Alta Fedeltà“Il boulevard delle ossa” di Léo Malet, quando la storia non ha bisogno di un eroe

È primavera, e all’agenzia d’investigazione Fiat Lux è un gran giorno: Nestor Burma e la sua assistente Hélène hanno appena vinto due milioni alla lotteria. Bisogna festeggiare, pipa in bocca e bic...

È primavera, e all’agenzia d’investigazione Fiat Lux è un gran giorno: Nestor Burma e la sua assistente Hélène hanno appena vinto due milioni alla lotteria. Bisogna festeggiare, pipa in bocca e bicchiere in mano. Ma non si può mai stare tranquilli. Suona il campanello e i festeggiamenti vengono interrotti da un uomo trafelato: è Goldy, un mercante di diamanti ebreo, e ha bisogno del loro aiuto. Le informazioni che fornisce sul caso sono piuttosto fumose, ma a quanto pare ci sono di mezzo la malavita cinese e un giro di prostituzione russa d’alto bordo. Abbastanza per incuriosire Burma, che si mette subito all’opera. Questa volta l’indagine si svolgerà su strade del tutto nuove: da un bordello di Shanghai, a una casa d’aste di rue Drouot, fino al tesoro della Corona imperiale russa, mentre si apriranno scenari sempre più inquietanti e spunteranno elementi sempre più strani, come uno scheletro con una gamba sola che sembra appartenere a un generale scomparso nel 1939 e un cadavere che forse non è tale fino in fondo. L’investigatore privato sciupafemmine dalla lingua tagliente è tornato, in questa nuova avventura inedita confezionata con maestria da uno dei padri del noir francese, Léo Malet, per Fazi Editore (collana Darkside).

Il boulevard delle ossa o Boulevard… ossements, sagace gioco di parole ed assonanze che fa da titolo originale all’opera, è un viaggio suggestivo tra i misteriosi vicoli parigini, accompagnati dall’acuto spirito di osservazione nel nostro investigatore privato preferito, Nestor Burma, che tanto ha sel suo autore, Léo Malet. Rapsodo anarchico di un proletariato mai raffigurato così prima d’ora nella letteratura, tra debolezze, sogni infranti e destini spezzati. Simile seppur distante dall’altro autore noir per eccellenza, Georges Simenon, e dalla sua piccola, piccolissima borghesia.

I luoghi descritti da Léo Malet sono paesaggi pericolosi, inediti, dove nulla è bianco o nero, a rappresentare la molteplicità che caratterizza le personalità dei personaggi, mai superficiali e bidimensionali. Perché nessuno è come crede di essere, nessuno è come ci appare. E tra un uso asciutto e non scontato della parola – che ha moltissimo della narrativa dinamica tipicamente cinematografica -, l’autore ci permette di assaporare anche una Storia lontana: siamo negli anni ’50 e le vite sono ancora spezzate dalla drammatica eredità della Guerra.

Il romanzo, che fa parte de I nuovi misteri di Parigi (quindici storie ambientate in 15 diversi arrondissement), ci permette un incontro ravvicinato con un volto diverso, non così patinato e romantico di Parigi – spesso dipinta in maniera quasi stucchevole -, ma estremamente ruvido ed agrodolce. E questo lo dobbiamo al racconto privo di orpelli che Burma ci fa della sua città, tra loschi cinesi, esuli russi, commercianti ebrei, diamanti spariti nel nulla, negozi di intimo femminile e scheletri reali e della mente. Una narrazione che riflette lo spirito fuori dall’ordinario del suo protagonista, che di certo non corrisponde al τόπος dell’eroe letterario, bensì incarna bonariamente diversi difetti e vizi umani, rendendolo ancora più amabile canaglia (“Avevo immaginato Burma come un essere moralmente discutibile, odioso, ma inevitabilmente gli ho ceduto qualcosa di me e l’ho reso quasi simpatico“, svelerà l’autore).

Nei romanzi di Malet emerge un realismo destabilizzante, dove chi è povero rimane povero, chi spera in un riscatto sociale è destinato a fallire, chi sogna inevitabilmente cade. Uno spirito fatalista e disilluso tipicamente francese, che abbiamo imparato a conoscere anche nel cinema, per fare due nomi su tutti, di François Truffaut e Jean-Luc Godard, e che non manca nella poetica del nostro Malet, dove però l’ironia ci permette di non affogare, di sopravvivere. E di decostruire la deludente realtà, rendendola forse più a nostra misura, forse più sopportabile.

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