Così è…se traspare. Storie di finanza e (mancanza di) trasparenzaRiflessioni (auto)critiche sulla mia bocciatura in economia degli intermediari finanziari, e sull’EBA

Nel grande circo delle abilitazioni nazionali ho avuto la mia bocciatura anch’io. Bocciatura in agro-dolce, e in principio condivisibile, piena di complimenti e salamelecchi, ma sempre una bocciatu...

Nel grande circo delle abilitazioni nazionali ho avuto la mia bocciatura anch’io. Bocciatura in agro-dolce, e in principio condivisibile, piena di complimenti e salamelecchi, ma sempre una bocciatura, in economia degli intermediari finanziari. Niente di personale, e proprio perché non è personale, ma ci consente di fare il punto su discipline contigue, la finanza matematica da una parte e l’econonomia dei mercati finanziari e la finanza aziendale dall’altra, le loro relazioni, e l’impatto che possono avere sul mondo reale, troviamo giusto parlarne in questo blog.

Il post nasce dalla coincidenza di aver scoperto della mia bocciatura mentre tornavo da Bologna a Milano in treno, dopo una riunione, con matematici, sulla regolamentazione EBA sulla valutazione “prudenziale” dei titoli e dei prodotti derivati. Come capita a Don Rodrigo, di scoprire di aver la peste dopo una serata in cui aveva fatto ridere tutti intessendo l’elogio funebre del conte zio, morto di peste, è capitato a me di aver ricevuto un garbato rifiiuto dalla disciplina degli intermediari finanziari, dopo aver fatto ridere tutti sull’European Banking Authority (EBA). E quest’accostamento non è soltanto una parodia dei Promessi Sposi, ma è un problema di confini tra discipline che si occupano della stessa cosa, la finanza. Mentre una resta chiusa in una torre d’avorio, proprio come se nella realtà ci fosse la peste, e se ne esce fuori la sfida e la deride, l’altra mostra rispetto alla prima, si mescola alla realtà cercando di intervenirvi, e finendo solo per evocare riti propiziatori contro la pestilenza e miti di untori.

Ma risaliamo a ritroso questa giornata di preziosa coincidenza. Mentre arrivo a Milano, mi punge vaghezza di riaprire il sito abilitazione.miur.it per vedere se il settore 13-B4, economia degli intermediari finanziari e finanza aziendale, aveva partorito un risultato. Correva voce che questo settore fosse bloccato da un commissario che si rifiutava di valutare le pubblicazioni congiunte per paura di offendere la privacy dei coautori: cosa mai vista, neppure nel concorso che aveva portato in cattedra il commissario in oggetto. Ma, miracolo, proprio in quel giovedì i risultati erano pubblicati. Accanto al mio nome c’è un: No.

Qui cominciano le coincidenze e gli scherzi del destino. Per cominciare, tutte le volte che sono andato a “bracare” (termine fiorentino utilizzato per le comari) sui risultati di tutti i settori, ho sempre osservato una colonna vuota sotto la scritta: “parere pro-veritate”, e mi sono sempre chiesto: ma perché mai una commissione potrebbe avere bisogno di un parere “pro-veritate”, e poi da chi? Comunque, non mi sono preoccupato più di tanto, perché non ho mai visto un caso in cui fosse presente un parere “pro-veritate”. Potete quindi immaginare la mia sorpresa quando ho visto che io, e solo io, avevo un parere pro-veritate! Il parere “pro-veritate” è scritto da un certo Alessandro Carretta. Tornando ai Promessi Sposi: chi era costui? Mi sono documentato, ed è il presidente dell’AIDEA. Dopo qualche complimento iniziale, il parere “pro-veritate” sostanzialmente dice che a me piacciono i metodi quantitativi e “le domande di ricerca, la letteratura di riferimento, i modelli di ragionamento, i metodi e gli approcci utilizzati, la discussione dei risultati raggiunti non appartengono per contenuti, percorsi e linguaggi, alle discipline dell’economia aziendale e segnatamente all’economia degli intermediari finanziari ed alla finanza aziendale”. 

