Non aprite quelle porteQuando la tua vita non ha significato, cerchi di definire quella degli altri

Quando la tua vita non ha significato, cerchi di definire quella degli altri. Così mi scrisse sul diario, nel lontano 1993, un mio compagno di classe. La storia era la solita: io cotta di lui, lui ...

Quando la tua vita non ha significato, cerchi di definire quella degli altri. Così mi scrisse sul diario, nel lontano 1993, un mio compagno di classe. La storia era la solita: io cotta di lui, lui cotto di se stesso. In pratica eravamo innamorati della stessa persona, ma questo adesso non c’entra. Quello che c’entra adesso è quella frase, che a diciassette anni mi sembrava solo una posa ma che da allora mi torna in mente a intervalli regolari.

Nel 1993 “cercare di definire quella degli altri” era un esercizio di stile più che altro orale; senza internet, telefonini e social network, le critiche erano sì feroci, ma più impegnative: bisogna uscire di casa e trovare qualcuno con cui condividere vis-à-vis le proprie cattiverie, rischiando magari un ceffone.

Nel 2017 “cercare di definire quella degli altri” è un’attività che si può fare appena svegli, senza nemmeno uscire dal letto; invece di fare cento flessioni, ci si collega a internet e si commentano cento cose a caso, perché l’importante non è quello che si commenta, ma il far sapere agli altri che si è migliori di loro. Non ci si ferma davanti a niente; si passa dalle scarpe alle tragedie, perché le cose vanno fatte bene e mica si può lasciare che uno dica di essere stato al ristorante senza parlargli della fame nel mondo.

Sorridi in una foto? Cagna.

Sopravvivi a una valanga? Esibizionista.

Hai fatto carriera? Pompinara.

Hai usato la pancetta al posto del guanciale? Cretina.

È così facile, basta digitare pochi caratteri – e non serve nemmeno che siano corretti ortograficamente, non importa più, anzi scema tu che ti fermi all’apparenza quando quello che conta è il significato – e premere invio per elargire a chiunque NON ne faccia richiesta le proprie perle di saggezza. Si attacca lo sconosciuto, l’amico, il personaggio noto, chiunque; in fondo perché porsi dei limiti se si è tanto certi di saperla più lunga?

Si offende, spesso.

Si insulta, altrettanto spesso.

Si diventa intolleranti.

A volte, per sembrare beneducati, si fa la critica velata e subdola, quella travestita da consiglio o da raccontino di vita vissuta, ma è più faticoso e oltretutto non si è nemmeno certi che l’offesa verrà recepita.

Si insegna agli altri a vivere, a lavarsi i capelli, a mangiare, a ridere, a non ridere, a piangere, a sopravvivere a tot ore sepolti sotto la neve, a fare il loro lavoro, a crescere i loro figli, a vestirsi, a cucinare, a scegliere le vacanze, a innamorarsi, a lasciarsi, a fare l’amore, a fare sesso, a comportarsi, a zuccherare il caffè, a piantumare piazza Duomo, ad affrontare i lutti, a morire, a soffrire, a leggere, a credere, a muoversi, a piantare il gelsomino in giardino.

Si è certi di conoscere il modo giusto per fare tutto, o per lo meno quello migliore degli altri.

Si manca di rispetto, come se il rispetto non fosse più importante, come se fosse una cosa stantìa, obsoleta come il Nokia 3310 che permetteva di insultare solo i contatti in rubrica e spesso solo se si aveva la Summer Card.

Non si hanno più dubbi, solo la frenesia di dare addosso a tutti.

E così alla fine quella frase sul diario mi torna in mente sempre più spesso. Forse non sarà proprio così, forse non sarà del tutto vero che quando cerchi di definire la vita degli altri è perché la tua non ha significato (a volte, diciamolo, è solo perché sei uno stronzo), ma certo è che se senti il bisogno di prendere in giro un bambino classe 2006 o di insultare una ragazza scampata a una tragedia, questo significato, beh, ti sfugge un po’.

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