GloβExpo: e adesso anche tangenti culturali?

Scoppia il secondo scandalo Expo dopo le tangenti sugli appalti. Ora tocca alla gestione artistica e culturale destare sospetti. Artribune denuncia un compenso shock per il curatore Germano Celant...

Scoppia il secondo scandalo Expo dopo le tangenti sugli appalti. Ora tocca alla gestione artistica e culturale destare sospetti.

Artribune denuncia un compenso shock per il curatore Germano Celant: un cachet di 750 mila euro per il progetto “Food in Art”, cifra spropositata se paragonata al compenso dei curatori della Biennale di Venezia (120 mila).

Ma Artribune la butta un’altra volta sul retorico, mettendo avanti logiche burocratiche quando il problema è a monte.

Chi ha deciso un simile tema culturale per Expo? Perché accostare l’arte italiana al cibo e non alla ricerca scientifica? Perché non “Arte e Bosone di Higgs” per esempio?

Il cibo nell’arte: un tema così dimostra che non c’è una vera direttiva culturale, perché il lavoro richiesto da Expo è al massimo una catalogazione. Non serve Celant per fare la cernita dei quadri con del cibo in primo piano, basta un dottorando, un archivista.

Inoltre questo connubio Cibo-Arte danneggia l’Italia: un paese da sempre caratterizzato dal mangiare, oggi ridotto a scavare nel clichè. Ridurre l’arte italiana al cibo è una condanna. L’Italia in questo modo sta dicendo al mondo che si arrende ai facili accostamenti e che rinuncia alla ricerca avanzata.

Tornando a Celant, che operazione fa Expo chiamando un curatore del suo calibro per rappresentarsi?

Expo finge di essere qualcosa comprando un nome, l’ennesimo testimonial chiamato a tappare l’assenza di ricerca. Così, con Celant, Expo fa appello all’ambasciatore dell’Arte Povera ma gli offre una cifra sontuosa.

Chiaramente è una marchetta, e lo sa anche Celant che giustamente a queste condizioni vende cara la pelle: chiunque deve mettere la faccia su quel vuoto culturale chiederebbe il prezzo forte. E’ il prezzo delle mansioni più un premio di rischio.

Ovvio però che Celant accettando la tangente condivide adesso le colpe con Expo: poteva rifiutare.

E ugualmente, se Expo fosse esemplare avrebbe prima dichiarato (come si fa nella pubblica amministrazione) un budget Cultura e poi scelto curatori minori risparmiando. Ma questo significa riconoscere di essere poveri, significa accettare di ragionare come un paese povero.

Invece l’Italia preferisce salvare le apparenze, preservare Celant e garantirsi almeno una confezione. Non importa se dentro il contenuto è scaduto.

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