Così è…se traspare. Storie di finanza e (mancanza di) trasparenza“I monetaristi vogliono stampare moneta”: cazzata di Brera da Santoro

Clamoroso da Santoro. Un ex-magistrato, Emiliano sindaco di Bari, corregge, giustamente, un giovane rampante, un CIO (chief investment officer) di nome Brera che da Santoro depreca la mancanza di c...

Clamoroso da Santoro. Un ex-magistrato, Emiliano sindaco di Bari, corregge, giustamente, un giovane rampante, un CIO (chief investment officer) di nome Brera che da Santoro depreca la mancanza di cultura finanziaria e pubblicizza il suo libro che diraderà le nebbie. E celebra il tutto con una solenne cazzata: “i monetaristi vogliono stampare moneta”. Giusto, come i guerrafondai vogliono la guerra, i pacifisti vogliono la pace, i giustizialisti vogliono giustizia, i garantisti vogliono garanzie, e gli europeisti l’Europa. Per induzione (cioè se tanto mi dà tanto), uno dice, un monetarista sarà uno che vuole stampare moneta. No, non è così, e Milton Friedman si rivolta nella tomba. Riposa in pace, Milton (te lo dice uno a cui sei sempre stato antipatico). Questa è solo l’Italia, ed è solo una sua parte: l’Italia dei libri. Non c’è ormai più talk show dove non ci sia qualcuno che porta un libro. Ma non porta un libro come uno studente lo porta all’esame. Insomma, non porta un libro di un altro: porta il suo. E quando poi scopri la profonda dissonanza tra i principi sommi che pontifica e la cultura minima richiesta a uno studente, ti chiedi se non ci sia bisogno di un controllo di qualità preventivo su quello che si è autorizzati a scrivere. E, nel caso particolare, ti chiedi se la cattiva finanza scritta e detta non sia più pericolosa della cattiva finanza scambiata sui mercati. Insomma, ci si chiede se è la stessa cosa fare finanza sui mercati finanziari e sui mercati culturali. Questo post è nato da uno shock elettrico che mi è scorso lungo la schiena sentendo l’epilogo di un argomento proposto da Brera nella trasmissione di Santoro. C’è il solito Salvini che si scaglia contro l’euro, e che grazie a Dio lascia perdere i Nobel (forse perché la mattina a Omnibus è stato freddato da Bini-Smaghi che ha letto una sdegnata smentita di due Nobel sulla posizione che viene attribuita loro sull’Euro). Poi Brera inizia la solita replica, e dice che uscire dall’Euro non è la soluzione. Bene. Prosegue che stampare moneta non è la soluzione. Meno bene, visto che Draghi è oggi alle prese con il problema di combattere la deflazione e considera di combatterla con il “quantitative easing”, e quindi con l’immissione di moneta. Poi ammonisce che stampare moneta non è la soluzione. Ci sta: è una posizione ancora sostenibile. Ma poi ecco la disfatta. Più o meno dice: “c’è una teoria recente, chiamata monetarismo, per cui i problemi si risolvono stampando moneta”. Il virgolettato non è testuale, ma lo devo utilizzare per evitare che una cazzata simile possa mai essere attribuita a me. In un attimo torno ai tempi dell’università, quando i keynesiani si scontravano quasi fisicamente con i monetaristi (ed erano i professori, non noi studenti). Mentre mi chiedo come si possa dire una cosa simile, Emiliano, il sindaco di Bari di professione magistrato, prova a contraddirlo: “i monetaristi dicono di non stampare moneta”. Ma Brera sale in cattedra, la butta sul neoliberismo, sullo strapotere della finanza, cioè di lui, o del suo Mr. Hyde, e sua gli argomenti di un grillino o un fratello d’Italia qualsiasi. Incredibile a “Servizio Pubblico”: un magistrato insegna le basi dell’economia a un manager della finanza. Forse perché forse ha più o meno la mia età e anche lui ha fatto un corso di economia politica, che ai nostri tempi era previsto obbligatorio anche a giurisprudenza. E forse anche a lui è corsa una scossa elettrica lungo la schiena ricordando i litigi pubblici di quel tempo. E allora era chiaro a tutti come stavano le cose. I monetaristi volevano che la crescita monetaria fosse fissata (se non ricordo male si chiamava “simple rule”, o qualcosa di simile). E il motivo era che per i monetaristi la crescita di moneta oltre la crescita del prodotto si traduce immediatamente in inflazione (perché ritenevano che la velocità di circolazione della moneta fosse costante). Si diceva che per i monetaristi la moneta era neutrale, e quindi non aveva effetti sull’economia reale. E se volete considerare la questione del tasso di cambio (euro sì, euro no), per un monetarista l’aumento di moneta non genera solo un aumento dei prezzi, ma una svalutazione del cambio della stessa percentuale: è chiamata parità dei poteri di acquisto (o PPP, per purchasing power parity). Ha quindi ragione Emiliano e ha torto il rampante Brera. E pensare a quanti luoghi comuni, giusti, avrebbe potuto utilizzare per finire l’argomento. Avrebbe potuto dire: stampare moneta non basta perché ci vuole una politica fiscale comune. Avrebbe potuto perfino fare il figo dicendo: stampare moneta non basta perché siamo in trappola di liquidità. E invece, “stampare moneta come questi monetaristi…”. Casi come questo, anche se non leggeremo mai il libro in oggetto, sollevano diversi quesiti. Una domanda è se sia necessario conoscere l’economia per avere successo in finanza, o meglio su quali siano i confini tra la conoscenza della finanza e dell’economia. Chi come me viene dall’economia, ed è passato alla finanza, seppure non quella operativa come il nostro Brera, sa che le due discipline sono molto diverse. L’altra domanda è se i libri facciano necessariamente cultura. Qui il discorso si farebbe lungo, perché dovremmo distinguere libri di tipo scientifico, di divulgazione e pamphlet. I libri di tipo scientifico hanno un rapporto complesso con la ricerca che si sviluppa con pubblicazioni in rivista. Si tratta di questioni che meriterebbero un post a parte, su questioni interne al mondo dell’università e della ricerca. Ma un libro scientifico ha poca diffusione e può fare danni limitati. Diverso è il discorso per i libri divulgativi. Se non sono scritti da chi conosce i limiti della propria conoscenza, ma da chi presume di conoscere solo per la posizione che occupa, il rischio di contagio da cazzate è enorme. Soprattutto, se questi libri di divulgazione sono pompati dai talk show televisivi che forniscono loro pubblicità (e credibilità) occulta. Insomma, non sappiamo se in Italia si legga poco. Di sicuro, in Italia si scrive troppo. E si parla ancora di più, a vanvera.

