PromemoriaChe senso dare a venti sistemi sanitari regionali oggi

Che saremmo arrivati  per i politici, dopo un breve  plateau di silenziosa distensione,  a precipitare nuovamente nella polemica continua e costante lo si vede in questi giorni.  Lo si può osservare soprattutto con il palinsesto delle conferenze stampa (chiamiamole così ma sono monologhi tragicomici  in diretta facebook ) pensate a diffusione “regionale ma che poi […]

Che saremmo arrivati  per i politici, dopo un breve  plateau di silenziosa distensione,  a precipitare nuovamente nella polemica continua e costante lo si vede in questi giorni.  Lo si può osservare soprattutto con il palinsesto delle conferenze stampa (chiamiamole così ma sono monologhi tragicomici  in diretta facebook ) pensate a diffusione “regionale ma che poi furbescamente  parlano  a nuora perchè suocera intenda ovvero criticare l’esecutivo. 

E nel momento in cui , con tempismo azzeccato e paradossale,  la Protezione Civile sospende il press point giornaliero delle ore 18 rinviando al loro sito per i dati aggiornati,  si è aperta la prateria social dei governatori a flusso libero di parole.  Dalle immancabili Zaiate e  Fontanate (con brevi Ciriate piemontesi e Fedrigate fiuliane) fino alle teutoniche De-Lucate per la Campania con qualche misurata Bonaccinata per l’Emilia accanto alle Zingarate in dual-mode (un po segretario PD e un po governatore del Lazio). Una staffetta di meditazioni a cura dei presidenti di Regione a passatempo di cui invidio le certezze granitiche. E non avrei immaginato un così ampio spettro di competenza dal piano dell’analisi dei dati, sulle proiezioni di azioni preventive come vaccini e screening sulla popolazione fino alla programmazione economica sulle riaperture dei comparti produttivi.

Sbalorditivo il modo assertivo con cui infiammano i cuori dei loro corregionali e ti viene il sospetto che dovrebbero dettare loro l’agenda della fase due per il paese.  Dovrebbero? Mi viene da dire forse… 

Dal contributo conoscitivo dell’Istat offerto giorni fa  durante i  lavori parlamentari per la conversione del Cura italia i numeri ci dicono altro.  Posto che il servizio sanitario è squisitamente regionale (dalla riforma costituzionale in senso decentrato  del 2001 allo stato spettano i principi generali) le Regioni attraverso le loro aziende sanitarie, assicurano in via “ordinaria” le prestazioni sanitarie alle persone con l’80% del bilancio finalizzato a tale spesa.  Ma dal 2010 al 2018 il numero di posti letto è diminuito in media dell’1,8%. In particolare, i posti legate al coronavirus (malattie infettive, pneumologia e terapia intensiva) sono diminuiti mediamente dell’1,2% (in dettaglio per le malattie infettive la contrazione è stata  del 2,9% ,per pneumologia del 2,6%). Altro dato negativo quello che riguarda il personale sanitario nel complesso. Il Ssn tra il 2010 e il 2017 (ultimo anno con dati disponibili) ha registrato una riduzione di 42.861 unità (-6,7%). Nel 2017 il Ssn contava su 603.375 unità di personale, i medici erano 101.100 (-5,9% rispetto al 2010) e il personale infermieristico 253.430 (-3,9%).  Va anche detto che il fondo sanitario italiano è diminuito costantemente in questi anni in rapporto al Pil (dati OCSE) ma il Pil del nostro paese è un indicatore che ci porta lontano insieme alla denatalità e all’invecchiamento della popolazione. Poche risorse e quelle che vengono devolute sono spese eufemisticamente malissimo. 

Si parla da anni di crisi della democrazia parlamentare poiché essa è più sbilanciata più sull’eterna discussione rispetto alla decisione. Può darsi che in alcuni frangenti il problema si ponga, nondimeno è  altrettanto certificato che se alla parola  Regione corrisponde in alcuni momenti  il concetto di disfunzione vuol dire che bisogna forse ragionare quando e come attribuire alla res di una questione  il soggetto di governo più performante per risolvere il problema.   Nel caso di una pandemia (di chiarissimo impatto cross-territoriale) non credo che le regioni siano adeguate alla gestione della grana (tu chiudi, io apro, lei socchiude…)  non fosse altro che poi per vasi comunicanti  le buone pratiche  (medici, infermieri, ricercatori e strutture)   si riverberano su tutto il territorio nazionale e – per converso –  i disastri  strutturali di alcune regioni pesano sulla fiscalità della collettività.

In definitiva, non mi stupirei se dalla vicenda del coronavirus si faccia un pensiero su una ristrutturazione del nostro sistema sanitario che fatta salva l’impostazione universalistica sul modello “Beveridge” tenga conto dell’impatto globale di alcune malattie e l’internazionalizzazione di strategie, cure e azioni di contrasto. 

 

 

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