Insomma, mi si accusa di essere uno cui piace più la matematica piuttosto che i problemi cui si applica. E qui c’è una seconda coincidenza. Pare quasi che un contrappasso per la stessa accusa che ho sollevato su questo blog a Odifreddi la settimana scorsa. Ma è difficile dare torto a Carretta sui miei interessi. E’ invece facile dargli torto, ed è solo questo il motivo di questo blog, sul fatto che il linguaggio quantitativo non appartengano “segnatamente all’economia degli intermediari finanziari e alla finanza aziendale”.

Questo mi conduce alla grande coincidenza dello stesso giorno. Poche ore prima ero a Bologna negli uffici di Prometeia, dove in attesa di un seminario abbiamo tenuto, con altri colleghi dell’accademia, matematici, una riunione sulla questione delle regole EBA sulla valutazione prudenziale dei prodotti finanziari e dei derivati. All’interno di AIFIRM (l’associazione italiana dei risk manager) coordino insieme a un collega risk manager di Intesa San Paolo un gruppo di lavoro sul capitale che le banche dovranno accantonare per l’opacità di valutazione dei prodotti finanziari. Ed è leggendo le regole dell’EBA che ho peccato di arroganza (insieme a tutti gli altri). Abbiamo letto che le banche devono accantonare capitale in modo da coprire il rischio di modello al 90% di probabilità. Ci siamo guardati negli occhi, abbiamo abbozzato un sorrisino, poi io ho detto: “ma se non possiamo attribuire una probabilità ad ogni modello, e non possiamo neppure mettere i modelli in un ordine di prezzo crescente, come minchia facciamo a metterci sopra una probabilità?”. Il tutto è finito con una risata clamorosa, e con la domanda che ispira questo post: ma chi l’ha scritto questo requisito? Perché l’ha scritto, e soprattutto: si rendeva conto di quello che scriveva? Una cosa è sicura: non ci sono specialisti di finanza matematica nell’EBA.

Ecco il problema, che tra l’altro ci porta molto oltre i confini dell’accademia italiana, al livello almeno europeo. Le discipline che si occupano di mercati finanziari non hanno una casa comune. E allora vediamo fenomeni paradossali come quelli che abbiamo descritto. Qualcuno all’EBA apre bocca e le dà fiato senza che ci sia nessuno che possa intervenire con cognizione di causa. E quando noi ci troviamo di fronte a regole, che coinvolgono le materie quantitative e la probabilità, senza alcun senso, ci chiediamo. Ci viene posto un problema irrisolubile con la speranza di farci impazzire? O e solo cabaret rivolto ai quant, per farci ridere? No, la conclusione è che si tratta di regole fatte da chi concepisce le discipline che studiano i mercati finanziari come le concepisce Alessandro Carretta, e che è invece portato per forza a misurarsi con metodologie quantitative che non controlla. E il rischio è produrre, in maniera inconsapevole, norme in libertà, come le parole in libertà di Majakovsky.

E allora perché non unificare, perché non collaborare? Il problema riguarda entrambe le discipline. La finanza matematica non si misura con la realtà. L’economia dei mercati finanziari non capisce quando è il caso di chiamare in causa la finanza matematica. Ma forse c’è un’area grigia che un giorno potrà saldare queste due discipline, e creare un ponte tra di loro. Si tratta di diversi ricercatori della disciplina, che sono concentrati soprattutto in Bocconi e all’Università di Bologna. Un esempio per tutti: Andrea Sironi, rettore della Bocconi. In questa tornata di valutazioni, Andrea Sironi ha scritto 7 pareri pro-veritate su 8, per casi come il mio, e in tutti i casi ha formulato parere positivo. Solo a me è toccato Carretta. Mi sono chiesto perché e mi sono dato anche una risposta. Io da queste colonne ho più volte criticato la commissione di esperti che si è occupata delle quote di Banca d’Italia. Poiché di questa commissione faceva parte anche Andrea Sironi, ritengo che la commissione abbia temuto un suo pregiudizio negativo nei miei confronti. Scherzo, ovviamente: saluto Andrea, e lo ringrazio di remare nella stessa direzione che io ritengo giusta. A me è toccato tirare la Carretta, pazienza!