Pubblichiamo qui di seguito la risposta di Guido Brera, co-gestore Kairos International Sicav

Mi preme rispondere alle osservazioni del Professor Cherubini, comparse sul vostro sito il 18 Aprile dopo la mia partecipazione a Servizio Pubblico.

Ho ovviamente detto una cosa imprecisa (cazzata va benissimo) pronunciando le parole “neo-monetaristi o liberisti” a sproposito. Ciò deriva dalla mia scarsa abitudine a parlare ad un pubblico televisivo e dalla difficoltà di dare spiegazioni complesse in pochi secondi. Faccio sicuramente ammenda e cerco di spiegare meglio di seguito.

In trasmissione, intendevo solo esprimere un dubbio circa l’esperimento monetario in corso da parte delle Banche Centrali. I risultati della politica monetaria “ultra loose” sono sotto gli occhi di tutti: i bond markets e le curve dei tassi hanno perso ogni valore segnaletico. Molti dei financial asset sono in bolla, e così anche il real estate di alcuni Paesi nonostante il deleverage del settore privato degli ultimi 4 anni. D’altra parte invece la distribuzione della ricchezza è sempre piu polarizzata, e ciò sta contribuendo a creare tensioni sociali nel mondo e spinte anti-euro in Europa.

È per me stato difficile, anzi impossibile, entrare in concetti quali la “trappola della liquidità” e gli effetti della discesa della “money velocity” derivante dal deleverage per la  “balance sheet recession” di alcuni Paesi cosiddetti “sviluppati”  (almeno questa è l’interpretazione piu convincente che ho visto finora). Ciò per i tempi contingentati degli interventi.

Quindi il Prof Cherubini ha ragione: mi sono espresso proprio male e me ne scuso ancora con i telespettatori e i lettori del Blog. Ma penso che un peccato di inesperienza “televisiva” e che possa essere perciò scusabile.

Per quanto riguarda la seconda parte della sua critica, quella relativa al libro e alla mia professionalità, gli dico di stare tranquillo (non dico sereno per non assumere significati sinistri).

Il romanzo “I Diavoli” è solamente divulgativo. Tocca solo marginalmente gli argomenti trattati sopra. Parla piuttosto di persone, di relazioni tra individui, del rapporto padre-figli. Non credo che partirà nessun “contagio di cazzate” da quel libro. Diffondere una nuova teoria economica non era lo scopo. Quando si parla di certi argomenti si dà un’interpretazione che definirei socio-politica più che meramente economico-finanziaria.

Sulla mia professionalità o presunto “rampantismo” ovviamente non commento più di tanto, ma lascio il commento ai risultati di 20 anni di gestione di fondi che sono disponibili per tutti quelli che ne avranno interesse.

Un caro saluto

Guido Brera

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