Così è…se traspare. Storie di finanza e (mancanza di) trasparenzaCazzullo, ma che cazzo dici? Prandelli è un esempio e Pepito Rossi no?

Quando ho visto che Prandelli, in partenza per i Mondiali di calcio in Brasile, ha lasciato a casa Pepito Rossi, ho pensato che la cosa potesse meritare una spataffiata sul mio blog: una bella para...

Quando ho visto che Prandelli, in partenza per i Mondiali di calcio in Brasile, ha lasciato a casa Pepito Rossi, ho pensato che la cosa potesse meritare una spataffiata sul mio blog: una bella parabola sull’Italia, con sfogo su quello che non siamo e che potremmo e vorremmo essere. E tutto con il gusto di parlare ex-cattedra, e con il retro-pensiero che se l’Italia fosse davvero come la vorremmo, non avremmo più una cattedra. Ma mi pareva un esercizio scontato: la solita storia dei cinquantasei milioni di commissari tecnici, magari rivisitata nel costume al tempo di Renzi. Però poiché Cazzullo questo esercizio l’ha fatto addirittura sul Corriere della Sera, non posso esimermi dal farne uno mio, anche perché io avrei preso a campione dell’Italia che vorremmo Rossi, anziché Prandelli.

Premetto che da parte di uno che tifa Fiorentina, figlio di uno che tifava Fiorentina, l’esercizio non è facile. La Fiorentina misura la mia pressione e la mia età, ora che mi sento di spengere la televisione per gli ultimi cinque minuti, come mia madre la spengeva a mio padre quando ero bambino (per una malattia un po’ più seria). Quindi dichiaro di avere un interesse sentimentale nella vicenda, e non dispongo della terzietà di Cazzullo, che può dirimere la questione dall’alto, come un arbitro di tennis seduto su una buffa sedia in cima a una scala. Ma tra Prandelli e Pepito Rossi un fiorentino può essere più equanime di un arbitro di tennis, perché i sentimenti per le due parti ti tirano in direzioni opposte, e si annullano, lasciandoti equo e saggio come un Cazzullo.

Per i fiorentini Prandelli e Pepito sono due amori. Il primo è l’amore di lunga data per tutto quello che Cazzullo dipinge nel suo intervento. Cose che i fiorentini sanno da sempre. Per i fiorentini Prandelli è il primo grande protagonista nel ruolo di allenatore, un ruolo nuovo per noi fiorentini, che ci riporta ai capitani di ventura. Prandelli e Montella sono i nostri Giovanni dalle Bande Nere. L’amore per Pepito è diverso. E’ l’amore dei fiorentini per l’arte: la pittura, la scultura, e il pallone. Di artisti a Firenze ne abbiamo visti più che di capitani di ventura: Giotto e Michelangelo, Antognoni e Baggio. E Pepito è il nuovo artista. Con chi stare? Con Giovanni dalle Bande Nere o con Giotto? Lo spirito di parte qui si annulla, e ti trovi a ragionare in maniera analitica su chi dei due ha sbagliato, e perché.

Prandelli ha sbagliato. Ha sbagliato più volte, e, quello che è più grave, ha preteso di coprire i suoi errori con giustificazioni che lo allontanano dalla versione agiografica che Cazzullo ne ha fatto e che noi fiorentini conserviamo. Per capire, dobbiamo risalire a quando Prandelli ha applicato, a ragione, il “codice etico” a Destro, che aveva mollato un sinistro a un avversario. L’Italia ha quindi trattenuto il respiro quando Chiellini, pilastro della difesa italiana, ha rifilato una gomitata a Pjanic alla vigilia della convocazione “dei trenta” per il Brasile. Giovanni Dalle Bande Nere avrebbe mantenuto il suo codice etico, e lasciato a casa Chiellini? Tutta l’Italia capiva che sarebbe stato un gesto stupido, e una punizione spropositata. Prandelli avrebbe potuto ammettere semplicemente questo: “Chiellini l’ha fatta grossa, e ha rischiato grosso. Verrà con noi, ma è sotto osservazione”. Purtroppo, Prandelli si è comportato in maniera diversa, e ha provveduto a emettere la sua personale sentenza di assoluzione in appello. Secondo lui l’intervento non era grave. Giudizio legittimo, ma l’errore è che nessun codice etico può essere condizionato a un “secondo me”. Siamo così passati dal “codice etico” al “codice etico se ci pare”.

Se queste stonature non cancellano il simbolo ed il mito di Prandelli come dirigente italiano, a Cazzullo è sfuggito che Pepito Rossi è un simbolo per i giovani italiani. E, a differenza di Prandelli, è un simbolo incontaminato. Pepito si è rialzato di nuovo, dopo che l’hanno atterrato e azzoppato per una seconda volta. Ha lavorato con tutta la dedizione possibile per il risultato che aveva davanti agli occhi ogni mattina. Stringendo i denti di fronte al dolore, cancellando alla fine la paura di incrociare caviglia contro caviglia e ginocchio contro ginocchio. Alla fine il piccolo Rossi era tornato, ed avrebbe potuto essere un gigante, come l’altro piccolo Rossi che ci condusse al Mondiale nel 1982 (e che il Giovanni dalle Bande Nere di allora portò in Spagna, a dispetto di molti). E allora il “codice etico” avrebbe suggerito di dare l’opportunità, di riconoscere la tenacia e di sperare che, passando il turno, il miracolo dei Rossi si sarebbe ripetuto come quello del sangue di San Gennaro.

Ma Prandelli è intervenuto con il contrasto più forte, quello che Pepito non avrebbe mai previsto, quello del: “vengo anch’io?”, “no, tu no!”. E Pepito, come ogni giovane che ha lavorato sodo, e “against all odds”, ha fatto bene ad arrabbiarsi. Soprattutto per la giustificazione data da Prandelli, questa volta davvero insostenibile: “non è pronto psicologicamente”. Ma come, uno che ha lottato contro i tacchetti e i ferri per ritornare in battaglia “non è pronto psicologicamente”? E la beffa viene proprio dal Giovanni Dalle Bande nere che ancora oggi in Piazza San Lorenzo regge la torcia mentre gli mozzano la gamba? “Non pronto psicologicamente”? E invece è psicologicamente pronto quel centravanti che abbiamo? Quello che è forte nel tiro da fuori area ed in area è forte nel rotolare per terra appena viene sfiorato? E invece fuori dal campo, che per lui vuol dire in discoteca, si distingue per altre virtu’, che non lo vedono così debole. Qui con la psicologia è tutto a posto?

Quindi, gentile Cazzullo, l’esempio da indicare all’Italia è Pepito Rossi. Deve essere un esempio per tanti giovani che si contrappongono al destino (e non solo al destino). Esempi che capitano spesso e ovunque. Anche la settimana scorsa a Bologna ci siamo trovati davanti a una piccola Pepita. Una studentessa che l’anno scorso abbiamo escluso dal corso di laurea non l’aveva presa bene. Invece di piangersi addosso, ha acquistato i corsi, dato gli esami e mostrato che ci eravamo sbagliati. La settimana scorsa era nella lista dei candidati a partire per un doppio titolo. Era sopra la media e idonea a partire. Qualcuno dalla commissione ha obiettato che Pepita aveva preso i corsi l’anno precedente da privatista. Ma stavolta Giovanni Dalle Bande Nere ha detto che Pepita poteva partire, sicuro che con la tenacia rappresenterà Bologna al meglio in terra straniera. Buon viaggio, Pepita.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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