Così è…se traspare. Storie di finanza e (mancanza di) trasparenzaL’urlo del 77: contro Grillo e contro Berlinguer

Berlinguer santo subito. La memoria del segretario del PCI è stata utilizzata da Grillo e i grillini, da una parte, e dal PD dall’altra, nell’ultimo assalto all’arma “rossa” della campagna elettora...

Berlinguer santo subito. La memoria del segretario del PCI è stata utilizzata da Grillo e i grillini, da una parte, e dal PD dall’altra, nell’ultimo assalto all’arma “rossa” della campagna elettorale. Il tutto avviene poco tempo dopo l’agiografia massima, operata dal vate ufficiale del PD, nonché capo storico della corrente delle anime belle, Walter Veltroni, con un film e una serata di presentazione “troppo giusta”: un’iniziativa che ha rischiato di donare alla sinistra la stessa diffusione e rafforzamento del consenso di una bomboletta puzzolente in metropolitana.

Di fronte a questa profusione di miele misto a merda, è forse il caso di ricordare cosa sono stati gli anni 70, ed il 77 in particolare: gli anni del Berlinguer politico e del Grillo comico. La conclusione pacata della storia che ci accingiamo a raccontare è che entrambi ci avevano già allora strafracassato i marroni. Speriamo che chi c’era se ne ricordi, e chi non c’era, o se c’era dormiva, ci creda.

Il problema centrale del 77 era, incredibile dictu, la disoccupazione. Disoccupazione pura. Il precariato non era un problema perché il lavoro precario non esisteva, e basta. E non era un problema solo italiano: ricordo che anche dieci anni dopo, quando cercavo lavoro negli Stati Uniti, sbattevo la faccia sempre sopra la solita frase: “no entry level”. Ancora oggi, che faccio più o meno il lavoro che volevo, certe volte mi chiedo: “ma come minchia ho fatto?”. Da dove sono entrato? E, soprattutto, sono entrato per la testa o per il culo? Poi mi consolo e mi dico: la vita è ergodica! Tradotto: anche se fossi partito da altre condizioni iniziali sarei comunque arrivato qui, o in questi dintorni.

Ma non era così per tutti. Lavoro c’era per i figli di papà ed i figli di partito, o i figli di entrambi. E fu su questo fronte che il partito di Enrico Berlinguer dette la migliore prova di sé, di fatto istituzionalizzando almeno il sistema dei figli di partito. Si chiamavano: “leghe dei disoccupati”. Sotto Berlinguer assistemmo a una cosa mai vista: la politica che invadeva non solo il mondo del lavoro, ma anche quello del non lavoro. Le “leghe dei disoccupati” avevano sede nelle stesse sedi del PCI e della FGCI (la federazione giovanile). A nessuno, né a Berlinguer né ai giovani “figgicciotti” (termine tecnico del tempo) di allora, apparve la bestialità e la rozzezza di questa commistione tra il problema giovanile dell’ingresso nel mercato del lavoro e quello del proselitismo. Questo era il PCI di Berlinguer. Una “ditta” che dava lavoro ai propri giovani assumendoli direttamente nella propria attività politica e che cercava di piazzarne altri nel settore privato tramite le leghe dei disoccupati. Molti dei fortunati sono ancora lì, anzi sono in Parlamento o nei palazzi della politica, e oggi danzano docili intorno a Renzi come sono stati da sempre addestrati a danzare intorno al potere di partito. Sono quelli che allora canzonavamo nelle piazze urlando: “Beeeeh, Beeeeeh, Berlinguer!” Sono tutti dell’epoca di Berlinguer quelli che vengono chiamati “PD-meno-elle” da Beppe Grillo, e non si capisce quindi perché Grillo invochi Berlinguer. Se Grillo rimpiange questo PD di Berlinguer non gli resta che imitare Crozza che imita lui stesso, dicendo: “Veltroni, D’Alema, sono ragazzi meravigliosi…”

