able to obtain informations by himself.

However Greenwald chooses to ignore the current technical possibilities, and persists in relegating the highly complex problem of leaks to journalism and Press freedom. The role of the Press is secondary though necessary, but it’s technology – and the accessibility that it means – to act as a prime medium for publication.

Greenwald continues apologizing for his media centrality with partners Laura Poitras and Jeremy Scahill equally affected by Snowden, even if in fact both (based in Berlin) remain unavailable or closed to the public debate – this must be acknowledged for Greenwald yet.

But dividing the professional merits, Greenwald hopes indeed to gain some objectivity and to compensate for the loss of neutrality for having given up the public database option.

Well, we’re already in palliative matters as First Look is not yet launched.

That’s why Greenwald expands the prerogatives of First Look beyond the NSA disclosures. The message is: First Look will not be the anti-NSA platform, let’s avoid specialization from now.

Another Greenwald’s mistake is his self-satisfaction in his role as a journalist.

While still refusing to publish the contract with Snowden, Greenwald uses the legal commitment with “his” (sic) source as a shield against what it could be called his stubborn worm, that full-publication he refers in many ways: ” dump” or “mass release ” or ” release in bulk “, without ever finding the right dialectical antidote.

Maybe because Greenwald is not able to address the most serious criticism so he simplistically chose to devote himself to his alleged detractors (“smear” often returns in his post) letting a fundamental public right – to information – denied and reduced to a personal matter.

But back to that contract with Snowden still not shared (perhaps written by the same Greenwald as a lawyer?) maybe it’s time to reconsider it now, given the priorities of the public interest.

Why should a private commitment between journalist and source stay sacred in such global case? There is nothing definitive in democracy, even less Snowden’s requests.

Too bad. We wished that this new collection of leaks would have generated a real journalistic competition all over the world, we wanted to see the effects of random creativity and perspicacity in a participative circumstance with no terms, if only these documents were made ​​available to everyone.

The promises of good journalism that Greenwald, now more than decently funded, will be able to provide First Look, are certainly moving but can not replace a lost opportunity by now to revolutionize the system.

Finally Greenwald concludes – and we are proud of that – with a note on his undaunted participation in the public debate on Twitter: “The interactive model of online journalism has always been both a vital resource and check for me”, “you can not avoid criticisms”, ” it’s a vital accountability check”.

Excellent New Year resolutions, but Greenwald fails to mention how many tricks he used lately to discredit the most influential criticism on Twitter.

It’s not the first time that Greenwald pretends to answer the most diplomatic of his readers in order to avoid giving due weight to the voices clearly uncomfortable for him.

It doesn’t matter, as long as Greenwald – like many of the “established journalists” that, he says, he does not intend to become – sooner or later be forced to answer indirectly.

That’s the participatory , baby.

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