Buona e mala politicaPotere tra media e politica. A margine di un forum di Aspen

    Cinquanta  “cavalieri” sistemati attorno ad un lungo tavolo rettangolare nella Sala Montanelli della Fondazione del Corriere della Sera a Milano hanno ieri disegnato la scenografia di un dibatt...

Cinquanta  “cavalieri” sistemati attorno ad un lungo tavolo rettangolare nella Sala Montanelli della Fondazione del Corriere della Sera a Milano hanno ieri disegnato la scenografia di un dibattito difficile, nelle forme educato, nella sostanza dissonante. Il dibattito sui rapporti di potere tra sistema dei media e sistema della politica. L’iniziativa è stata di Aspen Institute Italia, istituto politicamente trasversale, da qualche anno presieduto da Giulio Tremonti (in passato da Gianni De Michelis, Carlo Scognamiglio, Giuliano Amato),  centrato sulle analisi della leadership e della formazione delle classi dirigenti, ma anche sull’interpretazione dei trend che riguardano la gestione del potere nelle istituzioni, nelle imprese, nei processi di influenza e di rappresentazione.

Il carattere off the record della discussione – introdotta da brevissimi speech di Paolo Mieli,Gianni Riotta e Giulio Anselmi e condotta da Alberto Martinelli con una presidenza light di Tremonti e un contributo in conclusione dell’ad di Rcs Pietro Scott Jovane – impedisce di riferire i punti specifici in esame. Ma il punto di dissonanza potrebbe essere così riassunto: la crisi dei giornali è davvero tutta sulle spalle dell’imporsi del web oppure essa data da prima (o da ben prima) e non ha ancora visto in Italia una comprensione imprenditoriale della nuova complessità multimediale così da  ridisegnare tanto ruoli quanto norme?

Strappo solo all’intervento garbato ma, in questo senso, anche senza sconti del direttore di Wired Italia Massimo Russo – l’osservazione secondo cui “nessuno ha più l’esclusiva del racconto” per introdurre, nello spazio che dedico al mio blog, le brevi considerazioni che ho svolto attorno a quel tavolo, che sintetizzo con qualche integrazione.

Parlando di potere tra stampa e politica la data del “big bang” non è da cercarsi nel remoto. Perché fino a pochissimo tempo fa il grosso dalla classe politica italiana – nazionale e locale – ha ritenuto che ciò che il giorno dopo stava racchiuso nelle rassegne stampa costituiva la realtà e la rilevanza. E ciò che non vi trovava spazio diventava irrilevante se non addirittura “non avvenuto”.

Un eccesso di considerazione per la carta stampata che ha subito l’aggressione sostanziale del ruolo prima della televisione (consolidatrice tuttora di ogni sistema di opinione pubblica) e poi della rete (spazio in cui cresce la partecipazione attiva dei cittadini intesi non solo come destinatari ma – come dice Castells – anche come sistema di autoproduzione di massa).

Gli ultimi anni hanno chiarito che i giornali sono molto meno della metà dell’intera galassia dei media. Che i media per giunta sono meno della metà del problema. Che la politica  ha potere per molto meno della metà di questo sistema. Che la malapolitica però influenza una parte non irrilevante di quello spazio di influenza.

Se questa ultrarapida sintesi contiene qualche elemento di verità, la vera questione del “potere” sta non nel rapporto “esclusivo” tra politica e media ma nel modo con cui in Italia – e in genere in Occidente – si produce e si influenza il dibattito pubblico. Esso – e paesi civili e mediaticamente non selvaggi  sperimentano da tempo qualche evoluzione – ha molte ragioni per sottrarsi al monopolio del rapporto tra politica e media.   A condizione tuttavia che i soggetti che sono poi anche “fonte” di comunicazione siano più responsabili circa questo “potere” che spesso trascurano. L’impresa che spesso fatica a produrre comunicazione fuori dai suoi obiettivi commerciali (quindi raccontandosi troppo poco). Le istituzioni che spesso temono la gelosia della politica in materia di comunicazione e si mantengono ancora troppo nel silenzio e nel segreto. Il sociale organizzato che spesso è frenato dalle sue scarse risorse e si limita a produrre visibilità ma non “interpretazione”. E’ questo lo spazio di una moderna (e non scontata) “comunicazione pubblica” che altro non significa che un modo per rendere più plurale e complesso il dibattito pubblico nazionale.

A questo approccio ho dedicato il testo “Comunicazione, poteri e cittadini – Tra propaganda e partecipazione” edito da Egea e in libreria dal 16 gennaio.

Per fare emergere i problemi sottostanti il tema su cui riaprire un convegno è allora quello del cambiamento (che in molti casi è un inasprimento autoreferenziale anziché una rigenerazione socialmente utile) dell’approccio al tema di “ciò che fa notizia”, essendo che attorno ad esso i giornalisti uccidono in redazione circa il 90% del notiziabile tutti i giorni. Se la crisi del nostro tempo è nella poca interpretazione critica e nella troppa gestione violenta dell’informazione, qui c’è un territorio su cui lavorare per verificare le condizioni di un reale ampliamento del perimetro e delle fonti del dibattito pubblico nazionale.

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