E chi c’era fuori dalle sezioni del partito di Berliguer? C’erano i “disoccupati organizzati di Napoli”, e c’eravamo noi studenti. E quando andavamo in piazza, nessuno ci dava il permesso, perché il PCI di Berlinguer stava facendo le prove di convivenza pre-matrimoniale con la DC (si chiamava “non sfiducia”), e noi che eravamo figli fuori dal matrimonio provocavamo un senso di vergogna. Ricordo che a Firenze ci radunavamo nelle strade laterali di piazza Santa Croce o piazza San Marco, e poi di corsa occupavamo la piazza e facevamo partire il corteo, cercando di proteggerlo con cordoni di spranghe. Allora, chi le prendeva e chi moriva non era un simbolo, era un fesso. Ma, se Grillo è contro le larghe intese e il consociativismo, e l’”inciucio”, questa moda non è nata con Berlinguer? E perché allora osanna Berlinguer?

E dov’era Grillo al tempo di Berlinguer? Era a Sanremo, a Canzonissima, e in tutte quelle trasmissioni che a quelli della mia generazione hanno avvelenato l’esistenza fin da piccoli. Lui ora dice che ci è riconoscente, perché ha fatto i soldi, ma non deve essere riconoscente a noi, deve essere riconoscente ai dirigenti della televisione che l’hanno scelto e che ce l’hanno ammannito per anni. E molti di questi funzionari erano messi là dai partiti, non è vero, Grillo? Deriva forse da questo la riconoscenza di Grillo a Berlinguer?

La figura di Grillo è in qualche modo simile a quella di Celentano. E in effetti i giornali riportano che Celentano si è congratulato con Grillo dopo la serata da Vespa. Ricordo che avevo dieci anni, e andavo a scuola con un grembiule nero e un enorme fiocco azzurro a pois (talmente ridicolo che fortunatamente durava pochi minuti). Ma ricordo soprattutto una mattina in cui la maestra arrivò incavolata nera e partì con una filippica su quello che aveva visto a Sanremo la sera prima: Celentano che cantava “chi non lavora non fa l’amore”. Disse che era indignata, e di dirlo ai nostri genitori, e alla fine non capii con chi ce l’aveva: con il termine “fare l’amore”?; con lo scambio tra il “fare l’amore” e il lavoro? Con la politica? E se era politica era di destra o di sinistra? Tutte le volte che sento e vedo gente cinguettare con Celentano come se fosse il nuovo non posso fare a meno di ricordare che questo era il nuovo già 50 anni fa (il nuovo secondo la voce del padrone diffusa da mamma RAI, ovviamente).

Resta un’ultima domanda. Perché noi cinquantenni non facciamo qualcosa? Siamo chiaramente schiacciati tra due generazioni. Quella dei nostri padri e dei nostri fratelli maggiori del 68, che riconoscono la carica innovativa di Celentano. Mi viene in mente Santoro e gli appelli che di tanto in tanto rivolge a “Adriano”. Dice che Santoro abbia militato nel gruppo di “Servire il popolo”, che noi nel 77 chiamavamo “Servire il pollo”. E effettivamente vedevamo lontano. Poi ci sono “questi ragazzi meravigliosi”, le generazioni successive. Oggi vediamo una parte dei nostri figli, che nel 77 non erano nati o erano in fasce, attaccati da un’altra parte dei nostri figli, aizzata da uno che quando noi eravamo in piazza se ne fregava di noi e andava a Sanremo. E ora inneggia all’altro che di noi se ne fregava, Enrico Berlinguer.

Perché allora non facciamo quello che avremmo dovuto fare allora? Perché non andare a prenderlo all’Ariston, e poi con calma mettergli gentilmente il braccio intorno al collo, e dirgli: “E’ finita, Beppe, è ora di andare a casa”. Probabilmente non lo facciamo perché abbiamo di meglio da fare, perché riteniamo la politica qualcosa che viene dopo il lavoro, e non una scorciatoia per la carriera. E alla fine capiamo il legame tra Grillo e Berlinguer: entrambi hanno allevato in politica giovani inabili a fare altro. “Figgicciotti” ieri, “grillini” oggi. Entrambe specie protette. Noi continuiamo ad andare al lavoro, anche perché non sappiamo ancora se ci siamo entrati per testa o per culo. Non lo sappiamo, ma sappiamo senz’altro che non abbiamo favori da rendere a nessuno.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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